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Covid, gli effetti sull’economia: per 8 manager su 10 si ritornerà ai valori precisi dal 2023

Il nuovo Osservatorio Federdistribuzione-Pwc scatta una fotografia pessimista in merito al sentiment dei manager italiani, almeno per quelli della Distribuzione moderna. Otto su dieci, infatti, ritengono che gli effetti della pandemia sull’economia italiana si faranno sentire ancora per un bel posò, tanto che i valori a livelli precisi non si paleseranno prima del 2023. La stragrande maggioranza di loro, infatti, l’84%, stima un possibile ritorno in quell’anno mentre appena l’1% nel 2021 e solo il 15% nel 2022. Il dato emerge dall’Osservatorio Federdistribuzione ‘Consumi, Nuove Abitudini d’Acquisto e Stili di Vita’, in collaborazione con PwC, pubblicato di recente, che ha monitorato il sentiment di 280 soggetti con profilo manageriale-executive. Si tratta di una previsione comunque che getta lo sguardo oltre perché il 30% dei manager ritiene che questo avvenga nell’orizzonte temporale del 2023, il 21% nel 2024 e ben il 33% a partire dal 2025.

Per il 57% degli italiani si contrae reddito familiare

Lo studio allarga il proprio sguardo alla situazione delle famiglie del nostro Paese, e il quadro che ne esce non è propriamente confortante anche in un’ottica della ripresa dei consumi. Per il 57% delle famiglie italiane, infatti, la pandemia ha portato con sé come effetto diretto anche una contrazione del reddito familiare. A questo proposito, Federdistribuzione suggerisce la necessità di sostegno ai consumi delle famiglie, quota rilevante del Pil italiano (21,7% nel 2019), per garantire occupazione e ristabilire l’incontro tra domanda e offerta, attraverso specifiche misure quali la revisione delle aliquote Iva e la riduzione della pressione fiscale sui ceti medi e famiglie con figli. Del resto la riduzione del reddito familiare, come causa diretta generata dalla pandemia covid-19, è stata registrata dal 57% degli italiani e ha determinato un impatto negativo sul commercio al dettaglio che colpisce maggiormente le categorie non alimentari, conseguentemente generando, in assenza di una significativa ripresa, un potenziale rischio per la tenuta delle imprese.

Le altre misure per la ripresa dei consumi

Federdistribuzione, però, ha già previsto tutta una serie di misure che potrebbero dare nuova vitalità a un’economia sofferente. Propone infatti di incentivare gli investimenti nel settore della Distribuzione Moderna, capace di generare e sostenere un elevato livello occupazionale e un indotto rilevante sul territori e non ultimo, di incentivare gli investimenti in ampliamento e ammodernamento della rete commerciale tramite agevolazioni per la ristrutturazione delle strutture commerciali e riqualificazione energetica, come ad esempio l’estensione dell’ecobonus 110% per gli interventi sugli immobili commerciali, con un impulso diretto e concreto sul territorio, dal punto di vista dell’indotto generato, innovazione e sostenibilità.

Cresce lo spirito imprenditoriale tra le donne e i giovani

Nonostante le persistenti barriere sociali e strutturali nel corso del 2020 si è avuta una crescita dello spirito imprenditoriale, anche tra le categorie che appaiono meno tutelate come le donne e i giovani. Dal sondaggio Ipsos in collaborazione con SDA Bocconi School of Management dal titolo Entrepreneurialism. In the Time of the Pandemic, condotto in 28 Paesi su oltre 20.000 intervistati, emerge che oltre un terzo degli adulti in tutto il mondo dichiara di possedere uno spirito imprenditoriale molto alto. Si tratta di un’evidenza indicativa delle capacità di reazione di molti cittadini alle avversità causate dalla pandemia e che rappresenta una speranza per l’immediato futuro. 

Spirito imprenditoriale, caratteristiche e uno sguardo al futuro

Il sondaggio mostra anche una variazione dello spirito imprenditoriale da Paese a Paese: la Colombia si posiziona al primo posto, seguita da Sud Africa, Perù, Arabia Saudita e Messico. Belgio, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Corea del Sud e Giappone si collocano invece agli ultimi posti. L’Italia è in 13a posizione e prima tra i Paesi europei con una percentuale del 29%, in aumento del 5% rispetto al 2018.

