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Occupazione, +134mila contratti a tempo indeterminato nel secondo trimestre 2019

Nel secondo trimestre del 2019 l’occupazione è in crescita, e sono 134mila in più i contratti a tempo indeterminato, mentre sono 45mila in meno quelli a tempo determinato. Questa tendenza continua a essere influenzata da un elevato livello di trasformazioni a tempo indeterminato (+159mila), contribuendo in modo complementare ad accrescere il numero di posizioni a tempo indeterminato e a diminuire quello delle posizioni a termine. L’incidenza delle trasformazioni sul totale degli ingressi a tempo indeterminato (attivazioni e trasformazioni) nel secondo trimestre dell’anno raggiunge il 22,4%, il secondo valore più alto dopo quello del primo trimestre (28,7%). È quanto emerge dalla Nota trimestrale diffusa dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali, l’Istat, l’Inps, l’Inail e l’Anpal.

Incremento congiunturale per le posizioni lavorative dipendenti

Dopo undici trimestri di crescita anche su base annua la dinamica delle posizioni a tempo determinato risulta per la seconda volta negativa (- 92mila). Tale andamento si accentua nei dati Inps-Uniemens (- 198mila nel secondo trimestre 2019), che comprendono anche il lavoro in somministrazione e a chiamata. Le posizioni lavorative dipendenti invece, nei dati destagionalizzati, presentano un incremento congiunturale. Nel secondo trimestre 2019, in base alle comunicazioni obbligatorie, le attivazioni sono state 2 milioni 535mila, e le cessazioni 2 milioni 446mila, determinando un saldo positivo di 89mila posizioni di lavoro dipendente.

Aumento maggiore per i servizi, moderato per industria e costruzioni

La crescita riguarda tutti i settori di attività economica, soprattutto i servizi (+76mila), mentre l’industria in senso stretto (+7mila) e le costruzioni (+5mila) mostrano incrementi meno rilevanti.

Andamenti simili si riscontrano nelle posizioni lavorative dei dipendenti del settore privato extra-agricolo (Istat, Rilevazione Oros), dove la variazione congiunturale di +0,3% (+36mila posizioni) è dovuta a un aumento più contenuto nell’industria in senso stretto (+0,1%, +3mila posizioni) rispetto ai servizi (+0,3%, +29 mila) e alle costruzioni (+0,5%, +4mila), riporta Adnkronos.

“Un segnale importante soprattutto per i giovani”

”Cresce in modo costante e duraturo da oltre un anno il lavoro a tempo indeterminato così come certificato dalle comunicazioni obbligatorie censite dal Ministero del Lavoro – commenta il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo -. Oggi il trend è confermato con 134mila contratti a tempo indeterminato in più nel secondo trimestre del 2019 rispetto al trimestre precedente. Questo è un segnale importante soprattutto per i giovani che vivono con difficoltà l’accesso al mondo del lavoro – continua Catalfo -. L’aumento del lavoro a tempo indeterminato significa dare loro una prospettiva di vita diversa rispetto al passato”.

Il riscaldamento globale brucia 80 milioni di posti di lavoro

Il caldo eccessivo è un rischio per la salute anche per i lavoratori, e in casi estremi può causare colpi di calore tali da risultare fatali. Il riscaldamento climatico si tradurrà quindi in uno stress termico che oltre a causare una perdita economica di 2.400 miliardi di dollari, comporterà 80 milioni di posti di lavoro in meno nel mondo entro il 2030. Lo stress termico riguarda una quantità di calore maggiore rispetto a quella che il corpo può tollerare senza subire danni fisiologici. E si verifica a temperature superiori a 35 gradi, accompagnate da un elevato tasso di umidità.

Proiezioni basate su un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi

Lo rileva il rapporto Lavorare su un pianeta più caldo, effettuato dall’organismo delle Nazioni Unite, Organizzazione del lavoro. Le proiezioni del rapporto si basano su un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi, e suggeriscono che entro il 2030 il 2,2% delle ore totali lavorate a livello mondiale andrebbe perso a causa delle alte temperature. Secondo il rapporto l’impatto dello stress termico sulla produttività lavorativa è un’ulteriore conseguenza del cambiamento climatico, che va ad aggiungersi agli altri effetti nefasti, quali la modificazione del regime delle piogge, la crescita del livello dei mari e la perdita della biodiversità.

