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Arriva l’Innovation manager, un superconsulente digitale per le Pmi

Gli uffici studi di Camera e Senato lo hanno definito voucher manager, la Gazzetta Ufficiale invece non ha indicato un nome specifico per questo ruolo. Ma per tutti è l’Innovation manager, un superconsulente esperto in trasformazione tecnologica e digitale. La Legge di Bilancio 2019 prevede infatti un contributo di 25 milioni destinato alle Pmi che si avvalgono della consulenza di questa nuova figura professionale, un esperto di innovazione per supportare le piccole e medie imprese nel processo di digitalizzazione. E il Politecnico di Milano ha avviato il Percorso executive in gestione strategica dell’innovazione digitale, che punta proprio a formare questa figura.

A chi è diretto il voucher

In una prima formulazione, il contributo era riservato in egual misura a tutte le Pmi. Nella versione definitiva delle Legge viene fatta una distinzione: attingendo dal fondo annuale di 25 milioni, previsto per gli anni fiscali 2019-2020, le piccole e micro imprese ricevono un voucher che copre il 50% dei costi sostenuti per la consulenza, entro un limite massimo di 40.000 euro, riporta Agi. Per le medie imprese invece il contributo è pari al 30% della spesa, con un limite massimo di 25.000 euro.

Esiste però anche una terza opzione, rivolta alle imprese che hanno stretto un “contratto di rete”. In questo caso il contributo è del 50%, fino a 80.000 euro, non per la singola impresa ma per l’intera rete

I campi di applicazione

Il campo di applicazione della consulenza è molto ampio, e riguarda una complessiva riorganizzazione aziendale, compresa quella che guarda ai mercati finanziari e dei capitali. L’Innovation manager si occuperà anche di digital disruption e digital strategy, organizzazione e processi per la trasformazione digitale, modelli di sourcing e strumenti contrattuali per l’innovazione digitale ancora, disegno e innovazione di nuovi business model, corporate enterpreneu. E rship e startup, cloud e architetture orientate ai servizi per l’agile enterprise, innovazione digitale nella supply chain, canali digitali e nuovi paradigmi di marketing.

La legge cita poi le “tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0”: Big data e analytics, cloud, cyber security, sistemi di simulazione, realtà virtuale e aumentata, robotica, stampa 3D, IoT e prototipazione rapida.

I tempi e i requisiti

Insomma, si parla di innovazione e digitale a tutto tondo, dall’imprenditoria alla riorganizzazione interna alla promozione e la selezione di talenti e startup con i quali collaborare. La consulenza però non si potrà assegnare a chiunque. Entro 90 giorni dalla pubblicazione della norma (cioè entro la fine di marzo), il Ministro dello Sviluppo Economico deve emanare un decreto che individua un elenco che include le società di consulenza o i manager qualificati tra i quali scegliere. Lo stesso decreto individuerà anche i requisiti necessari per diventare un Innovation manager. È quindi probabile che, per il 2019, i primi Innovation manager abbiano 6-7 mesi per farsi spazio.

 

Per ogni operatore Cpi 506 potenziali beneficiari del reddito cittadinanza

Sono 506 i potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza che ogni operatore dei Centri per l’impiego potrebbe prendere in carico. Si tratta della stima del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro. Secondo i dati Istat 2017, infatti, gli individui che in Italia vivono sotto la soglia di povertà sono circa 5 milioni, e dei circa 3 milioni e 300mila in età lavorativa potrebbero essere circa 2 milioni e 500mila, il 75% dei beneficiari, a recarsi per la sottoscrizione del patto per il lavoro. Ogni operatore, quindi, dovrebbe prenderne in carico circa 506. Secondo le previsioni dell’articolo 4 del decreto legge, una parte dei potenziali beneficiari  dovrà essere convocata dai centri per l’impiego per la sottoscrizione del Patto per il lavoro, e i restanti dai comuni per il patto per l’inclusione sociale.

