Author: Jessica Morgani

WhatsApp: come entrare nelle videochiamate già iniziate

Novità per WhatsApp. L’app di messaggistica più utilizzata del mondo si evolve e diventa più flessibile. Infatti, ora si può accedere alle videochiamate di gruppo anche se queste sono già iniziate: fino a pochi giorni fa, invece, se si ignorava l’invito a una videocall di gruppo, non si poteva più partecipare. La piattaforma ora consente agli ospiti di essere inseriti in qualsiasi momento e non solo al momento della ricezione della notifica. Non solo: i partecipanti possono uscire e rientrare nella chiamata di gruppo quando lo desidera, per tutta la durata della comunicazione.

L’annuncio di Marck Zuckerberg

“Oggi introduciamo una nuova funzionalità che consente di partecipare a una chiamata di gruppo, anche se è già iniziata. La possibilità di partecipare a una chiamata in un secondo momento elimina la pressione di dover rispondere alla chiamata di gruppo non appena inizia. Inoltre, rende le chiamate di gruppo su WhatsApp spontanee e semplici come una conversazione di persona”, ha annunciato l ‘app di messaggistica di Mark Zuckerberg sul suo blog. “Abbiamo anche creato una schermata che contiene informazioni sulla chiamata: mostra chi è già collegato e chi è stato invitato a partecipare, ma non si è ancora aggiunto. E, anche se fai clic su ‘Ignora’, puoi unirti in seguito direttamente dalla scheda chiamate in WhatsApp”.

Occorre l’ultimo aggiornamento

Per utilizzare questa funzione è necessario disporre dell’ultimo aggiornamento di WhatsApp e avviare regolarmente la chiamata o la videochiamata. Si può scegliere fino a sette persone per inviare loro un invito a partecipare, che possono accettare o ignorare. Prima di entrare, tutti vedranno l’elenco dei partecipanti e degli altri contatti invitati che non hanno ancora risposto, e ogni utente potrà unirsi alla conversazione in qualsiasi momento. Esattamente come per le altre chiamate vocali e video, anche queste saranno crittografate end-to-end, preservando la privacy degli iscritti.

Sempre più simile ad app concorrenti

Questo è il primo grande cambiamento che WhatsApp ha apportato al suo servizio di videochiamate da aprile 2020, quando ha ampliato la capacità a otto partecipanti. Probabilmente con questa implementazione WhatsApp si avvicina sempre di più ad analoghi servizi di messaggistica avanzata, come Zoom e Teams, che negli ultimi mesi hanno registrato un vero e proprio boom a seguito della necessità di effettuare riunioni di lavoro o la didattica a distanza. Non è ancora chiaro se la funzionalità di ingresso alle call in corso sarà attiva solo su smartphone o anche dall’app via desktop, che nelle ultime settimane ha ricevuto un aggiornamento proprio per ospitare le chiamate e le videochiamate, prima relegate alla sola versione mobile. 

L’Italia è green: le azioni sostenibili dei cittadini crescono del 10%

Riciclare, fare la raccolta differenziata, evitare di sprecare cibo e spegnere le luci quando non servono: sono i primi quattro comportamenti green adottati con maggior frequenza dagli italiani. A stilare questa classifica delle azione ecoresponsabili è Scenari, che ha analizzato le abitudini dei nostri connazionali in merito alle tematiche ambientali. In generale la ricerca mette in luce una crescente sensibilità e una grande attenzione da parte degli italiani verso tutto ciò che riguarda l’ambiente e la sua salvaguardia. È in atto una vera e propria presa di coscienza collettiva, attraverso cui, ogni giorno, si compiono azioni che garantiscono uno sviluppo sostenibile. Queste azioni influenzano positivamente gli italiani, tanto è vero che dal 2020 a oggi diventa sempre più rilevante compiere azioni sostenibili. L’aumento di circa il 10% delle sane abitudini giornaliere ci mostrano uno scenario nel quale gli italiani sono sempre più inclini al cambiamento.