Asia del Sud e Africa dell’Ovest le aree più colpite dallo stress termico

Globalmente le ricadute saranno ripartite in maniera diseguale tra i Paesi, le regioni che perderanno il maggior numero di ore di lavoro saranno l’Asia del Sud e l’Africa dell’Ovest, con una perdita entro il 2030 di circa 43,9 milioni di posti di lavoro. Le perdite economiche associate allo stress termico si uniranno quindi agli svantaggi economici già esistenti in questi Paesi. In particolare ai tassi elevati di lavoratori poveri, all’occupazione vulnerabile, all’agricoltura di sussistenza e all’assenza di protezione sociale.

I settori più danneggiati, agricoltura e costruzioni

Il settore che potrebbe essere più danneggiato da questo fenomeno è quello dell’agricoltura, che nel mondo occupa 940 milioni di persone. Qui lo stress termico potrebbe causare la perdita del 60% delle ore di lavoro. Ma anche il settore delle costruzioni subirà un forte impatto dal riscaldamento globale, con la perdita del 19% delle ore di lavoro. Gli altri ambiti a rischio, riferisce Ansa, sono i trasporti, il turismo, i beni e servizi ambientali.

Sulla base di queste stime l’Onu chiede dunque agli Stati nuovi sforzi per sviluppare, finanziare e attuare politiche nazionali per combattere i rischi di stress termico e proteggere i lavoratori. Ciò include la creazione di infrastrutture adeguate e migliori sistemi di allerta precoce durante le ondate di calore. E una migliore applicazione delle norme internazionali, come la sicurezza e la salute sul lavoro.

I consigli per ridurre i consumi degli elettrodomestici

Il caldo è arrivato, e frigorifero e condizionatore fanno impennare le bollette. Se il primo durante l’anno è responsabile di circa del 20-25% della spesa totale dell’energia elettrica, tra giugno e settembre aumenta i suoi consumi addirittura del 40-50%. Non è da meno il condizionatore, che con un’accensione per circa 50 minuti al giorno comporta un aumento medio del 10% sul consumo totale della casa, pari a 712 Wh, equivalenti a circa 5 euro al mese.

È quanto rivela Midori, la Pmi con sede all’Energy Center del Politecnico di Torino, che ha analizzato i dati raccolti tramite Ned, il dispositivo smart meter Made in Italy, da collegare al quadro elettrico di casa per monitorare i consumi dei principali elettrodomestici. Ma come contenere i consumi evitando gli sprechi?

Sceglierli di classe non inferiore alla A

La scelta dell’elettrodomestico giusto è prioritaria e decisiva, e sono da preferire quelli di nuova generazione e con classe energetica A, A+, A++ e A+++. Un frigorifero A+++, ad esempio, consuma in media il 60% in meno rispetto a un dispositivo in classe A, per un risparmio di circa 40 euro all’anno. Non bisogna però impostare però temperature troppo basse, che comportano un aumento esponenziale del consumo energetico, ed è opportuno tenerlo lontano da fonti di calore. Inoltre, occorre sbrinarlo periodicamente. Uno spessore di soli 5 mm di ghiaccio porta a consumare il 20% in più di elettricità. Per il condizionatore invece la differenza termica tra l’interno e l’esterno dell’abitazione non dovrebbe superare i 7-8 gradi.

Effettuare la manutenzione degli impianti

Un altro consiglio è quello di effettuare la manutenzione degli impianti. Un elettrodomestico mal funzionante consuma di più e può essere pericoloso. Il condizionatore, ad esempio, ha bisogno di una frequente revisione del filtro, che se troppo sporco o usurato porta l’impianto a consumare una maggior quantità di energia.

Procurandosi poi uno smart meter, è possibile rilevare i consumi della propria abitazione e scoprire il reale utilizzo dell’energia: in questo modo sui può imparare a risparmiare sulla bolletta fino al 20% all’anno.

Lavare a basse temperature o con la modalità “eco”

Per evitare che le ventole dei dispositivi quali pc e televisione lavorino eccessivamente, riporta Adnkronos, è poi sempre meglio non incassarli in spazi troppo ristretti, ma lasciarli “respirare”. Nel caso del frigo, l’eccessiva vicinanza al muro ostacola la fuoriuscita del calore dalla ventola e rende più difficile lo scambio d’aria con l’esterno, rischiando di danneggiarlo e aumentare i consumi.

