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Richieste di prestiti, a novembre -24,5%

Anche a novembre il numero di richieste di finanziamenti da parte delle famiglie italiane registra una forte contrazione: quelli finalizzati all’acquisto di beni e servizi calano del -22,4% in un anno e i prestiti personali del -27,4%. Quasi la metà delle richieste di prestiti finalizzati però si è concentrata nell’ultima settimana del mese, in concomitanza del Black Friday, che ha fatto segnare un incremento del +13% rispetto alla media delle settimane precedenti. Dall’ultimo aggiornamento prodotto da CRIF emerge poi la crescente tendenza a privilegiare gli acquisti online, tanto che le richieste di credito riconducibili alle piattaforme di e-commerce hanno fatto registrare un +19% rispetto alla media delle settimane precedenti. Ulteriore evidenza dello studio riguarda la contrazione del valore medio dei finanziamenti richiesti, che nell’aggregato di prestiti personali e finalizzati nell’ultimo mese di osservazione si attesta a 8.644 euro, -3,4% rispetto a novembre 2019.

Mutui e surroghe ancora in territorio negativo

Dopo la battuta d’arresto di ottobre, anche a novembre le richieste di mutui e surroghe restano in territorio negativo, facendo segnare una flessione del -11,4% rispetto al corrispondente mese del 2019. Nel complesso, dopo la fase di lockdown della scorsa primavera, le richieste di mutuo erano tornate a crescere in modo solido a partire dal mese di giugno (+26,7% nel III trimestre dell’anno), riassestandosi su volumi superiori a quelli pre-crisi. Con la seconda ondata di contagi da inizio ottobre si è assistito a una improvvisa inversione di tendenza che ha nuovamente frenato la domanda.

L’andamento dell’importo medio

Più in dettaglio, per quanto riguarda i prestiti finalizzati l’importo medio richiesto si attesta a 5.934 euro (-3,7%), mentre per i prestiti personali è pari a 12.765 euro (-1,1%). Relativamente ai prestiti finalizzati, il 61% delle richieste riguarda importi al di sotto dei 5.000 euro, così come per i prestiti personali, per i quali la quota delle richieste è il 30,8% del totale (Fonte: EURISC – Il Sistema CRIF di Informazioni Creditizie). In merito alla durata dei contratti di finanziamento, per quanto riguarda i prestiti finalizzati le richieste privilegiano piani di rimborso inferiori ai 12 mesi (22,9%), mentre per i prestiti personali le preferenze si stanno indirizzando sempre più su durate superiori ai 5 anni (45,2%).

I tassi vantaggiosi non bastano a incoraggiare gli italiani

Gli italiani non trovano stimolo nemmeno da condizioni di offerta particolarmente vantaggiose, con la media degli spread online per mutui a tasso variabile stabile nel III trimestre dell’anno allo 0,8% e allo 0,4% per il tasso fisso. Le preoccupazioni delle famiglie trovano conferma anche nell’analisi delle moratorie per la sospensione delle rate, tanto che quasi la metà dei contratti di finanziamento che hanno beneficiato della sospensione del pagamento delle rate riguarda infatti un mutuo immobiliare. In compenso a novembre risulta in crescita (+1,5%) l’importo medio, che si è attestato a 134.599 euro. Ma nel complesso il 72,1% delle richieste presenta un valore inferiore ai 150.000 euro.

Ecobonus 110%, nasce il marketplace digitale per lo scambio di crediti

Nasce il marketplace per il trasferimento dei crediti relativi al Superbonus. Il nuovo mercato dei crediti consente di sfruttare al meglio l’agevolazione prevista dal DL Rilancio, coniugando l’esigenza di liquidità o l’offerta di detrazioni eccedenti la tax capacity, ovvero il valore complessivo dei debiti tributari del soggetto cedente, con un possibile risparmio fiscale a beneficio del soggetto acquirente. Si tratta di una novità importante, perché i soggetti che ricevono il credito, come ad esempio le imprese edili, avranno a loro volta la facoltà di cessione. Il nuovo marketplace apre quindi la strada alla creazione di un mercato dove domanda e offerta si potranno incontrare al fine di scambiare crediti che potrebbero essere già stati oggetto di trasferimento tra soggetti una prima volta.