L’imprenditorialità si manifesta nella sua forma tradizionale

L’Entrepreneurial Spirit Index di Ipsos è un indicatore che considera 18 caratteristiche imprenditoriali chiave, dall’etica del lavoro alla propensione di assunzione dei rischi, dalle abilità creative all’ambizione personale, dalla passione per ciò che si fa all’orientamento al risultato. E il sondaggio rivela che il 32% dei cittadini a livello internazionale dichiara di avere uno spirito imprenditoriale “molto alto”. L’imprenditorialità si manifesta principalmente nella sua forma tradizionale, ossia attraverso la creazione di imprese. Tre cittadini del mondo su dieci dichiarano di aver avviato almeno un’attività in passato, e in Italia coloro che affermano di aver iniziato un nuovo business sono stati il 4% in più rispetto al 2018, e il 21% afferma di voler avviare una nuova attività nei prossimi due anni.

L‘impatto del Covid e i principali ostacoli

Nonostante l’attitudine all’imprenditorialità sia maggiore tra i Millennial, la Gen X, coloro con un’istruzione superiore e un reddito più alto, a livello internazionale, negli ultimi due anni questa è cresciuta maggiormente tra le fasce di popolazione meno tutelate dal punto di vista economico e sociale: le donne (+4% sul 2018), la Gen Z (+3%), coloro che hanno un basso livello d’istruzione (+7%) e un basso reddito (+9%). Allo stesso tempo, però, non a tutti sono concesse le medesime condizioni di partenza. Le più svantaggiate sono le donne, i cittadini appartenenti a gruppi LGBTQ e le persone con disabilità. Gli ostacoli alla libera attività imprenditoriale non sono però solo di natura sociale, ma anche strutturale ed economica. Inoltre, la mancanza di finanziamenti rappresenta la principale barriera all’avvio di un’attività imprenditoriale per il 41% degli intervistati.

Un anno dopo: tra ritorno alla normalità ed effetti sulla salute mentale

Da più di anno il Coronavirus è entrato a far parte della vita quotidiana dei cittadini di tutto il mondo. Gli italiani oramai da mesi convivono con nuovi Dpcm, mappe dei colori delle Regioni, restrizioni e il proseguimento della campagna vaccinale. Ma quali quando torneremo alla normalità? E quali sono gli effetti dell’emergenza sanitaria sulla salute mentale?  Un sondaggio di Ipsos condotto per il World Economic Forum in 30 Paesi, fa emergere che il 59% degli intervistati si aspetta di poter tornare a qualcosa di simile a una vita pre-Covid entro i prossimi 12 mesi. E il 45% afferma che la propria salute mentale ed emotiva è peggiorata dall’inizio della pandemia. 

Quando torneremo alla normalità?

Fra chi si aspetta di tornare alla vita pre-Covid entro i prossimi 12 mesi, il 6% ritiene sia già così, il 9% che non ci vorranno più di tre mesi, il 13% da quattro a sei mesi, e il 32% da sette a 12 mesi. Soltanto una persona su cinque (10%) afferma che per ritornare alla normalità ci vorranno più di tre anni (10%), e l’8% ritiene che ciò non accadrà mai.  Le opinioni su quando aspettarsi un ritorno alla normalità variano però tra i vari Paesi. Ad esempio, più della metà degli intervistati in Francia, Italia, Corea del Sud e Spagna si aspettano che ci vorrà più di un anno. In Italia lo afferma il 53%, mentre il 46% dei cittadini ritiene che il ritorno alla normalità pre-Covid sia auspicabile entro 12 mesi.

Il contenimento della pandemia

Le aspettative relative a quanto tempo sia necessario affinché la pandemia possa essere contenuta sono simili a quelle in merito al ritorno alla normalità. Infatti, il 58% degli intervistati ritiene che la pandemia sarà contenuta entro il prossimo anno. In Italia la percentuale è pari al 57%, mentre per il 43% ci vorrà molto più tempo. In linea generale, questi dati suggeriscono che a livello internazionale le persone considerano il ritorno alla propria vita pre-Covid dipendente dai tempi che occorrono per contenere il virus. 

Salute mentale e stabilità emotiva 

Nei 30 Paesi esaminati, il 45% degli intervistati afferma che la propria salute mentale e la propria stabilità emotiva siano peggiorate dall’inizio della pandemia, e soltanto il 16% ritiene che siano migliorata nel corso dell’ultimo anno. In 11 Paesi, almeno la metà degli intervistati riferisce un peggioramento di salute mentale e stabilità emotiva, con la Turchia (61%), il Cile (56%) e l’Ungheria (56%) che mostrano le percentuali più alte. L’Italia rientra tra i Paesi in cui i cittadini hanno subito maggiormente le conseguenze del Covid da questo punto di vista, con più della metà (54%) che rileva un peggioramento, e solo l’8% un miglioramento. Anche considerando i primi mesi del 2021, gli intervistati sono più propensi ad affermare che la propria salute mentale ed emotiva sia peggiorata (27%) piuttosto che migliorata (23%).