I principali comportamenti sostenibili 

In prima battuta, l’analisi mostra che gli italiani sono attenti a riciclare il più possibile: questa abitudine è condivisa dal 69,2% dei nostri connazionali, ma soprattutto è in aumento (+3%) rispetto all’analoga rilevazione del 2020. In seconda posizione della classifica dei comportamenti eco c’è Fare la raccolta differenziata dei rifiuti (67,4%, la stessa percentuale dell’anno scorso) e in terza Evitare di sprecare cibo (64,3%, +5% sul 2020). A seguire le azioni maggiormente praticate in ottica green sono Spegnere le luci quando non servono, Ridurre l’uso della plastica, Evitare sprechi alimentari, Ridurre il consumo di acqua, Usare riscaldamento e condizionatori solo quando necessario, Usare lampadine a risparmio energetico e Consumare prodotti di stagione. 

La mentalità della sostenibilità

Per gli italiani queste azioni, possono sembrare “elementari” eppure nel loro piccolo contribuiscono in qualche modo a salvaguardare l’ambiente. Un recente report, a cura della Bocconi di Milano, afferma che la “mentalità della sostenibilità” è oggi un modo di pensare e di essere che deriva da una più ampia comprensione delle dinamiche ambientali e dalla conseguente scelta che scaturisce in ognuno di noi, ma soprattutto nelle azioni che si compiono per il proprio bene e quello degli altri. Non sorprende quindi che tra i comportamenti green che hanno registrato una maggiore crescita in questo ultimo anno ci siano anche Fare gesti di solidarietà a favore di chi ne ha bisogno (+11), Fare donazioni ad organizzazioni no profit (+10%), Fare volontariato (+9%), Consumare più prodotti a base vegetale al posto di prodotti a base animale (+ 9), Acquistare prodotti del mercato equo e solidale (+8%), Bere l’acqua del rubinetto invece dell’acqua minerale (+ 8%).

Anche il QR Code può essere un vettore di cyber-attacchi

Il 2020 è stato un anno di grandi emergenze anche per il settore cybersecurity. Complice la diffusione del remote working, l’incremento di attacchi informatici nei confronti delle imprese è stato del 40% in più rispetto al 2019, come attestano i dati dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano. In questo contesto il vettore privilegiato per i cyber criminali è stata la mail, il cosiddetto phishing, che ha riguardato circa l’80% dei tentativi di intromissioni. Nel 2021 i cybercriminali però potrebbero privilegiare un nuovo canale, ossia il Qr Code. I codici Qr stanno avendo una diffusione capillare, specialmente a seguito della pandemia, e si sta diffondendo una nuova tecnica di attacco, il Qishing. A sottolinearlo è l’analisi sull’evoluzione degli attacchi phishing realizzata da Innovery, multinazionale italiana nel mercato Ict specializzata nel comparto cybersecurity. 

Scarsa consapevolezza sulle minacce veicolate dalla scansione di un QR Code

Secondo un recente sondaggio condotto da MobileIron, l’86% degli intervistati ha scansionato un codice QR nel corso del 2020, e oltre la metà, il 54%, ha riferito un aumento nell’utilizzo di tali codici dall’inizio della pandemia.
“L’aumento dell’utilizzo di dispositivi mobile per svolgere molte delle nostre attività quotidiane ci espone a nuovi rischi, e la scarsa consapevolezza sulle possibili minacce che la scansione di un QR Code può veicolare è una preoccupazione sempre più impellente”, spiega Massimo Grandesso, Cybersecurity Manager di Innovery.

Una nuova tecnica di attacco, il Qishing

Inoltre, “i Qr Code inviati via email riescono a eludere i normali sistemi di antiphishing: il Qishing – spiega ancora Massimo Grandesso -. Così si chiama questa tecnica, e funziona esattamente come cliccare su un link, solo che il link non è visibile in quanto codificato nel Qr Code, e si dovrebbero utilizzare le stesse cautele che si usano per i link”.

L’impiego nei contesti più vari espone a possibili minacce

Oggi i Qr Code vengono impiegati nei contesti più vari, riferisce Adnkronos: in bar e ristoranti per i menu al fine di limitare il contatto fisico, per l’accesso a eventi e luoghi pubblici, per la prenotazione di visite mediche, per ritirare prescrizioni, per la fatturazione elettronica, per sostituire i biglietti cartacei, e non ultimo, per lo stesso Green Pass. A questo proposito perfino il garante della privacy si è espresso recentemente, esortando i cittadini alla massima prudenza e a evitare di esibire pubblicamente il codice del Green Pass.