Cedere e acquistare come credito di imposta le detrazioni fiscali previste dalla normativa
La nascita del marketplace si inserisce nel quadro delle agevolazioni previste dal Decreto Rilancio, in particolare nell’ottica del nuovo Econobus 110%. Sul marketplace sarà infatti possibile cedere e acquistare, come credito di imposta, le detrazioni fiscali previste dalla normativa, creando, per la prima volta, un mercato dedicato ai crediti fiscali, per ora aperto a quelli riferiti all’Ecobonus, ma in futuro anche ad altre tipologie. In questo modo, sarà possibile agevolare la trasformazione in liquidità del credito a prezzi di mercato, accelerare la diffusione dell’utilizzo degli incentivi, e in ultima istanza, sostenere il settore dell’edilizia.
L’impatto positivo nell’ambito del Super Ecobonus

In alternativa alla fruizione diretta della detrazione la nuova normativa consente di optare per un contributo anticipato sotto forma di sconto dai fornitori dei beni o servizi, o per la cessione del credito corrispondente alla detrazione spettante. L’impatto positivo del marketplace sul Super Ecobonus è quindi rilevante.

Sul marketplace possono infatti operare soggetti privati interessati alla vendita del credito Super Ecobonus per trasformarlo in liquidità o perché in assenza di sufficienti debiti fiscali da compensare. In particolare, società di costruzioni e relativa filiera, che ottengono il credito come contropartita degli interventi agevolabili.

Un nuovo mercato aperto a un ventaglio ampio ed eterogeneo di soggetti
“L’evoluzione normativa a cui abbiamo assistito ha abilitato un nuovo mercato aperto a un ventaglio molto ampio ed eterogeneo di soggetti, che in funzione delle loro esigenze potranno cedere o acquisire il credito in modo immediato, sicuro e indipendente anche successivamente alla prima cessione – afferma Alessandro Grandinetti, Markets and Clients Leader di PwC, il network internazionale di consulenza, revisione di bilancio e consulenza legale e fiscale -. La tecnologia, adeguati presidi tecnici e sinergia con il patrimonio informativo di CRIF (azienda globale specializzata in sistemi di informazioni creditizie e business information, servizi di outsourcing e processing e soluzioni per il credito) ne fanno una piattaforma innovativa ed efficiente pensata per garantire i più evoluti presidi a beneficio degli scambi”.

La mobilità post Covid, meno autobus e più auto e bici?

A comprendere le nuove priorità in materia di spostamenti urbani dopo il Covid ci ha pensato Bcg (Boston Consulting Group), con l’indagine How Covid-19 Will Shape Urban Mobility, che ha coinvolto 5.000 abitanti delle principali città negli Stati Uniti, Cina ed Europa occidentale. E a quanto risulta dall’indagine dopo il lockdown gli italiani sono secondi solo ai cinesi per utilizzo della macchina privata come mezzo principale, e terzi (dopo cinesi e statunitensi) per interesse nell’acquisto di un’auto. Tuttavia, nel medio termine il mezzo che vince è la bicicletta. Nei prossimi 12-18 mesi un quarto dei connazionali userà più che in passato le due ruote per spostarsi in città.

Prima fase di emergenza, crolla l’utilizzo di quasi tutti i mezzi di trasporto

Durante il lockdown, riporta Adnkronos, in Europa, Usa e Cina l’utilizzo di quasi tutti i mezzi di trasporto è crollato del 60%. Un po’ come è avvenuto in Italia, le bici private e lo spostamento a piedi sono state le modalità preferite dai cittadini di tutto il mondo, passate dal 21% al 59%. Anche il bike sharing è stato molto usato, soprattutto in Usa e Cina, grazie all’offerta di bici igienizzate e a prezzi più bassi, mentre in Europa ha registrato un calo della domanda. Allo stesso tempo, durante la prima fase della crisi sono crollati i viaggi in auto privata. Negli Stati Uniti i chilometri percorsi dai veicoli sono diminuiti di più del 65%, arrivando in alcuni stati a -80% a inizio aprile.

Post-lockdown, si cerca di non utilizzare i trasporti pubblici

Dopo la riapertura, in quasi tutti i Paesi del mondo le scelte di trasporto hanno subito cambiamenti profondi. Più della metà degli intervistati si dichiara attenta alla distanza sociale e alla pulizia, cercando modalità di viaggio senza contatti con altre persone. Se i cinesi sembrano più disposti a utilizzare i mezzi pubblici, in generale, dopo il lockdown, in tutti i Paesi una quota tra il 40% e il 60% manifesta la volontà di utilizzare i trasporti pubblici molto meno di frequente. Lo stesso vale per le altre modalità di mobilità condivisa, come il ride hailing e il car sharing, usate meno spesso, ma senza registrare cali bruschi come nel caso dei trasporti pubblici.