7 Elettrodomestici, cambia la classificazione energetica: ma 30 milioni di italiani non lo sanno

Trenta milioni di italiani ancora non sanno che dal 1 marzo 2020 le etichette di classificazione energetica degli elettrodomestici sono cambiate. Proprio così: la classificazione a cui siamo stati abituati finora è infatti stata rivoluzionata in un’ottica di ottimizzazione della scala di valori, ma l’opinione pubblica non è adeguatamente informata. A dirlo è un’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, che ha scoperto che il 69,4% degli italiani è ancora all’oscuro di questa novità. Traducendo in numeri le percentuali, significa che il bacino dei consumatori italiani che dichiara di non essere a conoscenza della cambiamento risulta pari a più di 30 milioni di individui.
Le ragioni del cambiamento

Questa piccola rivoluzione è stata introdotta poichè il “vecchio” sistema di etichette è stato ritenuto non più adatto a rappresentare le differenze tra gli elettrodomestici; ormai quasi tutti concentrati nelle classi migliori con conseguente confusione per i consumatori. Le nuove etichette si baseranno sempre su una scala di valori che va da A (classe più efficiente) a G (la meno efficiente), con la differenza che scomparirà il simbolo “+” e, soprattutto, si irrigidiranno i criteri con cui verranno assegnate le lettere. Ad esempio, un elettrodomestico oggi classificato in classe A+++, con le nuove etichette verrà reinserito con tutta probabilità nella classe B se non addirittura C. Per non ingenerare confusione, fino al 30 novembre 2021 le nuove etichette verranno affiancate a quelle vecchie, così i consumatori potranno gradualmente abituarsi al sistema di classificazione. Solo dal primo dicembre 2021 le vecchie etichette scompariranno del tutto.

L’importanza dell’etichetta

Per gli italiani, nel corso del tempo, la classificazione energetica è diventata una discriminante fondamentale per scegliere un elettrodomestico piuttosto che un altro. In base ai dati della ricerca, il 95% degli intervistati dichiara che questa sia un’informazione importante ed è addirittura esplicitamente descritta come molto importante dal 55,9% del campione. L’indagine condotta per Facile.it ha approfondito anche le ragioni per le quali i consumatori valutano molto importante (o, al contrario, poco o per nulla utile) considerare la classe energetica dell’elettrodomestico prima di acquistarlo. Fra chi dà grande importanza alla classificazione le ragioni principali sono risultate essere il risparmio – sia esso economico (63% del campione) o energetico (32%) – e la convinzione che basarsi sulla classificazione energetica per compiere l’acquisto sia in qualche modo utile a salvaguardare l’ambiente (25%). Per gli oltre 1.100.000 italiani che non considerano utile la classificazione, invece, i motivi dichiarati sono la volontà di spendere meno per lo specifico acquisto o, anche, l’ammissione di non capire realmente fino in fondo quale sia il significato della classificazione riportata nell’etichetta.

Pmi manifattura in controtendenza: solo 5% taglierà posti di lavoro

Le Pmi del settore manifatturiero sono in controtendenza: in questo 2021 iniziato all’insegna dell’incertezza per l’occupazione solo il 5% degli imprenditori prevede di ridurre drasticamente il personale. Il 13% attende invece il superamento del blocco dei licenziamenti per ridurre l’organico, che nel 94% dei casi va da 1 a 5 dipendenti. Ma un’impresa su 3 ha in previsione nuove assunzioni. È quanto emerge dall’indagine congiunturale condotta da Confimi Industria, la Confederazione dell’industria manifatturiera privata italiana, per analizzare l’andamento del secondo semestre 2020 e le previsioni per i primi sei mesi del 2021.

