Month: Giugno 2021

Lavoro, arriva la “Yolo economy”. E i sogni vincono sul posto fisso

No al posto fisso, sì a una vita professionale agile in senso lato, che non comporta la rinuncia ai sogni. Ecco, in poche parole, la Yolo economy, ovvero You-only-live-once economy, nuovo modo di  concepire il lavoro e la vita, e soprattutto il legame tra i due, coniato e reso famoso dal rapper canadese Drake. Come sottolinea una ricerca di codin factory aulab, attiva dal 2014 nell’ambito della formazione e dello sviluppo software, il nuovo stile di vita sta coinvolgendo anche nel nostro Paese i Millennials (26-41 anni) e la generazione Z (under 25).  Complice la pandemia e le sue paure, i ragazzi stanno infatti orientando la bussola non più verso “il posto fisso” ma sul “lavoro agile” e il mondo del digitale e dell’Ict.

La nuova filosofia piace soprattutto tra i 24 e i 36 anni

Dalla ricerca, effettuata su un campione di studenti che nel 2020 hanno partecipato al corso hackademy per diventare programmatori, emerge che a inseguire la nuova tendenza sono soprattutto i Millennials, ragazzi in media di 29 anni. Di questi, il 64% nella fascia 24-36 anni, il 72% con una licenza superiore, il 25% con una laurea triennale o magistrale. Ma soprattutto, come sottolineano gli analisti di aulab, moltissimi di loro non hanno competenze pregresse in ambito informatico. Acquisirle, però, cambia completamente il corso della vita professionale, visto che il tasso di collocamento per questi studenti è del 95%, di cui il 75% entro 60 giorni dalla conclusione del corso. 

Nuove competenze e nuova mentalità

Il percorso intrapreso permette di inserirsi nel settore in forte crescita dell’Ict (solo in Italia la richiesta è di 100.000 figure in ambito tech) e soprattutto di sviluppare un mindset agile, insomma una nuova ‘mentalità’ quanto mai preziosa in questo contesto di incertezza. “Nell’ultimo anno si è parlato moltissimo di lavoro agile –  fa notare Giancarlo Valente, Cto di aulab – soprattutto in riferimento alla legge sullo smart working che ha consentito alle aziende di gestire il lavoro da casa dei dipendenti durante la pandemia. Tuttavia il lavoro agile non è sinonimo di lavoro da remoto: è piuttosto un metodo nato nel mondo dell’informatica e basato su collaborazione, focus sugli obiettivi, soddisfazione del cliente e continua sperimentazione”.
Con questa formazione e mentalità, tanti studenti nel 2020 hanno testimoniato la scelta di lasciare il “posto fisso” per abbracciare la ‘Yolo economy’ e seguire i propri sogni. Del resto, appunto, si vive una volta sola. 

Gli italiani e lo smartphone: dove, come, quando e quanto lo usano

Lo smartphone è diventato un “compagno” a cui non possiamo più rinunciare. Circa 19,5 milioni di persone utilizza il cellulare anche a letto, e quasi 11 milioni se lo porta anche in bagno, ma sono tanti anche coloro che ammettono di usare il dispositivo mentre sono al lavoro. A dichiararlo è il 20% del campione di un’indagine condotta da Facile.it, una percentuale corrispondente a 8,7 milioni di individui. Sono poi quasi 2 milioni (4,6%) anche coloro che usano lo smartphone a tavola, percentuale che quasi raddoppia nella fascia di età 35-44 anni (8,5%). Non stupisce, dunque, come più di 8,3 milioni di persone utilizzino il cellulare anche in macchina, sostituendolo al navigatore.

Dai social a alle foto all’informazione, sempre più usato per fare di più

Al netto delle telefonate e dei messaggi, che si posizionano in cima alla lista, più di 21,8 milioni di individui (50%), ammettono di usarlo per i social network, mentre più di 20,7 milioni (47,6%) per fare fotografie. Non sorprende scoprire, inoltre, come lo smartphone venga frequentemente usato anche come fonte di informazione, sia attraverso social network o siti specializzati (33,9 milioni di persone, 77,9%). Un utilizzo aumentato molto durante l’anno di pandemia, tanto che più di 6 italiani su 10 (64,5%, 28 milioni) dichiarano di aver incrementato l’uso del device proprio per informarsi.
Sono quasi 14 milioni (31,9%), poi, coloro che indicano la gestione delle finanze personali come uno dei motivi per cui utilizzano maggiormente il cellulare.