Prossimo futuro, mobilità privata o ritorno dei mezzi pubblici?

Nei prossimi 12-18 mesi, Bcg prevede due potenziali scenari. Il primo è la conferma della mobilità privata come modalità più usata, il secondo il grande ritorno dei mezzi pubblici, la cui riluttanza a usarli, che riguarda adesso il 50% degli intervistati, si ridurrà di circa la metà. Il secondo scenario sembra il più probabile, ma l’esito dipenderà dalla capacità dei fornitori di servizi di continuare con le misure di sanificazione, e altre misure di sicurezza, che garantiscano la riduzione dei rischi.

Il cupido del nuovo millennio colpisce sul web?

Le app di incontri, come Tinder, e i social media come Facebook e Instagram, sono il nuovo cupido. O forse no, e i tempi non sono cambiati molto rispetto al passato. Ma come si conoscono le coppie italiane di oggi, e come si sono conosciuti i loro genitori? Secondo il sondaggio del portale del settore nuziale Matrimonio.com, condotto in 15 Paesi di Europa, America e Asia, esiste un cupido del nuovo millennio. Le risposte ottenute dalle coppie sposate nel 2019 testimoniano che rispetto al passato la tecnologia oggi ricopre un ruolo decisivo anche in campo sentimentale. Ma in Italia un po’ meno che all’estero.

Canada, UK e USA guidano la classifica delle coppie nate su Internet

Secondo la ricerca, in Italia il 6,1% ha conosciuto la propria dolce metà attraverso app o siti di incontri. Rispetto ad altri Paesi, però, la rivoluzione del Cupido tecnologico da noi colpisce molto meno. E Canada (27,3%), Regno Unito (23,7%) e Stati Uniti (22,6%) sono i tre Paesi sul podio per numero di coppie nate grazie al web. Secondo la classifica delle percentuali di coppie sposate nel 2019 incontrate attraverso siti di incontri o applicazioni, al 4° posto dopo gli Usa si trova la Francia (19%), seguita da Spagna (11,9%), Brasile (9,6%), Cile (6,4%), Italia (6,1%), Portogallo (5,1%), Messico (5,6%), e Colombia (5,0 %).

In Italia si preferisce ancora la “vecchia maniera”

In Italia, al contrario dei nostri cugini francesi e spagnoli, e nonostante la tendenza tecnologica in forte crescita, continuano a essere i luoghi sociali i principali spettatori della romantica scintilla. Le coppie italiane, quindi, sembrano conoscersi ancora alla “vecchia maniera”. In questo caso, lo scettro di Cupido se lo aggiudicano gli amici in comune, con il 35,7% delle coppie che si sono conosciute grazie a loro, così come accadeva ai loro genitori (42,1%).

Al secondo posto si classifica il luogo di lavoro (15,8%), mentre eventi o occasioni di incontro, come concerti, feste, o serate in discoteca, oppure luoghi pubblici, come le palestre, rappresentano il 13,4% dei casi.

Lo spirito romantico non ha ancora ceduto a un clic

Un dato che differisce tra le due generazioni, però, è che 30 anni fa, e nel 15,2% dei casi, le coppie si conoscevano da sempre, fino da bambini, al contrario di oggi in cui la percentuale ne rappresenta la metà (7,5%).

E se oggi in molte occasioni sono i social media a intervenire per connettere le future coppie, soprattutto Facebook e Instagram, una via di mezzo tra vita virtuale e vita reale la testimonia Marianna, della Community di Matrimonio.com. “Ci siamo visti la prima volta in un bar – spiega Marianna – poi ci siamo conosciuti su Facebook e ci siamo messi d’accordo per uscire. Mi venne a prendere e poi andammo a cena fuori”.

Insomma, per gli italiani galeotto no fu tanto quel match su Tinder ma quella cena a casa dell’amico. Forse lo spirito romantico non ha ancora ceduto del tutto a un clic.