Lavoro, arriva la “Yolo economy”. E i sogni vincono sul posto fisso

No al posto fisso, sì a una vita professionale agile in senso lato, che non comporta la rinuncia ai sogni. Ecco, in poche parole, la Yolo economy, ovvero You-only-live-once economy, nuovo modo di  concepire il lavoro e la vita, e soprattutto il legame tra i due, coniato e reso famoso dal rapper canadese Drake. Come sottolinea una ricerca di codin factory aulab, attiva dal 2014 nell’ambito della formazione e dello sviluppo software, il nuovo stile di vita sta coinvolgendo anche nel nostro Paese i Millennials (26-41 anni) e la generazione Z (under 25).  Complice la pandemia e le sue paure, i ragazzi stanno infatti orientando la bussola non più verso “il posto fisso” ma sul “lavoro agile” e il mondo del digitale e dell’Ict.

La nuova filosofia piace soprattutto tra i 24 e i 36 anni

Dalla ricerca, effettuata su un campione di studenti che nel 2020 hanno partecipato al corso hackademy per diventare programmatori, emerge che a inseguire la nuova tendenza sono soprattutto i Millennials, ragazzi in media di 29 anni. Di questi, il 64% nella fascia 24-36 anni, il 72% con una licenza superiore, il 25% con una laurea triennale o magistrale. Ma soprattutto, come sottolineano gli analisti di aulab, moltissimi di loro non hanno competenze pregresse in ambito informatico. Acquisirle, però, cambia completamente il corso della vita professionale, visto che il tasso di collocamento per questi studenti è del 95%, di cui il 75% entro 60 giorni dalla conclusione del corso. 

Nuove competenze e nuova mentalità

Il percorso intrapreso permette di inserirsi nel settore in forte crescita dell’Ict (solo in Italia la richiesta è di 100.000 figure in ambito tech) e soprattutto di sviluppare un mindset agile, insomma una nuova ‘mentalità’ quanto mai preziosa in questo contesto di incertezza. “Nell’ultimo anno si è parlato moltissimo di lavoro agile –  fa notare Giancarlo Valente, Cto di aulab – soprattutto in riferimento alla legge sullo smart working che ha consentito alle aziende di gestire il lavoro da casa dei dipendenti durante la pandemia. Tuttavia il lavoro agile non è sinonimo di lavoro da remoto: è piuttosto un metodo nato nel mondo dell’informatica e basato su collaborazione, focus sugli obiettivi, soddisfazione del cliente e continua sperimentazione”.
Con questa formazione e mentalità, tanti studenti nel 2020 hanno testimoniato la scelta di lasciare il “posto fisso” per abbracciare la ‘Yolo economy’ e seguire i propri sogni. Del resto, appunto, si vive una volta sola. 

Gli italiani e lo smartphone: dove, come, quando e quanto lo usano

Lo smartphone è diventato un “compagno” a cui non possiamo più rinunciare. Circa 19,5 milioni di persone utilizza il cellulare anche a letto, e quasi 11 milioni se lo porta anche in bagno, ma sono tanti anche coloro che ammettono di usare il dispositivo mentre sono al lavoro. A dichiararlo è il 20% del campione di un’indagine condotta da Facile.it, una percentuale corrispondente a 8,7 milioni di individui. Sono poi quasi 2 milioni (4,6%) anche coloro che usano lo smartphone a tavola, percentuale che quasi raddoppia nella fascia di età 35-44 anni (8,5%). Non stupisce, dunque, come più di 8,3 milioni di persone utilizzino il cellulare anche in macchina, sostituendolo al navigatore.

Dai social a alle foto all’informazione, sempre più usato per fare di più

Al netto delle telefonate e dei messaggi, che si posizionano in cima alla lista, più di 21,8 milioni di individui (50%), ammettono di usarlo per i social network, mentre più di 20,7 milioni (47,6%) per fare fotografie. Non sorprende scoprire, inoltre, come lo smartphone venga frequentemente usato anche come fonte di informazione, sia attraverso social network o siti specializzati (33,9 milioni di persone, 77,9%). Un utilizzo aumentato molto durante l’anno di pandemia, tanto che più di 6 italiani su 10 (64,5%, 28 milioni) dichiarano di aver incrementato l’uso del device proprio per informarsi.
Sono quasi 14 milioni (31,9%), poi, coloro che indicano la gestione delle finanze personali come uno dei motivi per cui utilizzano maggiormente il cellulare.