E poiché in estate è importante stare attenti al consumo di acqua meglio avviare lavatrici e lavastoviglie quando sono a pieno carico, e con lavaggi a basse temperature per i panni, o scegliendo la modalità “eco” nel caso delle stoviglie. Escludendo il prelavaggio nella lavatrice e l’asciugatura nella lavastoviglie, si risparmia inoltre fino al 15% di energia, mentre un altro 30% di risparmio deriva dalla pulizia regolare del filtro e dall’uso di decalcificanti.

Lavarsi le mani è la prima arma contro le infezioni ospedaliere

L’igiene delle mani è fondamentale per prevenire le infezioni. In base ai dati più recenti, ottenuti nel corso di uno studio di prevalenza europeo sui pazienti ricoverati negli ospedali, in Italia l’8% dei degenti ha contratto un’infezione correlata all’assistenza (Ica). Per un totale stimato di più di mezzo milione di pazienti con infezioni nosocomiali per anno. I microrganismi responsabili più comuni sono Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomoas aeruginosa, e Staphylococcus aureus, spesso multiresistenti agli antibiotici di prima e seconda linea per il loro trattamento, e contro i quali vi sono poche armi efficaci. Le infezioni più frequenti, invece, sono quelle respiratorie, seguite dalle batteriemie, le infezioni del tratto urinario, e le infezioni del sito chirurgico.

Save Lives: Clean your Hands, una campagna internazionale dell’Oms

Garantire condizioni di salute migliori, prevenire e controllare le infezioni, aumentare il benessere per tutti sono gli obiettivi della campagna sostenuta dall’Istituto Superiore di Sanità Save Lives: Clean your Hands, che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato in occasione della Giornata internazionale del lavaggio delle mani del 5 maggio. Secondo l’Ocse (Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica), l’igiene delle mani è senz’altro il fattore più importante per la prevenzione, ed è il provvedimento a più basso costo per prevenire le infezioni. Quindi anche il migliore investimento.

Le infezioni correlate all’assistenza causano più morti delle altre malattie infettive

Uno studio dell’Ecdc ha stimato che le infezioni correlate all’assistenza sono responsabili di più morti di quelle causate da tutte le altre malattie infettive sotto sorveglianza europea. È quindi estremamente importante sensibilizzare il personale sanitario sulla corretta igiene delle mani come mezzo per salvare vite umane. “Le infezioni correlate all’assistenza rappresentano infatti un costo elevato sia in termini di morbosità e mortalità per il paziente, sia in termini economici per le organizzazioni sanitarie in quanto richiedono degenze più lunghe e cure più costose”, commenta Annalisa Pantosti del Dipartimento Malattie Infettive dell’ISS.

Applicare procedure adeguate: i pilastri per la prevenzione

“Si tratta, insomma, di uno dei problemi principali per la sicurezza del paziente, ed è evidente la necessità di interventi mirati in tutti gli ospedali – aggiunge Annalisa Pantosti -. Inoltre è stato stimato che almeno la metà delle infezioni correlate all’assistenza sono prevenibili applicando procedure adeguate. L’igiene delle mani, insieme all’igiene ambientale e al corretto uso degli antibiotici (“stewardship antimicrobica”) sono perciò i pilastri per la prevenzione delle infezioni e il loro controllo.

Trovare lavoro: laurearsi conviene ancora?

Conviene ancora laurearsi per trovare un lavoro più facilmente, ma soprattutto per guadagnare di più? I rapporti Istat parlano chiaro: i tassi di occupazione di diplomati e laureati differiscono di 14 punti percentuali. E a fornire una visione chiara e precisa dei corsi di laurea più o meno efficaci dal punto di vista del mercato del lavoro ci ha pensato Almalaurea, il consorzio a cui aderiscono 73 atenei italiani e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Secondo i dati Almalaurea il 71,1% dei laureati triennali è occupato a un anno dal conseguimento del titolo. Una percentuale che si alza fino al 73,9% nel caso dei laureati magistrali. Si tratta però di percentuali abbassate drasticamente dalla crisi: nel 2007, infatti, tali percentuali erano rispettivamente dell’82,8% e dell’80,5%.