Non tutti i dipendenti dei Cpi dispongono delle professionalità richieste

I requisiti mediante i quali sarà operata la distinzione sono quelli previsti al comma 5 del decreto.  E in considerazione dell’attuale numero degli addetti dei centri per l’impiego ogni operatore dovrebbe pertanto prendere immediatamente in carico circa 506 potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza. “Ciò in quanto soltanto gli operatori specializzati (n. 4.981 solo cat. C e12 D) – sottolineano i consulenti del lavoro – e non tutti i dipendenti dei centri per l’impiego dispongono delle richieste professionalità”. Ma per i consulenti del lavoro, “pur condividendo la finalità di aumentare il numero degli operatori addetti al servizio delle politiche attive per il lavoro, occorre che si chiarisca il ruolo e la figura del cosiddetto ‘navigator’, prevista nel decreto legge”.

Il ruolo dei navigator

Non si comprende, infatti, dove i navigator sarebbero fisicamente collocati, e con quale modello organizzativo opererebbero. Va tenuto in considerazione che le attività connesse alla stipula del patto per il lavoro sono di pertinenza dei centri per l’impiego e, laddove previsto dalle leggi regionali, degli operatori privati accreditati, che per tali funzioni utilizzano proprio personale. Secondo i professionisti, riporta Adnkronos, “la criticità più importante è sicuramente quella della sospensione dell’assegno di ricollocazione per i percettori di Naspi fino al 2021”.

Evitare sovrapposizioni tra misure regionali e nazionali

Con tale previsione, chi perde un posto di lavoro e non si trova nelle condizioni per poter beneficiare del reddito di cittadinanza si vedrà privato di quell’unico strumento di politica attiva di livello nazionale, appunto l’assegno di ricollocazione, in grado di supportarlo nella ricerca di una nuova occupazione”.

“Al proposito – spiegano i consulenti – molte Regioni, infatti, opportunamente, hanno orientato le proprie misure di politica attiva del lavoro verso target di destinatari diversi, proprio per evitare sovrapposizioni tra misure regionali e nazionali. Con tale previsione si crea un vuoto di tutela nei confronti dei disoccupati percettori di Naspi”.

Italia tra gli ultimi per capacità di spesa fondi Ue in Ict e ricerca

L’Italia è sul fondo della classifica dei Paesi europei per la capacità di spesa dei fondi in Ict e ricerca e innovazione. I fondi disponibili a valere sul Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr 2014-2020) per favorire l’innovazione nel nostro Paese sono 8,3 miliardi di euro, 6 miliardi per la ricerca e l’innovazione, e 2,3 miliardi per lo sviluppo dell’Ict. Un valore molto alto di risorse disponibili, il terzo dopo Polonia e Spagna. Ma, dopo quasi cinque anni dall’avvio dell’Agenda Digitale italiana, ne sono stati spesi solo 828 milioni, pari al 12,3% del totale, collocando l’Italia al quartultimo posto in classifica.

“L’attuazione del piano Agenda Digitale stenta a decollare”.

È quanto emerge da un’analisi condotta dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, secondo la quale “nonostante le grandi ambizioni del piano nazionale Agenda Digitale, finalizzato a rendere più competitive le aziende italiane e le infrastrutture tecnologiche, l’attuazione del programma stenta a decollare”.

A livello regionale Puglia, Campania e Sicilia sono le regioni che hanno programmato investimenti più ingenti, superiori ai 600 milioni ognuna. Ma se la Puglia ha rendicontato il 12% delle spese effettuate (in linea con la media nazionale), la Sicilia a settembre 2018 non ha rendicontato alcuna spesa, e la Campania solo 5 milioni di euro (pari all’1%) della programmazione approvata, riferisce Adnkronos.

Gli occupati nella produzione di beni altamente tecnologici sono lo 0,9%…

La scarsa capacità di spesa delle ingenti risorse europee mostra i suoi effetti anche sull’occupazione nei settori ad alta innovazione tecnologica. Dal report emerge come in Italia in questi ambiti sono occupate 775 mila persone e la crescita, dal 2008 a oggi, è stata di sole 11mila unità (+1,5%). E se nell’area euro sono 5,7 milioni le persone occupate in tali settori, con una crescita di 362mila unità dal 2008 (+6,7%) nel nostro Paese la quota di occupati nella produzione di beni altamente tecnologici è dello 0,9% (la media europea è pari all’1,1%).