Mamme italiane e surgelati, il 99% li mette in tavola per i figli

Cambiano i tempi, certo, ma nn cambia l’attenzione delle mamme italiane nei confronti dei loro bambini. Anche e forse soprattutto quando si parla di alimentazione. Altrettanto vero è che si ha sempre meno tempo a disposizione per mettere in tavola menù vari e bilanciati, adatti per una crescita sana. Per fortuna, però, arrivano in soccorso i surgelati, sempre più utilizzati dalle mamme del Belpaese: il dato emerge da una ricerca Doxa per l’Istituto italiano alimenti surgelati su 400 mamme con figli tra i 3 e i 14: “Dalla ricerca è evidente che ormai il 99% delle mamme usa i prodotti surgelati – ha detto ad askanews  Vittorio Gagliardi, presidente di Iias – e una su due lo fa anche due tre volte a settimana: i surgelati non sono più un prodotto emergenziale, ma fanno parte della cucina italiana”.

Promossi a pieni voti

Che gli alimenti surgelati possano essere una soluzione adeguata (tra l’altro per legge non possono contenere conservanti) è confermato anche da un esperto come Claudio Maffeis, professore di Pediatria all’Università di Verona: “L’obiettivo dell’alimentazione nei bambini è garantire un accrescimento fisico e neuro-psicologico adeguato all’età – ci ha detto – in questo senso sono importanti qualità e quantità degli alimenti. A questo riguardo i surgelati possono essere una risorsa in quanto consentono di avere disponibilità di alcuni prodotti tutto l’anno e poi c’è la possibilità di misurare le energie e i nutrienti che si assumono con la porzione di alimento grazie alle etichette. Infine c’è la facilità d’uso che consente di variare con praticità l’alimentazione”.

Otto mamme su dieci li utilizzano

La ricerca segnala che ben 8 mamme su 10 li utilizzano, considerandoli anche una grandissima comodità. Dietro questi comportamenti d’acquisto c’è ormai la consapevolezza che questi alimenti conservati a -18 gradi sono equiparabili sotto il profilo nutrizionale a quelli freschi: lo sanno 6 mamme su 10, che diventano 7 su 10 nel caso di alimenti al naturale, come pesce, carne e verdure. “Le mamme sanno perfettamente che a livello nutrizionale sono paragonabili ai prodotti freschi se non superioritra l’altro i prodotti più utilizzati dalle mamme sono quelli suggeriti dai nutrizionisti che sono vegetali e pesce, ricordandoci sempre che bisogna cercare di far contenti il figlio” dice ancora Gagliardi.

I prodotti preferiti in tavola e nel carrello

I prodotti preferiti nel reparto surgelati, e che finiscono nel carrello della spesa, sono patate (75%, fritte o elaborate), pesce panato (73%), crepes e sofficini (70%) seguiti da verdure naturali (60%) e pizza (59%). Se però si guardano i dati sulla frequenza di consumo di surgelati (almeno 2-3 volte a settimana) la classifica vede al primo posto le verdure al naturale e in mix (46%) seguite da primi piatti a base di pasta, contorni, vellutate (35%) e dal pesce al naturale (34%).

Italia, nel 2019 record di eco-investimenti: un settore che crea lavoro

Investimenti in prodotti e tecnologie green da record, anche nel nostro Paese. A decretarlo è GreenItaly 2019: il decimo rapporto della Fondazione Symbola e di Unioncamere, promosso in collaborazione con Conai, Ecopneus e Novamont, con la partnership di Si.Camera e Ecocerved e con il patrocinio del ministero dell’Ambiente. Gli ecoinvestimenti, infatti, nel 2019 toccano un valore pari a 21,5%: una percentuale che corrisponde a quasi 300mila imprese che hanno investito in questa direzione.

Imprese attive nella sostenibilità

In Italia, le imprese dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito nel periodo 2015-2018, o prevedono di farlo entro la fine del 2019 in prodotti e tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2 sono circa 432mila. In percentuale, si tratta di circa un’impresa su tre (il 31,2% su tutte le aziende al di fuori del settore agricolo) all’interno del panorama nazionale. Il settore manifatturiero è quello che ha la percentuale più alta: 35,8%

Green job, tante opportunità

Questa tendenza in atto ha un importante riverbero anche sul mondo del lavoro, creandolo. Come riporta adnkronos, nel 2018 il numero dei green job in Italia ha superato la soglia dei 3 milioni: 3.100.000 unità, il 13,4% del totale dell’occupazione complessiva (nel 2017 era il 13%). L’occupazione green nel 2018 è cresciuta rispetto al 2017 di oltre 100mila unità, con un incremento del +3,4% rispetto al +0,5% delle altre figure professionali. 