La classifica delle facoltà che creano più occupazione

L’ultima indagine di Almalaurea dimostra che a 5 anni dal conseguimento della laurea il 94% dei laureati magistrali in ingegneria risulta occupato, con uno stipendio medio di 1.753 euro mensili. Va bene anche per i laureati nelle professioni medico-sanitarie, occupati per il 93,8% dei casi, con uno stipendio medio di 1.487 euro al mese. Tra i corsi che vantano tassi di occupazione meno lusinghieri si annoverano quelli letterari (79,7%), geo-biologici (78,5%) e giuridici (76,5%). In relazione invece alla voce “stipendi”, i laureati che a 5 anni dal conseguimento del titolo vantano uno stipendio medio minore sono gli psicologi, che si devono accontentare di 1.042 euro al mese.

La “convenienza” non è sul breve termine

Secondo i dati delle richieste da parte delle aziende anche oggi la laurea risulta molto importante. “I dati però sono chiari, e non c’è dubbio nell’affermare che alcuni titoli di laurea sono poco spendibili nell’attuale mercato del lavoro italiano -spiega Carola Adami, CEO di Adami & Associati – penso ad esempio alle lauree in psicologia, alle lauree in ambito letterario e sociale, nonché a quelle giuridiche. Inoltre, la “convenienza” di avere una laurea non è così evidente nel breve termine. “Gli stessi dati Istat hanno dimostrato che a due anni dal conseguimento del titolo – continua Adami – tra i possessori di diploma di maturità e di diploma di laurea la percentuale di occupati è pressapoco la stessa”.

“Lo stacco tra diplomati e laureati cresce a favore di quest’ultimi con l’avanzare del tempo”

I titoli di laurea rivelano però la loro efficacia sul lungo termine. “Il distacco tra ‘semplici’ diplomati e laureati cresce a favore di quest’ultimi con l’avanzare del tempo, sia a livello di occupazione che a livello di salari – aggiunge Adami -. E le indagini lo confermano, con i laureati under 40 che guadagnano di più rispetto ai coetanei. I vantaggi della laurea sono dunque netti – sottolinea l’head hunter- ma affinché si manifestino totalmente devono passare alcuni anni”.

Arriva l’Innovation manager, un superconsulente digitale per le Pmi

Gli uffici studi di Camera e Senato lo hanno definito voucher manager, la Gazzetta Ufficiale invece non ha indicato un nome specifico per questo ruolo. Ma per tutti è l’Innovation manager, un superconsulente esperto in trasformazione tecnologica e digitale. La Legge di Bilancio 2019 prevede infatti un contributo di 25 milioni destinato alle Pmi che si avvalgono della consulenza di questa nuova figura professionale, un esperto di innovazione per supportare le piccole e medie imprese nel processo di digitalizzazione. E il Politecnico di Milano ha avviato il Percorso executive in gestione strategica dell’innovazione digitale, che punta proprio a formare questa figura.

A chi è diretto il voucher

In una prima formulazione, il contributo era riservato in egual misura a tutte le Pmi. Nella versione definitiva delle Legge viene fatta una distinzione: attingendo dal fondo annuale di 25 milioni, previsto per gli anni fiscali 2019-2020, le piccole e micro imprese ricevono un voucher che copre il 50% dei costi sostenuti per la consulenza, entro un limite massimo di 40.000 euro, riporta Agi. Per le medie imprese invece il contributo è pari al 30% della spesa, con un limite massimo di 25.000 euro.

Esiste però anche una terza opzione, rivolta alle imprese che hanno stretto un “contratto di rete”. In questo caso il contributo è del 50%, fino a 80.000 euro, non per la singola impresa ma per l’intera rete

I campi di applicazione

Il campo di applicazione della consulenza è molto ampio, e riguarda una complessiva riorganizzazione aziendale, compresa quella che guarda ai mercati finanziari e dei capitali. L’Innovation manager si occuperà anche di digital disruption e digital strategy, organizzazione e processi per la trasformazione digitale, modelli di sourcing e strumenti contrattuali per l’innovazione digitale ancora, disegno e innovazione di nuovi business model, corporate enterpreneu. E rship e startup, cloud e architetture orientate ai servizi per l’agile enterprise, innovazione digitale nella supply chain, canali digitali e nuovi paradigmi di marketing.

La legge cita poi le “tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0”: Big data e analytics, cloud, cyber security, sistemi di simulazione, realtà virtuale e aumentata, robotica, stampa 3D, IoT e prototipazione rapida.