Perderlo è la paura più diffusa

Sebbene la paura più diffusa legata al cellulare sia quella di perderlo, e con esso i contenuti al suo interno, indicata da più di 19,7 milioni di intervistati (45,2%), 2,7 milioni di italiani (6,2%) sono preoccupati che il partner o i genitori possano accedere di nascosto ai contenuti presenti sul dispositivo.
I più timorosi nel lasciare che il proprio partner guardi di nascosto il cellulare sono coloro di età compresa tra i 45 e i 54 anni (8,5%). I giovani appartenenti alla fascia anagrafica 18-24 anni, invece, sono i più preoccupati nel far curiosare i genitori: rispetto a un valore italiano del 2,3%, la percentuale raggiunge addirittura l’8,2%.

Comportamenti pericolosi: non effettuare il backup è al primo posto
Quanto ai comportamenti errati adottati da coloro che possiedono uno smartphone, più di un intervistato su 5 (9,6 milioni) ammette di non effettuare mai il backup dei dati, mentre 8,5 milioni dichiarano di aver impostato un PIN molto comune, o di non averlo impostato affatto. Addirittura, più di 3 milioni di persone (7,2%) hanno memorizzato il PIN della carta di credito o della SIM direttamente nella rubrica del cellulare, comportamento molto pericoloso nel caso in cui il dispositivo venga perso o rubato. La percentuale arriva addirittura fino all’11,2% tra coloro che hanno un’età compresa fra 18 e 24 anni.

Cresce lo spirito imprenditoriale tra le donne e i giovani

Nonostante le persistenti barriere sociali e strutturali nel corso del 2020 si è avuta una crescita dello spirito imprenditoriale, anche tra le categorie che appaiono meno tutelate come le donne e i giovani. Dal sondaggio Ipsos in collaborazione con SDA Bocconi School of Management dal titolo Entrepreneurialism. In the Time of the Pandemic, condotto in 28 Paesi su oltre 20.000 intervistati, emerge che oltre un terzo degli adulti in tutto il mondo dichiara di possedere uno spirito imprenditoriale molto alto. Si tratta di un’evidenza indicativa delle capacità di reazione di molti cittadini alle avversità causate dalla pandemia e che rappresenta una speranza per l’immediato futuro. 

Spirito imprenditoriale, caratteristiche e uno sguardo al futuro

Il sondaggio mostra anche una variazione dello spirito imprenditoriale da Paese a Paese: la Colombia si posiziona al primo posto, seguita da Sud Africa, Perù, Arabia Saudita e Messico. Belgio, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Corea del Sud e Giappone si collocano invece agli ultimi posti. L’Italia è in 13a posizione e prima tra i Paesi europei con una percentuale del 29%, in aumento del 5% rispetto al 2018.

L’imprenditorialità si manifesta nella sua forma tradizionale

L’Entrepreneurial Spirit Index di Ipsos è un indicatore che considera 18 caratteristiche imprenditoriali chiave, dall’etica del lavoro alla propensione di assunzione dei rischi, dalle abilità creative all’ambizione personale, dalla passione per ciò che si fa all’orientamento al risultato. E il sondaggio rivela che il 32% dei cittadini a livello internazionale dichiara di avere uno spirito imprenditoriale “molto alto”. L’imprenditorialità si manifesta principalmente nella sua forma tradizionale, ossia attraverso la creazione di imprese. Tre cittadini del mondo su dieci dichiarano di aver avviato almeno un’attività in passato, e in Italia coloro che affermano di aver iniziato un nuovo business sono stati il 4% in più rispetto al 2018, e il 21% afferma di voler avviare una nuova attività nei prossimi due anni.