I giovani imprenditori i più sensibili

Un altro dato interessante emerso dal rapporto è che sono soprattutto i giovani imprenditori i più attenti ai temi della sostenibilità e dell’ecologia. Tra le imprese guidate da under 35, infatti, il 47% ha compiuto eco-investimenti, contro il 23 delle over 35. Non solo: gli imprenditori più attenti a questi temi dimostrano di possedere anche uno slancio oltre i confini nazionali. Infatti, riporta l’analisi, le aziende di questa GreenItaly hanno un dinamismo sui mercati esteri superiore al resto del sistema produttivo italiano: con specifico riferimento alle imprese manifatturiere (5-499 addetti), il 51% delle eco-investitrici ha segnalato un aumento dell’export nel 2018, contro il più ridotto 38% di quelle che non hanno investito.

Bravi anche in innovazione

Il rapporto, infine, evidenzia anche un altro aspetto significativo: queste imprese innovano più delle altre. Il 79% ha sviluppato attività di innovazione, contro il 61% delle non investitrici. Nella gran parte dei casi, poi, si tratta di progetti per attivare misure legate al programma Impresa 4.0.

Italiani, tra gli europei sono tra i meno preparati in Gdpr

L’Italia fanalino di coda in materia di Gdpr. Il nostro Paese, con la Grecia e il Belgio, è tra i Paesi della Ue dove si registra minor consapevolezza sull’esistenza del Regolamento generale della protezione dei dati (Gdpr). Non consola, a questo proposito, constatare che la Francia fa peggio di noi. I dati in merito al regolamento, a un anno dalla sua entrata in vigore, sono raccolti in un Eurobarometro diffuso dalla Commissione europea, in occasione del primo anniversario del debutto del regolamento stesso.

Nel Nord Europa i cittadini più informati

Non stupisce neanche tanto che gli europei più informati in materia di protezione dei dati siano quelli dei Paesi del Nord. Le nazioni dove i cittadini sono maggiormente consapevoli sono Svezia (90%); Olanda (87%); Polonia (86%); Cechia (85%) e Slovacchia (83%). Nella parte finale della graduatoria si trovano invece: Grecia e Cipro (58% ciascuno); Belgio (53%); Italia (49%); e Francia (44%).

Ma più di 1 su 2 sa che c’è un’autorità responsabile della protezione dei dati

Più di un cittadino europeo su due (il 57% per l’esattezza) è a conoscenza che nel proprio Paese c’è un’Autorità responsabile per la protezione i loro diritti sui dati personali: il 20% in più rispetto a febbraio 2015.

La consapevolezza è “un segnale molto incoraggiante”

Il fatto che i cittadini europei sappiano dell’esistenza del Gdpr e dei relativi organismi “è un segnale molto incoraggiante. Quasi sei persone su dieci sanno che esiste un’autorità per la protezione dei dati personali nel loro Paese. E’ un aumento significativo rispetto al 2015, quando erano quattro persone su dieci. Il Gdpr fornisce alle autorità gli strumenti per combattere le violazioni. In un anno, il neo-costituito comitato europeo per la protezione dei dati ha registrato oltre 400 casi transfrontalieri in Europa. E questo conferma il vantaggio supplementare offerto dal regolamento, poiché la protezione dei dati non si ferma ai confini nazionali”, hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta il vicepresidente della Commissione europea al Mercato unico digitale Andrus Ansip e la responsabile della Giustizia Vera Jourová.

L’importanza della normativa anche fuori dall’Europa

Ansip e Jourová sottolineano inoltre come la nuova normativa sia fondamentale per combattere le violazioni: “ In un anno il neo-costituito comitato europeo per la protezione dei dati ha registrato oltre 400 casi transfrontalieri in Europa. E questo conferma il vantaggio supplementare offerto dal regolamento, poiché la protezione dei dati non si ferma ai confini nazionali”. Tanto che le linee guida del Gdpr rappresentano un  modello per nuove leggi sulla privacy in diversi paesi del mondo.

Primato tricolore: nel mondo un piatto di pasta su 4 è italiano

La pasta italiana non ha veramente confini. E’ esportata in 200 paesi di tutto il pianeta e, nel corso del 2018, ha registrato un vero e proprio boom in Russia. Insomma, maccheroni e spaghetti piacciono davvero a tutti, senza distinzioni. Secondo i dati diffusi da Aidepi, l’associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane, in occasione del 20esimoWorld Pasta Day che si è svolto a Dubai, in 20 anni è raddoppiata la quota export della pasta made in Italy. Un ventennio fa le esportazioni raggiungevano infatti 740mila tonnellate, mentre oggi sono 2 milioni di tonnellate. E, sopratutto, sono ormai 200 i paesi dove si consuma la pasta tricolore. In un mondo che ha voglia di pasta, è italiano un piatto su 4.