I tempi e i requisiti

Insomma, si parla di innovazione e digitale a tutto tondo, dall’imprenditoria alla riorganizzazione interna alla promozione e la selezione di talenti e startup con i quali collaborare. La consulenza però non si potrà assegnare a chiunque. Entro 90 giorni dalla pubblicazione della norma (cioè entro la fine di marzo), il Ministro dello Sviluppo Economico deve emanare un decreto che individua un elenco che include le società di consulenza o i manager qualificati tra i quali scegliere. Lo stesso decreto individuerà anche i requisiti necessari per diventare un Innovation manager. È quindi probabile che, per il 2019, i primi Innovation manager abbiano 6-7 mesi per farsi spazio.

 

Per ogni operatore Cpi 506 potenziali beneficiari del reddito cittadinanza

Sono 506 i potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza che ogni operatore dei Centri per l’impiego potrebbe prendere in carico. Si tratta della stima del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro. Secondo i dati Istat 2017, infatti, gli individui che in Italia vivono sotto la soglia di povertà sono circa 5 milioni, e dei circa 3 milioni e 300mila in età lavorativa potrebbero essere circa 2 milioni e 500mila, il 75% dei beneficiari, a recarsi per la sottoscrizione del patto per il lavoro. Ogni operatore, quindi, dovrebbe prenderne in carico circa 506. Secondo le previsioni dell’articolo 4 del decreto legge, una parte dei potenziali beneficiari  dovrà essere convocata dai centri per l’impiego per la sottoscrizione del Patto per il lavoro, e i restanti dai comuni per il patto per l’inclusione sociale.

Non tutti i dipendenti dei Cpi dispongono delle professionalità richieste

I requisiti mediante i quali sarà operata la distinzione sono quelli previsti al comma 5 del decreto.  E in considerazione dell’attuale numero degli addetti dei centri per l’impiego ogni operatore dovrebbe pertanto prendere immediatamente in carico circa 506 potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza. “Ciò in quanto soltanto gli operatori specializzati (n. 4.981 solo cat. C e12 D) – sottolineano i consulenti del lavoro – e non tutti i dipendenti dei centri per l’impiego dispongono delle richieste professionalità”. Ma per i consulenti del lavoro, “pur condividendo la finalità di aumentare il numero degli operatori addetti al servizio delle politiche attive per il lavoro, occorre che si chiarisca il ruolo e la figura del cosiddetto ‘navigator’, prevista nel decreto legge”.

Il ruolo dei navigator

Non si comprende, infatti, dove i navigator sarebbero fisicamente collocati, e con quale modello organizzativo opererebbero. Va tenuto in considerazione che le attività connesse alla stipula del patto per il lavoro sono di pertinenza dei centri per l’impiego e, laddove previsto dalle leggi regionali, degli operatori privati accreditati, che per tali funzioni utilizzano proprio personale. Secondo i professionisti, riporta Adnkronos, “la criticità più importante è sicuramente quella della sospensione dell’assegno di ricollocazione per i percettori di Naspi fino al 2021”.

Evitare sovrapposizioni tra misure regionali e nazionali

Con tale previsione, chi perde un posto di lavoro e non si trova nelle condizioni per poter beneficiare del reddito di cittadinanza si vedrà privato di quell’unico strumento di politica attiva di livello nazionale, appunto l’assegno di ricollocazione, in grado di supportarlo nella ricerca di una nuova occupazione”.

“Al proposito – spiegano i consulenti – molte Regioni, infatti, opportunamente, hanno orientato le proprie misure di politica attiva del lavoro verso target di destinatari diversi, proprio per evitare sovrapposizioni tra misure regionali e nazionali. Con tale previsione si crea un vuoto di tutela nei confronti dei disoccupati percettori di Naspi”.

Italia tra gli ultimi per capacità di spesa fondi Ue in Ict e ricerca

L’Italia è sul fondo della classifica dei Paesi europei per la capacità di spesa dei fondi in Ict e ricerca e innovazione. I fondi disponibili a valere sul Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr 2014-2020) per favorire l’innovazione nel nostro Paese sono 8,3 miliardi di euro, 6 miliardi per la ricerca e l’innovazione, e 2,3 miliardi per lo sviluppo dell’Ict. Un valore molto alto di risorse disponibili, il terzo dopo Polonia e Spagna. Ma, dopo quasi cinque anni dall’avvio dell’Agenda Digitale italiana, ne sono stati spesi solo 828 milioni, pari al 12,3% del totale, collocando l’Italia al quartultimo posto in classifica.