 …e quelli nei servizi ad alta intensità di conoscenza il 2,5%

Rispetto ai servizi ad alta tecnologia e alta intensità di conoscenza nell’occupazione l’Italia si attesta al 2,5%, un livello inferiore di 0,4 punti percentuali rispetto alla media dell’Eurozona. Nel 2017, inoltre, il 39,8% degli occupati in settori ad alta intensità tecnologica ha conseguito la laurea, rispetto a una media nazionale di occupati laureati pari al 22%.

Tuttavia, le donne sono solo il 31,4%, oltre 10 punti percentuali in meno della quota di donne occupate in tutti i settori (42%). La media italiana del 3,4% è trainata da Liguria (4%), Lombardia (4,7%) e Lazio (6,1%), mentre gran parte delle regioni ha una quota di occupati in settori ad alta intensità tecnologica al di sotto del 2,5%.

Auto: immatricolazioni -2,9% nel 2018, ma cresce l’usato

Il mercato delle automobili pesa per il 3% sui consumi totali italiani, con un incremento dell’incidenza dello 0,7% rispetto al 2014. Il primato per giro d’affari spetta però alle auto usate, con quasi 19 miliardi di euro, mentre il mercato delle auto nuove, secondo le stime di Prometeia, a fine anno ha raggiunto 17,6 miliardi di euro, per un totale di 1.932.000 immatricolazioni. Una cifra che segna una contrazione del 2,1% in valore e del 2,9% in volume.

In generale, nel 2018 le vendite di veicoli sia nuovi sia usati sono cresciute dell’1,6% in volume, mentre i prezzi risultano in calo dello 0,5%. Inoltre, nel 2018 le immatricolazioni dei privati scendono del 3,5%, confermando l’andamento negativo già rilevato nel 2017. Brusca frenata anche per le auto aziendali, per le quali si registra una flessione del 2,2% dopo l’impennata del 22,8% dello scorso anno.

Cosa rallenta l’acquisto di auto nuove?

Secondo l’Osservatorio Findomestic a rallentare l’acquisto di auto nuove contribuiscono diversi fattori. A cominciare dall’incertezza della situazione economica, ma anche la crescente incidenza sui budget familiari dei beni durevoli per la casa. Non meno rilevanti gli interventi di policy, come l’introduzione della procedura di omologazione WLPT (World Harmonized Light Vehicle Test Procedure), ovvero il nuovo standard per le emissioni inquinanti in vigore da settembre 2018, e i provvedimenti contro le motorizzazioni diesel.

Più car sharing e auto NLT meno auto di proprietà

A impedire la crescita delle immatricolazioni di auto però è anche la crescente diffusione di nuove abitudini di utilizzo nel campo della mobilità. Come la modalità in condivisione, o il car sharing, sempre più impiegato per spostarsi nei grandi centri cittadini. O come una crescente propensione verso il noleggio a lungo termine (NLT) piuttosto che al possesso del veicolo.

Sono infatti 881mila le auto NLT in circolazione, e secondo le stime nel 2018 le immatricolazioni toccheranno le 276.000 unità, con un aumento del 6,1% rispetto al 2017. E garantendo quindi al settore una quota di mercato del 14,3%.

Diesel in calo, ma ancora al 54%. Ibride ed elettriche +40%

Anche se il primato delle auto a motore diesel è a rischio, riferisce askanews, più di un’auto su due (54%) di nuova immatricolazione è alimentata ancora a diesel. E questo nonostante il calo del 10% registrato quest’anno. Di contro le auto a benzina crescono solo del 4%, e raggiungono una quota di mercato pari al 33%, mentre quelle con alimentazione alternativa aumentano del 15%, aggiudicandosi una fetta di mercato pari al 13%.

Le automobili ibride ed elettriche sono in aumento del 40%, e valgono un terzo di quelle con alimentazione alternative. I veicoli alimentati a metano invece crescono del 23%, mentre sono in lieve flessione (-0,6%) quelli a Gpl.

Welfare e wellbeing aziendale in crescita fra le imprese

Il welfare aziendale è ormai fondamentale per la gestione del rapporto azienda/lavoratore. Tanto che il numero di imprese che utilizza il premio di risultato per finanziare piani di welfare è in aumento, arrivate quest’anno al 47,8%. In aumento anche il numero di aziende che effettua investimenti ad hoc (62,2%), mentre il 55% prevede la possibilità di convertire tutto il premio di risultato, o parte di esso, in servizi di welfare.