Perderlo è la paura più diffusa

Sebbene la paura più diffusa legata al cellulare sia quella di perderlo, e con esso i contenuti al suo interno, indicata da più di 19,7 milioni di intervistati (45,2%), 2,7 milioni di italiani (6,2%) sono preoccupati che il partner o i genitori possano accedere di nascosto ai contenuti presenti sul dispositivo.
I più timorosi nel lasciare che il proprio partner guardi di nascosto il cellulare sono coloro di età compresa tra i 45 e i 54 anni (8,5%). I giovani appartenenti alla fascia anagrafica 18-24 anni, invece, sono i più preoccupati nel far curiosare i genitori: rispetto a un valore italiano del 2,3%, la percentuale raggiunge addirittura l’8,2%.

Comportamenti pericolosi: non effettuare il backup è al primo posto
Quanto ai comportamenti errati adottati da coloro che possiedono uno smartphone, più di un intervistato su 5 (9,6 milioni) ammette di non effettuare mai il backup dei dati, mentre 8,5 milioni dichiarano di aver impostato un PIN molto comune, o di non averlo impostato affatto. Addirittura, più di 3 milioni di persone (7,2%) hanno memorizzato il PIN della carta di credito o della SIM direttamente nella rubrica del cellulare, comportamento molto pericoloso nel caso in cui il dispositivo venga perso o rubato. La percentuale arriva addirittura fino all’11,2% tra coloro che hanno un’età compresa fra 18 e 24 anni.

Cresce lo spirito imprenditoriale tra le donne e i giovani

Nonostante le persistenti barriere sociali e strutturali nel corso del 2020 si è avuta una crescita dello spirito imprenditoriale, anche tra le categorie che appaiono meno tutelate come le donne e i giovani. Dal sondaggio Ipsos in collaborazione con SDA Bocconi School of Management dal titolo Entrepreneurialism. In the Time of the Pandemic, condotto in 28 Paesi su oltre 20.000 intervistati, emerge che oltre un terzo degli adulti in tutto il mondo dichiara di possedere uno spirito imprenditoriale molto alto. Si tratta di un’evidenza indicativa delle capacità di reazione di molti cittadini alle avversità causate dalla pandemia e che rappresenta una speranza per l’immediato futuro. 

Spirito imprenditoriale, caratteristiche e uno sguardo al futuro

Il sondaggio mostra anche una variazione dello spirito imprenditoriale da Paese a Paese: la Colombia si posiziona al primo posto, seguita da Sud Africa, Perù, Arabia Saudita e Messico. Belgio, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Corea del Sud e Giappone si collocano invece agli ultimi posti. L’Italia è in 13a posizione e prima tra i Paesi europei con una percentuale del 29%, in aumento del 5% rispetto al 2018.

L’imprenditorialità si manifesta nella sua forma tradizionale

L’Entrepreneurial Spirit Index di Ipsos è un indicatore che considera 18 caratteristiche imprenditoriali chiave, dall’etica del lavoro alla propensione di assunzione dei rischi, dalle abilità creative all’ambizione personale, dalla passione per ciò che si fa all’orientamento al risultato. E il sondaggio rivela che il 32% dei cittadini a livello internazionale dichiara di avere uno spirito imprenditoriale “molto alto”. L’imprenditorialità si manifesta principalmente nella sua forma tradizionale, ossia attraverso la creazione di imprese. Tre cittadini del mondo su dieci dichiarano di aver avviato almeno un’attività in passato, e in Italia coloro che affermano di aver iniziato un nuovo business sono stati il 4% in più rispetto al 2018, e il 21% afferma di voler avviare una nuova attività nei prossimi due anni.

L‘impatto del Covid e i principali ostacoli

Nonostante l’attitudine all’imprenditorialità sia maggiore tra i Millennial, la Gen X, coloro con un’istruzione superiore e un reddito più alto, a livello internazionale, negli ultimi due anni questa è cresciuta maggiormente tra le fasce di popolazione meno tutelate dal punto di vista economico e sociale: le donne (+4% sul 2018), la Gen Z (+3%), coloro che hanno un basso livello d’istruzione (+7%) e un basso reddito (+9%). Allo stesso tempo, però, non a tutti sono concesse le medesime condizioni di partenza. Le più svantaggiate sono le donne, i cittadini appartenenti a gruppi LGBTQ e le persone con disabilità. Gli ostacoli alla libera attività imprenditoriale non sono però solo di natura sociale, ma anche strutturale ed economica. Inoltre, la mancanza di finanziamenti rappresenta la principale barriera all’avvio di un’attività imprenditoriale per il 41% degli intervistati.