“L’attuazione del piano Agenda Digitale stenta a decollare”.

È quanto emerge da un’analisi condotta dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, secondo la quale “nonostante le grandi ambizioni del piano nazionale Agenda Digitale, finalizzato a rendere più competitive le aziende italiane e le infrastrutture tecnologiche, l’attuazione del programma stenta a decollare”.

A livello regionale Puglia, Campania e Sicilia sono le regioni che hanno programmato investimenti più ingenti, superiori ai 600 milioni ognuna. Ma se la Puglia ha rendicontato il 12% delle spese effettuate (in linea con la media nazionale), la Sicilia a settembre 2018 non ha rendicontato alcuna spesa, e la Campania solo 5 milioni di euro (pari all’1%) della programmazione approvata, riferisce Adnkronos.

Gli occupati nella produzione di beni altamente tecnologici sono lo 0,9%…

La scarsa capacità di spesa delle ingenti risorse europee mostra i suoi effetti anche sull’occupazione nei settori ad alta innovazione tecnologica. Dal report emerge come in Italia in questi ambiti sono occupate 775 mila persone e la crescita, dal 2008 a oggi, è stata di sole 11mila unità (+1,5%). E se nell’area euro sono 5,7 milioni le persone occupate in tali settori, con una crescita di 362mila unità dal 2008 (+6,7%) nel nostro Paese la quota di occupati nella produzione di beni altamente tecnologici è dello 0,9% (la media europea è pari all’1,1%).

 …e quelli nei servizi ad alta intensità di conoscenza il 2,5%

Rispetto ai servizi ad alta tecnologia e alta intensità di conoscenza nell’occupazione l’Italia si attesta al 2,5%, un livello inferiore di 0,4 punti percentuali rispetto alla media dell’Eurozona. Nel 2017, inoltre, il 39,8% degli occupati in settori ad alta intensità tecnologica ha conseguito la laurea, rispetto a una media nazionale di occupati laureati pari al 22%.

Tuttavia, le donne sono solo il 31,4%, oltre 10 punti percentuali in meno della quota di donne occupate in tutti i settori (42%). La media italiana del 3,4% è trainata da Liguria (4%), Lombardia (4,7%) e Lazio (6,1%), mentre gran parte delle regioni ha una quota di occupati in settori ad alta intensità tecnologica al di sotto del 2,5%.

Auto: immatricolazioni -2,9% nel 2018, ma cresce l’usato

Il mercato delle automobili pesa per il 3% sui consumi totali italiani, con un incremento dell’incidenza dello 0,7% rispetto al 2014. Il primato per giro d’affari spetta però alle auto usate, con quasi 19 miliardi di euro, mentre il mercato delle auto nuove, secondo le stime di Prometeia, a fine anno ha raggiunto 17,6 miliardi di euro, per un totale di 1.932.000 immatricolazioni. Una cifra che segna una contrazione del 2,1% in valore e del 2,9% in volume.

In generale, nel 2018 le vendite di veicoli sia nuovi sia usati sono cresciute dell’1,6% in volume, mentre i prezzi risultano in calo dello 0,5%. Inoltre, nel 2018 le immatricolazioni dei privati scendono del 3,5%, confermando l’andamento negativo già rilevato nel 2017. Brusca frenata anche per le auto aziendali, per le quali si registra una flessione del 2,2% dopo l’impennata del 22,8% dello scorso anno.

Cosa rallenta l’acquisto di auto nuove?

Secondo l’Osservatorio Findomestic a rallentare l’acquisto di auto nuove contribuiscono diversi fattori. A cominciare dall’incertezza della situazione economica, ma anche la crescente incidenza sui budget familiari dei beni durevoli per la casa. Non meno rilevanti gli interventi di policy, come l’introduzione della procedura di omologazione WLPT (World Harmonized Light Vehicle Test Procedure), ovvero il nuovo standard per le emissioni inquinanti in vigore da settembre 2018, e i provvedimenti contro le motorizzazioni diesel.