E cresce anche l’attenzione delle aziende verso il wellbeing, i servizi per il benessere delle persone, specie quelli indirizzati a favorire il movimento fisico (+8,3) e la corretta alimentazione (+8,1).

Le grandi aziende puntano sul welfare

Sono alcuni dati del 5° Rapporto Welfare e 2° Rapporto Wellbeing di OD&M Consulting (società di Gi Group specializzata in Hr Consulting), basato sui risultati di due survey, condotte una su un panel di 161 aziende italiane e l’altra su un campione di oltre 500 lavoratori, riferisce Adnkronos.

Tra le imprese che al momento hanno un piano di welfare sono le grandi aziende le più numerose (77,5%). Aumentano però le piccole imprese che ne stanno progettando l’implementazione nel breve periodo (62,5%).

Rispetto ai piani di welfare si mantiene alta la soddisfazione dei dipendenti (in media 84%, nelle Pmi 93,3%). Ma tra i lavoratori che hanno la possibilità di convertire una quota del premio di risultato, però, quasi il 50% non procede, o ne converte una quota inferiore al 30%.

Assistenza sanitaria, ferie e permessi, servizi di ristorazione i servizi più apprezzati

Oltre l’80% delle imprese offre un piano di welfare a tutti i dipendenti, e il 53,5% differenzia i servizi. Inoltre, il 73% delle imprese offre ai dipendenti la possibilità di scegliere all’interno di un paniere di servizi. L’assistenza sanitaria rimane il servizio più apprezzato dai lavoratori con quasi l’80% di gradimento, seguito da ferie e permessi, servizi di ristorazione, gestione del tempo (smart working).

Seguono a pari merito i servizi di previdenza e di mobilità (69,2%), oltre ai programmi e servizi assicurativi e ai piani di maternità.

Implementare piani di welfare per aumentare il livello di wellbeing

Oltre che per obbligo derivante da contratto nazionale, nel 35,6% dei casi le aziende implementano piani di welfare per aumentare il livello di wellbeing delle persone e il benessere organizzativo. Tra i lavoratori che hanno percepito che questa fosse la finalità principale (21,4%) è cresciuto maggiormente il grado di soddisfazione (+7,4%). Inoltre, 9 lavoratori su 10 (89,9%) pensano che i servizi di welfare aziendale possono impattare positivamente sul livello di benessere personale, e sul bilanciamento tra vita lavorativa e privata. E il 72,5% pensa che la propria azienda investirà in futuro su questa tipologia di servizi.

 

 

La Cina entra nella top 20 dei Paesi innovatori. Italia 31a

L’Asia si fa strada nella classifica dei Paesi più innovativi al mondo. E non solo con Singapore, Giappone, Corea del Sud e Hong Kong: quest’anno per la prima volta anche la Cina fa il suo ingresso nella lista della top 20. Anche se a guidare la classifica si conferma ancora la Svizzera, seguita da Olanda e Svezia. E l’Italia? Perde due posizioni arretrando al 31° posto, dopo Slovenia, Cipro, Spagna e Repubblica Ceca.

È il quadro delineato dal nuovo Global Innovation Index (GII), l’indicatore dell’innovazione tecnologica delle nazioni pubblicato dalla Cornell University e l’Organizzazione mondiale sulla proprietà intellettuale (Wipo), sulla rivista dell’Accademia americana delle science (Pnas).

Una top 10 quasi tutta europea. Con qualche eccezione

Il GII valuta le economie di 126 Paesi sulla base di 80 indicatori, che vanno dal tasso di presentazione di nuovi brevetti alla creazione di app, la spesa per l’istruzione e le pubblicazioni tecniche e scientifiche. E se la top 10 è quasi tutta europea (con qualche eccezione: dopo la Svizzera, seguono Olanda, Svezia, Regno Unito, Singapore, Stati Uniti, Finlandia, Danimarca, Germania e Irlanda), nella seconda parte della classifica ci sono due new entry rispetto al 2017: l’Australia, che guadagna 3 posizioni arrivando 20a, e la Cina, che ne scala 5 arrivando 17a. Un risultato che testimonia le rapide trasformazioni generate dalle politiche del governo cinese, che ha dato la priorità a ricerca e sviluppo.