L‘impatto del Covid e i principali ostacoli

Nonostante l’attitudine all’imprenditorialità sia maggiore tra i Millennial, la Gen X, coloro con un’istruzione superiore e un reddito più alto, a livello internazionale, negli ultimi due anni questa è cresciuta maggiormente tra le fasce di popolazione meno tutelate dal punto di vista economico e sociale: le donne (+4% sul 2018), la Gen Z (+3%), coloro che hanno un basso livello d’istruzione (+7%) e un basso reddito (+9%). Allo stesso tempo, però, non a tutti sono concesse le medesime condizioni di partenza. Le più svantaggiate sono le donne, i cittadini appartenenti a gruppi LGBTQ e le persone con disabilità. Gli ostacoli alla libera attività imprenditoriale non sono però solo di natura sociale, ma anche strutturale ed economica. Inoltre, la mancanza di finanziamenti rappresenta la principale barriera all’avvio di un’attività imprenditoriale per il 41% degli intervistati.

La PA digitale piace alle imprese, e ne accelera gli investimenti

È un giudizio inaspettato e positivo quello che 552 Pmi hanno espresso sulla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Senza grandi differenze tra piccoli comuni e grandi centri, più di un’impresa su due (51%) riconosce oggi la digitalizzazione della PA come un fattore facilitante nella relazione, mentre un 42% pensa che l’evoluzione tecnologica sarà un vantaggio futuro.

I plus per l’imprenditore? Semplicità e rapidità delle procedure.

È quanto emerge dall’indagine Market Watch PMI realizzata da Banca Ifis, secondo cui i benefici segnalati dagli imprenditori sono quasi tutti riconducibili a una maggiore semplicità nello svolgimento delle operazioni. Per il 94% delle imprese intervistate il plus è la possibilità di utilizzare la posta elettronica certificata per recapitare gli atti amministrativi, ma hanno un forte peso anche l’impiego del cassetto fiscale dell’Agenzia delle Entrate e di quello previdenziale di Inps (93%), la fatturazione elettronica e il rilascio digitale del Durc, entrambi per l’87% degli intervistati. Ultima, la digitalizzazione della giustizia (72%). Oltre alla semplicità di relazione, le imprese dichiarano di apprezzare la maggiore rapidità nelle procedure amministrative (54%), la facilità nell’accesso ai servizi (39%), la semplificazione delle procedure (31%) e l’aumento della sicurezza nella trasmissione e nell’archiviazione dei documenti (26%).

Investimenti tecnologici per arricchire e allineare i processi aziendali

“La digitalizzazione della PA ha portato una forte semplificazione nella gestione dei processi grazie alla dematerializzazione dei documenti – sottolinea Piero Dell’Oca, Cfo e Consigliere di Amministrazione di Tecnofar -. Questo ha facilitato sia il rapporto con la PA sia con i dipendenti”. La digitalizzazione del Pubblico ha spinto poi il 74% delle imprese ad accelerare sul fronte degli investimenti tecnologici per arricchire e allineare i propri processi. E se gli investimenti delle aziende sono stati concentrati su diverse voci, come firma digitale (48%), Spid (41%) e Pec (32%), il 17% ha digitalizzato i pagamenti, il 16% usa il cloud per la gestione documentale, il 16% ha acquisito software per la finanza e la contabilità, e l’11% ha digitalizzato la modulistica.

Il ruolo del commercialista evolve verso quello di facilitatore dei processi

La digitalizzazione dei rapporti tra PA e imprese sembra anche favorire la delega a professionisti e commercialisti, cui si affida già il 95% degli imprenditori per le operazioni con il Pubblico. L’89% degli intervistati riconosce come il rapporto con queste figure professionali sia direttamente influenzato dallo sviluppo dei servizi digitali. Per il 47% delle Pmi la digitalizzazione favorisce una maggiore delega al commercialista/professionista a operare sui canali telematici per conto dell’impresa, e per il 46% il ruolo del professionista evolve verso quello di facilitatore dei processi, poiché supporta l’azienda nell’interpretazione della normativa e delle procedure.

Un anno dopo: tra ritorno alla normalità ed effetti sulla salute mentale

Da più di anno il Coronavirus è entrato a far parte della vita quotidiana dei cittadini di tutto il mondo. Gli italiani oramai da mesi convivono con nuovi Dpcm, mappe dei colori delle Regioni, restrizioni e il proseguimento della campagna vaccinale. Ma quali quando torneremo alla normalità? E quali sono gli effetti dell’emergenza sanitaria sulla salute mentale?  Un sondaggio di Ipsos condotto per il World Economic Forum in 30 Paesi, fa emergere che il 59% degli intervistati si aspetta di poter tornare a qualcosa di simile a una vita pre-Covid entro i prossimi 12 mesi. E il 45% afferma che la propria salute mentale ed emotiva è peggiorata dall’inizio della pandemia. 