La mappa di chi ci ama

L’andamento della pasta italiana nel mondo è positivo anche nei primi 7 mesi del 2018. In Germania, Regno Unito, Francia, Stati Uniti, prime 4 destinazioni dell’export di spaghetti, fusilli e maccheroni e un peso di circa la metà sulla quota export totale di pasta, la crescita media delle esportazioni è stata del +8%, con picchi addirittura del’11% in Francia. A livello mondiale, le performance più rilevanti si sono registrate in Olanda, Polonia, Arabia Saudita, Australia, Corea del Sud e Ecuador. “Nel giorno dell’incontro tra il premier Conte e Vladimir Putin, si segnala l’ottima performance della Russia, dove nei primi 7 mesi del 2018 l’export di pasta segna una crescita del +72,5%, per un quantitativo di 20mila tonnellate non lontano dalla quota export complessiva del 2017 (23mila tonnellate)” ricorda una nota di Askanews.

Semola di grano duro e spaghetti i pigliatutto (o quasi)

Per quanto riguarda le tipologie di pasta preferite anche oltreconfine, vince facile, quella di semola di grano duro, mentre il formato più gettonato è rappresentato dagli spaghetti. Ma accanto alla tradizione è boom delle tipologie legate a benessere e salute, con cui i pastai italiani puntano a consolidare la loro leadership: ed ecco la pasta integrale, biologica, senza glutine o con l’aggiunta di altri ingredienti, come legumi, spezie e superfoods (ceci, lenticchie, curcuma, grano saraceno, sorgo, amaranto, teff, etc). E ancora, quella a rapida cottura, pronta dopo soli 4 minuti nell’acqua bollente. Non è una pasta precotta, ma è ottenuta con particolari tecniche di lavorazione: è più ricca d’acqua rispetto alla pasta comune e quindi, a parità di peso, fornisce anche meno calorie.

Italiani i primi consumatori di pasta

L’Italia è tra i paesi maggiormente consumatori al mondo di pasta (23kg procapite/anno).  Non per niente, la pasta è tra gli alimenti mangiati da quasi tutti (99%), in media circa 5 volte a settimana. E addirittura il 46% la considera come l’alimento preferito, per ragioni di gusto o di salute.

 

Bollette elettriche, cosa cambia: basta conguagli per periodi superiori a due anni

Sono in arrivo, insieme alle annunciate stangate, anche delle parziali buone notizie per i contribuenti italiani alle prese con le bollette – sempre più pesanti – da pagare. Da marzo 2018, infatti, per ciò che concerne le bollette elettriche non potranno più arrivare conguagli relativi a periodi superiori ai due anni. La nuova regola, stabilita dalla legge di Bilancio, riduce decisamente il periodo di riscossione, che prima arrivava a cinque anni. Addio per sempre quindi ai temuti maxiconguagli che lasciavano a bocca aperta e a tasche vuote cittadini e imprese.

Cosa dice l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente

“Nel caso di fatture di energia elettrica con scadenza successiva al primo marzo – rende noto l’Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente -, nei casi di rilevanti ritardi nella fatturazione da parte dei venditori o nella fatturazione di conguagli per la mancata disponibilità di dati effettivi per un periodo particolarmente rilevante, il cliente potrà eccepire la prescrizione, passata da 5 a 2 anni, cosiddetta breve e pagare soltanto gli ultimi 24 mesi fatturati”.

Qualche giorno in più

A fare un conteggio preciso, però, i giorni risultano essere qualcuno in più. Il calcolo parte, infatti, dal termine in cui i venditori sono obbligati a chiedere un pagamento ovvero entro 45 giorni dall’ultimo giorno fatturato. “Nel caso di ritardo del venditore nel fatturare i conguagli, pur disponendo tempestivamente dei dati di misura di rettifica, per consumi riferiti a periodi maggiori di due anni – precisa l’Arera – il cliente è legittimato a sospendere il pagamento, previo reclamo al venditore e qualora l’Antitrust (Agcm) abbia aperto un procedimento nei confronti di quest’ultimo, e avrà inoltre diritto a ricevere il rimborso dei pagamenti effettuati qualora il procedimento Agcm si concluda con l’accertamento di una violazione”.