La Cina supera gli Usa per volume di ricerca, brevetti e pubblicazioni

Gli Usa invece retrocedono di due posizioni, ma rimangono comunque in assoluto il numero uno in termini di contributi e produzione innovativi, inclusi gli investimenti in R&S, ma sono secondi alla Cina per volume di ricerca, brevetti e pubblicazioni tecniche, riporta Ansa.

Malesia (35), Thailandia (44) e Vietnam (45) salgono sempre più in alto nella classifica, mentre nell’Asia Centrale e meridionale è l’India (57) a detenere il primato e, secondo il rapporto, ha “il potenziale di fare la differenza nel panorama dell’innovazione globale nei prossimi anni”.

Cipro, Finlandia e Lituania leader globali nello sviluppo di app

Il rapporto evidenzia anche un calo preoccupante della richiesta di brevetti legati alle energie rinnovabili dopo il picco del 2012, mentre segnala Cipro, Finlandia e Lituania come leader globali nello sviluppo di app per dispositivi mobili.

In America Latina il Cile, 47°, è il primo Paese della regione, seguito da Costa Rica e Messico, superando il Brasile, che pur avendo guadagnato 5 posizioni, è 64°. L’Africa invece, sebbene occupi l’ultima parte della classifica, presenta alcune realtà in crescita. Come il Sudafrica (58°), che vede migliorare la qualità delle sue pubblicazioni scientifiche grazie alle sue università.

Vuoi imparare? Se sei felice è più facile

La felicità non è solo un lasciapassare per la salute – come dimostrano diverse ricerche mediche – ma anche un passaporto per l’apprendimento. In sintesi, chi è felice impara più in fretta rispetto a chi non lo è. Lo ha scoperto un gruppo di ricerca internazionale del Champalimaud Centre for the Unknown (Ccu), in Portogallo, e dell’University College London (Ucl), nel Regno Unito. Il team di lavoro ha infatti individuato un effetto precedentemente sconosciuto della serotonina, meglio nota come ‘l’ormone della felicità’, sull’apprendimento. I risultati dello studio sui topi sono pubblicati su ‘Nature Communications’.

Le scoperte emerse dallo studio internazionale

“Lo studio ha scoperto che la serotonina aumenta la velocità di apprendimento. Quando i neuroni della serotonina venivano attivati artificialmente, usando la luce rendevano i topi più rapidi nell’adattare il loro comportamento in una situazione che richiedeva flessibilità. Gli animali davano più peso alle nuove informazioni e modificavano la propria mente più rapidamente quando questi neuroni erano attivi” ha spiegato Zach Mainen, uno dei responsabili della ricerca internazionale. Già in passato analoghi studi avevano dimostrato come la serotonina avesse un diretto collegamento con l’aumento della plasticità cerebrale. Quest’ultimo lavoro di ricerca contribuisce a sostenere un’interpretazione in questa direzione, e a lasciare ancora ampi margini agli studi relativi alla connessione fra felicità e capacità cerebrali.

Il ruolo della serotonina sull’apprendimento

La serotonina è una delle principali sostanze chimiche utilizzate dalle cellule nervose per comunicare tra loro, e i suoi effetti sul comportamento non sono ancora chiari. Per molto tempo i neuroscienziati si sono interrogati sull’azione di questo neurotrasmettitore in un cervello normale. Finora però è stato difficile definire la funzione della serotonina, in particolare per quanto riguarda l’apprendimento. Usando un nuovo modello matematico, il team internazionale sembra aver fatto luce su questo mistero.

L’ormone del buonumore, quante funzioni positive per corpo e psiche

Di quanto serva la serotonina al nostro benessere psicofisico, però, si sa già molto. Ad esempio questo ormone – chiamato anche della felicità e del buonumore – regola diverse funzioni: ad esempio i ritmi circadiani, ovvero il ciclo sonno-veglia. Ancora, regola il senso di appetito, ma controlla anche la pressione del sangue e il comportamento sessuale. Inoltre, è fondamentale nelle relazioni sociali: un basso livello di serotonina porta a stati ansiosi, depressione e addirittura all’aggressività. Oltre a tenere bassa la soglia del dolore, la serotonina – e questo è comprovato – contribuisce a mantenere sana la memoria e favorisce la capacità di concentrazione.