Quando torneremo alla normalità?

Fra chi si aspetta di tornare alla vita pre-Covid entro i prossimi 12 mesi, il 6% ritiene sia già così, il 9% che non ci vorranno più di tre mesi, il 13% da quattro a sei mesi, e il 32% da sette a 12 mesi. Soltanto una persona su cinque (10%) afferma che per ritornare alla normalità ci vorranno più di tre anni (10%), e l’8% ritiene che ciò non accadrà mai.  Le opinioni su quando aspettarsi un ritorno alla normalità variano però tra i vari Paesi. Ad esempio, più della metà degli intervistati in Francia, Italia, Corea del Sud e Spagna si aspettano che ci vorrà più di un anno. In Italia lo afferma il 53%, mentre il 46% dei cittadini ritiene che il ritorno alla normalità pre-Covid sia auspicabile entro 12 mesi.

Il contenimento della pandemia

Le aspettative relative a quanto tempo sia necessario affinché la pandemia possa essere contenuta sono simili a quelle in merito al ritorno alla normalità. Infatti, il 58% degli intervistati ritiene che la pandemia sarà contenuta entro il prossimo anno. In Italia la percentuale è pari al 57%, mentre per il 43% ci vorrà molto più tempo. In linea generale, questi dati suggeriscono che a livello internazionale le persone considerano il ritorno alla propria vita pre-Covid dipendente dai tempi che occorrono per contenere il virus. 

Salute mentale e stabilità emotiva 

Nei 30 Paesi esaminati, il 45% degli intervistati afferma che la propria salute mentale e la propria stabilità emotiva siano peggiorate dall’inizio della pandemia, e soltanto il 16% ritiene che siano migliorata nel corso dell’ultimo anno. In 11 Paesi, almeno la metà degli intervistati riferisce un peggioramento di salute mentale e stabilità emotiva, con la Turchia (61%), il Cile (56%) e l’Ungheria (56%) che mostrano le percentuali più alte. L’Italia rientra tra i Paesi in cui i cittadini hanno subito maggiormente le conseguenze del Covid da questo punto di vista, con più della metà (54%) che rileva un peggioramento, e solo l’8% un miglioramento. Anche considerando i primi mesi del 2021, gli intervistati sono più propensi ad affermare che la propria salute mentale ed emotiva sia peggiorata (27%) piuttosto che migliorata (23%).

La felicità secondo i lavoratori italiani: i più giovani sono i più insoddisfatti

Se si analizza la dimensione di felicità in generale, e la soddisfazione della vita, emerge che tra i rappresentanti della generazione Z solo il 19% si trova concorde a ritenere che la propria vita sia vicina al proprio ideale, contro il 28% dei Baby Boomers. Anche nella dimensione legata alla solitudine o all’isolamento si nota come siano maggiormente avvertiti dai giovani e dai giovanissimi rispetto agli adulti. Si passa infatti dal 21% fino al 10% (dai più giovani ai più anziani) di coloro che soffrono di questi problemi, e dal 42% al 57% di coloro che non si sentono particolarmente toccati dalla questione. Si tratta di alcuni dati rilasciati dall’associazione Ricerca Felicità sullo stato di salute della felicità e del benessere dei lavoratori, sia nella dimensione aziendale sia in quella individuale e sociale.

I Baby Boomers sono più sicuri dei propri meriti

L’associazione si è posta sei obiettivi d’indagine, felicità in generale, solitudine e isolamento, felicità al lavoro, senso di appartenenza, riconoscimento e discriminazione e lavoro e suo significato. E dai dati emerge che il 16% degli intervistati ritiene che l’affermazione “esprimo le mie emozioni senza essere giudicato” nell’ambiente di lavoro sia assolutamente falsa, mentre quasi il 30% si ritiene poco concorde con l’affermazione “i miei meriti vengono sempre riconosciuti”.