Piccole imprese e famiglie più protette dalle “stangate”

“Famiglie e piccole imprese in questo modo saranno maggiormente protette dal rischio di dover pagare le cosiddette ‘maxibollette’ – sottolineano dall’Arera-, cioè importi di entità molto superiore al consueto, derivanti da rilevanti ritardi dei venditori, ad esempio blocco di fatturazione, rettifiche del dato di misura precedentemente fornito dal distributore e utilizzato per fatturare o perduranti mancate letture del contatore da parte dei distributori, laddove tale assenza non sia riconducibile alla condotta del cliente finale”. In questa direzione, diremo addio ai maxiconguagli anche per le bollette del gas, ma dovremo aspettare un anno, e dell’acqua, fra 24 mesi.

Rapporto Italia 2018, aumentano gli ottimisti e i (piccoli) budget per il divertimento

Qualche segnale positivo c’è, a cominciare dal crescente numero di ottimisti, che affronta il futuro con un pizzico in più di fiducia. E’ questo uno dei dati che emerge da il Rapporto Italia 2018 dell’Eurispes, che da trent’anni dà conto dello stato di ‘salute’ del nostro Paese. A dire la verità, il report fa uno scatto della situazione nazionale a metà fra luci e ombre: il Sistema è “fragile” ma “non debole”, sintetizza il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara: “l’Italia ha molte frecce nel suo arco, enormi potenzialità ma ha grandi difficoltà a trasformare la sua potenza in energia”. Già, perché se da un lato crescono leggermente i consumi per il tempo libero, come andare a cena fuori, dall’altro ci sono sempre 4 italiani su 10 che devono dare fondo ai propri risparmi per arrivare a fine mese.

Pessimisti giù, per fortuna

Il 38,9% degli italiani pensa che la situazione economica negli ultimi 12 mesi sia rimasta stabile: lo affermano le rilevazioni dell’istituto di ricerca. Scende il numero di persone che si dichiara pessimista e percepisce la propria condizione economica in peggioramento (41,5%; -17,6% rispetto al 2017) mentre aumenta la quota degli ottimisti (16,6%; +3,2%). Tuttavia, il 18,7%, dichiara di non riuscire a risparmiare. Fanno fatica, in particolare, le persone che hanno un mutuo (25,4%) o un affitto (38%) sulle spalle.

Piccoli lussi, perché no?

Che ci sia una piccola rimonta in atto lo si evince dalle lieve ripresa dei consumi, e in particolare dei piccoli budget destinati ai momenti di svago e alla cura di se stessi. Nell’ultimo anno, il 43,7% degli italiani ha speso di più per i prodotti alimentari rispetto agli anni precedenti. In merito agli extra e agli svaghi, il 27,8% ha mangiato più spesso fuori casa, il 26,3% ha speso di più per il tempo libero, il 21,1% ha fatto più viaggi e vacanze. E aumentano gli acquisti per se stessi: il 21,8% ha speso di più per vestiario ed accessori e il 16,7% ha speso di più per estetista, parrucchiere, articoli di profumeria.

Meno male che c’è la famiglia

Meno male che c’è la famiglia. Quando si sono presentate difficoltà economiche il 31,6% degli italiani ha chiesto aiuto alla famiglia d’origine, il 12,2% il sostegno di amici e colleghi. Un 8,9% del campione è tornato a vivere dai genitori o dai suoceri. I nonni si confermano un punto di riferimento: sono un sostegno economico della famiglia (per il 72,7%) e danno supporto ai figli mettendo a disposizione il loro tempo per aiutarli a gestire i bambini e gli impegni quotidiani (78,6%).

Poca fiducia nella politica

Nonostante qualche segnale di ritrovato ottimismo, i dati di Eurispes confermano la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica. Anche se in “una interessante complessiva crescita del clima di fiducia nelle Istituzioni” dice il rapporto, solo un italiano su 5 (il 21,5%) esprime fiducia nei confronti del Governo e poco più, il 22,3%, nel Parlamento. Gli sfiduciati sono però il 20% in meno rispetto al 2013. L’inversione di tendenza nel clima di fiducia nelle Istituzioni riguarda soprattutto le Forze di Polizia, le Forze Armate e sui Servizi di Intelligence.