Lavori troppo? Per la scienza metti a rischio la tua salute

Troppo lavoro fa male alla salute. Come a dire, i dipendenti che si prodigano eccessivamente, o per troppo tempo, alle loro mansioni professionali rischiamo di mettere a repentaglio il loro benessere. Lo stacanovismo, quindi, pare non essere un modello vincente da seguire, anzi. I rischi sono seri: insonnia, depressione, problemi fisici gravi o cronici, dovuti all’eccesso di fatica e di stress frutto di un mondo lavorativo sempre più frenetico.

Eccesso di ore di lavoro: cosa dice la scienza

Che lo stacanovismo possa portare a degli effetti negativi sulla salute trova conferma anche negli ultimi dati scientifici. In base a una ricerca pubblicata sulla rivista Lancet e ripresa dalla CBS e da Askanews, sembrerebbe che lavorare più di 55 ore alla settimana accresca il rischio di ictus del 27% e di sviluppare una malattia cronica del 13%. Questa instabilità porta l’organismo e la salute mentale a situazioni di stress e per cercare di “non perdere la testa” l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha istituito la Giornata Mondiale per la Salute e Sicurezza sul Lavoro, utile a ricordare di ridimensionare gli impegni e a salvaguardare se stessi.

I consigli dell’esperta

I consigli per affrontare al meglio un mondo lavorativo sempre più convulso arrivano dall’esperta Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia. Che spiega: “La realtà del lavoro è cambiata: oggi il modo di giudicare una buona performance infatti non è uguale a ieri perché si lavora per obbiettivi con azioni fulminee, decisioni veloci veicolate con poche informazioni che però devono essere efficaci e ponderate. Anche le aspettative elevate e la paura delle intelligenze artificiali che sostituiscono l’operato dell’uomo, rendendolo fragile e spaventato, sono due fattori da non sottovalutare perché il lavoratore si sente improvvisamente obsoleto. I contesti “centrifuga” fanno parte ormai della nostra realtà quotidiana e provocano pressione continua di cui è difficile liberarsi”.

Dopo i 40 anni? Non più di 25 ore a settimana

Una ricerca della Melbourne University e pubblicata sul The Guardian mette in guardia in particolare i lavoratori che hanno superato i 40 anni di età. Per chi è entrato negli “anta”, consiglia lo studio, l’orario di lavoro settimanale non dovrebbe superare le 25 ore. La ricerca, frutto di un sondaggio effettuato su un campione di 6500 lavoratori australiani, si è basata su tre parametri: memoria, abilità percettive e capacità di comprensione di un testo scritto. È emerso che, indistintamente uomini e donne, hanno difficoltà a concentrarsi e il calo della produttività è evidente. “La soluzione è trovare spazi di decompressione, iniziando dalle piccole cose come smettere di mangiare di fronte al pc o non pranzare affatto, per arrivare alle grandi e complesse come cambiare prospettiva mentale e imparare a convivere con la pressione dei nostri tempi con cui tutti ci dobbiamo misurare ed essere in grado di commutare la velocità e il caos da anomalia a normalità” conclude Marina Osnaghi

Il dipendente in malattia? Non ha solo diritti, ma anche doveri

Il dipendente in malattia non ha solo diritti, ma anche dei doveri: non soltanto nei confronti del datore di lavoro, ma anche della propria salute. Il periodo coperto dall’indennità di malattia prevede infatti che i dipendenti rispettino determinate “regole”. Quindi, il dipendente non si deve limitare a fare comunicazione della malattia al proprio datore di lavoro, richiedere il certificato al proprio medico di base, e rispettare gli orari di reperibilità previsti per le visite fiscali, ma è anche chiamato a curarsi, e a non svolgere tutte quelle attività che potrebbero peggiorare le proprie condizioni di salute oppure rallentare il percorso di guarigione.

La Corte di Cassazione stabilisce la legittimità di licenziamento se il dipendente in malattia svolge attività che possono ostacolarne la guarigione

La Corte di Cassazione ha stabilito la legittimità del licenziamento qualora il dipendente in malattia svolga attività che possono ostacolare la sua guarigione. Secondo la recente sentenza della Corte di Cassazione numero 6047/2018 il lavoratore in malattia può essere licenziato dal proprio datore di lavoro per giusta causa qualora non venissero rispettate le indicazioni stabilite per Legge.