Più car sharing e auto NLT meno auto di proprietà

A impedire la crescita delle immatricolazioni di auto però è anche la crescente diffusione di nuove abitudini di utilizzo nel campo della mobilità. Come la modalità in condivisione, o il car sharing, sempre più impiegato per spostarsi nei grandi centri cittadini. O come una crescente propensione verso il noleggio a lungo termine (NLT) piuttosto che al possesso del veicolo.

Sono infatti 881mila le auto NLT in circolazione, e secondo le stime nel 2018 le immatricolazioni toccheranno le 276.000 unità, con un aumento del 6,1% rispetto al 2017. E garantendo quindi al settore una quota di mercato del 14,3%.

Diesel in calo, ma ancora al 54%. Ibride ed elettriche +40%

Anche se il primato delle auto a motore diesel è a rischio, riferisce askanews, più di un’auto su due (54%) di nuova immatricolazione è alimentata ancora a diesel. E questo nonostante il calo del 10% registrato quest’anno. Di contro le auto a benzina crescono solo del 4%, e raggiungono una quota di mercato pari al 33%, mentre quelle con alimentazione alternativa aumentano del 15%, aggiudicandosi una fetta di mercato pari al 13%.

Le automobili ibride ed elettriche sono in aumento del 40%, e valgono un terzo di quelle con alimentazione alternative. I veicoli alimentati a metano invece crescono del 23%, mentre sono in lieve flessione (-0,6%) quelli a Gpl.

Welfare e wellbeing aziendale in crescita fra le imprese

Il welfare aziendale è ormai fondamentale per la gestione del rapporto azienda/lavoratore. Tanto che il numero di imprese che utilizza il premio di risultato per finanziare piani di welfare è in aumento, arrivate quest’anno al 47,8%. In aumento anche il numero di aziende che effettua investimenti ad hoc (62,2%), mentre il 55% prevede la possibilità di convertire tutto il premio di risultato, o parte di esso, in servizi di welfare.

E cresce anche l’attenzione delle aziende verso il wellbeing, i servizi per il benessere delle persone, specie quelli indirizzati a favorire il movimento fisico (+8,3) e la corretta alimentazione (+8,1).

Le grandi aziende puntano sul welfare

Sono alcuni dati del 5° Rapporto Welfare e 2° Rapporto Wellbeing di OD&M Consulting (società di Gi Group specializzata in Hr Consulting), basato sui risultati di due survey, condotte una su un panel di 161 aziende italiane e l’altra su un campione di oltre 500 lavoratori, riferisce Adnkronos.

Tra le imprese che al momento hanno un piano di welfare sono le grandi aziende le più numerose (77,5%). Aumentano però le piccole imprese che ne stanno progettando l’implementazione nel breve periodo (62,5%).

Rispetto ai piani di welfare si mantiene alta la soddisfazione dei dipendenti (in media 84%, nelle Pmi 93,3%). Ma tra i lavoratori che hanno la possibilità di convertire una quota del premio di risultato, però, quasi il 50% non procede, o ne converte una quota inferiore al 30%.

Assistenza sanitaria, ferie e permessi, servizi di ristorazione i servizi più apprezzati

Oltre l’80% delle imprese offre un piano di welfare a tutti i dipendenti, e il 53,5% differenzia i servizi. Inoltre, il 73% delle imprese offre ai dipendenti la possibilità di scegliere all’interno di un paniere di servizi. L’assistenza sanitaria rimane il servizio più apprezzato dai lavoratori con quasi l’80% di gradimento, seguito da ferie e permessi, servizi di ristorazione, gestione del tempo (smart working).

Seguono a pari merito i servizi di previdenza e di mobilità (69,2%), oltre ai programmi e servizi assicurativi e ai piani di maternità.

Implementare piani di welfare per aumentare il livello di wellbeing

Oltre che per obbligo derivante da contratto nazionale, nel 35,6% dei casi le aziende implementano piani di welfare per aumentare il livello di wellbeing delle persone e il benessere organizzativo. Tra i lavoratori che hanno percepito che questa fosse la finalità principale (21,4%) è cresciuto maggiormente il grado di soddisfazione (+7,4%). Inoltre, 9 lavoratori su 10 (89,9%) pensano che i servizi di welfare aziendale possono impattare positivamente sul livello di benessere personale, e sul bilanciamento tra vita lavorativa e privata. E il 72,5% pensa che la propria azienda investirà in futuro su questa tipologia di servizi.