Tra i Baby Boomers però è significativamente più elevato il peso di coloro che ritengono riconosciuti in modo assolutamente adeguato i loro meriti rispetto alle altre generazioni (31% contro una media di 20/21%).

La dimensione del lavoro come crescita personale

Con la volontà di offrire strumenti al mondo del lavoro per allineare i propri valori con quelli dei propri collaboratori per una crescita corale, la dimensione del lavoro è stata analizzata da diversi punti di vista. Ad esempio, le affermazioni “mi fa capire le persone e il mondo che mi circonda” e “contribuisce alla mia crescita personale” sono state indicate come vere nel contesto nel proprio lavoro rispettivamente dal 27.9 % e dal 25,3%.

L’impatto dell’azienda e della carriera

Le affermazioni “soddisfa tutti i miei bisogni” e “ho una carriera piena di significato” sono invece ritenute false, ovvero per nulla riscontrabili nel proprio ambito lavorativo, dal 27,1% e dal 24%. Il 15,3% ritiene poi che l’affermazione “ha un impatto positivo per il mondo” riferita all’azienda in cui lavora sia assolutamente falsa, e alla domanda se il proprio lavoro “fa la differenza” solo il 7,6% crede sia assolutamente vero, contro il 13,5% che lo indica come assolutamente falso

7 Elettrodomestici, cambia la classificazione energetica: ma 30 milioni di italiani non lo sanno

Trenta milioni di italiani ancora non sanno che dal 1 marzo 2020 le etichette di classificazione energetica degli elettrodomestici sono cambiate. Proprio così: la classificazione a cui siamo stati abituati finora è infatti stata rivoluzionata in un’ottica di ottimizzazione della scala di valori, ma l’opinione pubblica non è adeguatamente informata. A dirlo è un’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, che ha scoperto che il 69,4% degli italiani è ancora all’oscuro di questa novità. Traducendo in numeri le percentuali, significa che il bacino dei consumatori italiani che dichiara di non essere a conoscenza della cambiamento risulta pari a più di 30 milioni di individui.
Le ragioni del cambiamento

Questa piccola rivoluzione è stata introdotta poichè il “vecchio” sistema di etichette è stato ritenuto non più adatto a rappresentare le differenze tra gli elettrodomestici; ormai quasi tutti concentrati nelle classi migliori con conseguente confusione per i consumatori. Le nuove etichette si baseranno sempre su una scala di valori che va da A (classe più efficiente) a G (la meno efficiente), con la differenza che scomparirà il simbolo “+” e, soprattutto, si irrigidiranno i criteri con cui verranno assegnate le lettere. Ad esempio, un elettrodomestico oggi classificato in classe A+++, con le nuove etichette verrà reinserito con tutta probabilità nella classe B se non addirittura C. Per non ingenerare confusione, fino al 30 novembre 2021 le nuove etichette verranno affiancate a quelle vecchie, così i consumatori potranno gradualmente abituarsi al sistema di classificazione. Solo dal primo dicembre 2021 le vecchie etichette scompariranno del tutto.

L’importanza dell’etichetta

Per gli italiani, nel corso del tempo, la classificazione energetica è diventata una discriminante fondamentale per scegliere un elettrodomestico piuttosto che un altro. In base ai dati della ricerca, il 95% degli intervistati dichiara che questa sia un’informazione importante ed è addirittura esplicitamente descritta come molto importante dal 55,9% del campione. L’indagine condotta per Facile.it ha approfondito anche le ragioni per le quali i consumatori valutano molto importante (o, al contrario, poco o per nulla utile) considerare la classe energetica dell’elettrodomestico prima di acquistarlo. Fra chi dà grande importanza alla classificazione le ragioni principali sono risultate essere il risparmio – sia esso economico (63% del campione) o energetico (32%) – e la convinzione che basarsi sulla classificazione energetica per compiere l’acquisto sia in qualche modo utile a salvaguardare l’ambiente (25%). Per gli oltre 1.100.000 italiani che non considerano utile la classificazione, invece, i motivi dichiarati sono la volontà di spendere meno per lo specifico acquisto o, anche, l’ammissione di non capire realmente fino in fondo quale sia il significato della classificazione riportata nell’etichetta.