Il caso arrivato in Cassazione ha visto vincere un’azienda che aveva disposto un licenziamento per giusta causa

Il caso arrivato in Cassazione ha visto vincere un’azienda che aveva disposto un licenziamento per giusta causa di un dipendente in malattia per lombosciatalgia, il dolore alla colonna vertebrale che si irradia fino alla superficie posteriore della coscia per un’infiammazione del nervo sciatico. Insomma, il più comunemente detto “mal di schiena”. Il dipendente in questione, in seguito licenziato dall’azienda, durante il periodo di indennità sembra avere partecipato a un concerto, addirittura suonando sul palco con il suo gruppo musicale. L’azienda è venuta a conoscenza dell’accaduto tramite il profilo Facebook del dipendente stesso e ha provveduto al licenziamento.

Lo svolgimento dell’attività di rischio getta le basi per la giustificazione del licenziamento da parte del datore di lavoro

La risposta della Corte di Cassazione in questo caso è stata chiara: l’azienda è legittimata a procedere con il licenziamento per giusta causa qualora il dipendente svolga attività che con molta probabilità prolunghino il periodo di malattia, come appunto suonare su un palco se si è affetti di lombosciatalgia. Lo svolgimento dell’attività di rischio, aggiunge la Cassazione, porta a presumere l’inesistenza stessa della malattia, gettando quindi le basi per la giustificazione di un licenziamento da parte del datore di lavoro.

Snapchat, tempo di cambiare per risollevarsi. Amici da una parte, notizie dall’altra

Sono stati mesi duri per Snapchat, l’app creata per l’invio di foto e video usa e getta e che ora punta a un totale rinnovamento per contrastare la competizione con competitors “carro armato” come Instagram e gli altri social network. Insomma, per il proprio restyling la app – famosa anche per la possibilità di modificare la propria immagine con faccine di animali, accessori floreali e dotazioni buffe – ha deciso di fare un po’ d’ordine. Tradotto nei fatti, il make up di Snapchat prevede il ritorno in primo piano della parte social, con le storie e i messaggi degli amici, che sarà ben divisa  dalla sezione dedicata ai contenuti di media e creativi.

Snapchat diventa “più personale”

A spiegare meglio il senso del restyling è proprio il numero uno della compagnia, Evan Spiegel, che in un video pubblicato su Youtube ha raccontato i cambiamenti in atto e i loro obiettivi. “Rendiamo Snapchat più personale” dice Spiegel. “Una delle critiche più ricorrenti ai social media è che mettono insieme foto e video dei propri amici insieme a contenuti di editori, creativi e influencer. Ma gli amici non sono ‘contenuti’, sono relazioni”. Quindi, l’applicazione ha deciso di separarli dai media in due sezioni separate.

A destra e a sinistra i diversi tipi di contenuti

Come riporta l’Ansa, ora le chat e le Storie degli amici saranno a sinistra della fotocamera di Snapchat, mentre le Storie di editori, autori e community a destra. Tra le novità la pagina “Amici” dinamica, che mostrerà i contatti in base alle modalità di interazione con gli altri iscritti alla piattaforma: una specie di funzione dei “migliori amici” potenziata. La nuova pagina Discover sarà invece il frutto di un mix di tecnologia e intervento umano: i contenuti saranno approvati da un team di persone in carne e ossa, mentre la loro proposta all’utente sarà personalizzata da un algoritmo. “Le Storie alle quali sei iscritto saranno disposte in alto, seguite da altre Storie che potrebbero interessarti. Con il passare del tempo, Discover sarà completamente personalizzato in base ai tuoi interessi” fanno sapere dall’app del fantasmino giallo.

Servirà per risollevare il business?

Le novità introdotte hanno anche il chiaro obiettivo di riportare in auge la app, che ha incontrato non pochi intoppi dopo lo sbarco alla borsa di Wall Street. Così tante difficoltà che sono arrivati in suo soccorso addirittura investitori asiatici: la cinese Tencent, cui fa capo la piattaforma di messaggi WeChat, è infatti salita al 10% del capitale di Snapchat.