Il 32% di imprenditori prevede nuove assunzioni

Secondo lo studio le previsioni per il 2021 lasciano ben sperare: il 59% degli intervistati dal sondaggio dichiara infatti di mantenere stabile il proprio organico, e il 32% di imprenditori prevede nuove assunzioni. Lo studio rileva inoltre che se nella seconda parte del 2020 il ricorso agli ammortizzatori sociali ha riguardato una impresa su due, nei prossimi mesi il numero scenderà, interessando solo il 31% degli intervistati. Per quanto riguarda lo smart working, a oggi lo utilizzano il 25% delle Pmi, riporta Adnkronos, e nei prossimi mesi continueranno a utilizzarlo solo parzialmente. I primi sei mesi del 202I per il 60% delle Pmi non porterà grandi cambiamenti, solo 1 imprenditore su 5 è ottimista, prevedendo un leggero incremento (fino al 3%) di ordini e produzione.

Nel 2020 fatturato in crescita per il 34% e in forte calo per il 22%

Nel 2020 il Centro studi di Confimi Industria evidenzia un fatturato stabile per il 44% delle Pmi manifatturiere, e in crescita per il 34% degli intervistati, che segnalano fino al 10% in più rispetto al semestre precedente. Si tratta di performance legate per lo più ai risultati dei settori meccanici e dell’edilizia. Forte diminuzione dei fatturati invece per il 22% delle Pmi coinvolte dall’indagine, soprattutto del settore dei servizi e il comparto alimentare.

Contrazione degli ordini internazionali e della produzione

Secondo il Centro studi di Confidi Industria, il 26% del campione intervistato prevede però una contrazione degli ordini internazionali fino al -10%. Un vero danno per le Pmi manifatturiere, che nel 33% dei casi si rivolgono a un mercato europeo. Anche in termini di produzione il 2020 evidenzia scostamenti nelle diverse categorie: +27% per la meccanica, -10% il tessile, -39% l’alimentare. Tra il 1° e il 2° semestre del 2020 crollo poi degli ordinativi per le filiere sanità e servizi, che registrano una riduzione degli ordini oltre il 10%, rispettivamente nel 45% e nel 34% dei casi. Ma gli industriali italiani non si scoraggiano, e prevedono nuovi investimenti per migliorare i processi di produzione, i processi informatici, la trasformazione digitale, e la formazione del personale.

Lo smart working abbassa le difese aziendali

L’adozione massiccia di modalità lavorative da remoto si ripercuote sulla sicurezza dei dati informatici compromettendo le difese aziendali. In base ai dati della Polizia Postale e delle Comunicazioni, riferite alle attività svolte nel corso del 2020, le frodi basate sul social engineering vedono stabili i numeri delle frodi realizzate attraverso la compromissione di caselle di posta elettronica (Bec fraud), ma allo stesso tempo i numeri risultano influenzati dall’epidemia del Covid-19. Sia per lo stato di difficoltà psicologica o logistica di lavoratori e amministratori aziendali sia per l’adozione su larga scala di processi di smart working. L’aumento di comunicazioni commerciali a distanza favorisce infatti l’esposizione al rischio di attacchi informatici, soprattutto tramite campagne di phishing.

Bec fraud collegati al tema-Covid, un business da oltre 25 milioni di euro

Pertanto, alcuni Bec fraud risultano specificamente collegati al tema-Covid perché relativi direttamente a frodi commerciali nell’acquisto di mascherine e dispositivi sanitari. In pochi mesi, oltre a un costante numero di casi “minori”, ovvero nell’ordine delle decine di migliaia di euro, sono state frodate 48 grandi e medie imprese, per un ammontare complessivo di oltre 25 milioni di euro. Per fortuna, quasi 15 milioni sono stati già recuperati in seguito all’intervento della Polizia Postale e delle Comunicazioni.

Le due modalità più ricorrenti? Email malevole e siti-clone

Al 10 dicembre 2020 la Polizia Postale ha complessivamente identificato e indagato 674 persone, di cui 24 tratte in arresto. Nell’analogo periodo del 2019 erano state indagate complessivamente 531 persone, di cui 8 in stato di arresto. L’obiettivo criminale del trafugamento dei dati personali e delle credenziali di accesso a servizi finanziari, utili alla disposizione di pagamenti in frode, è stato raggiunto attraverso massive campagne di phishing, consumate mediante le due modalità in assoluto più ricorrenti, oppure riferisce Askanews, l’invio di email contenenti allegati malevoli e l’impiego di siti-clone.

Nel 2020 identificate e indagate 3741 persone

Parallelamente, il procacciamento di codici one-time, token virtuali e password dispositive è avvenuto mediante il ricorso all’insidiosa variante vocale del phishing, il cosiddetto vishing, e al ricorso a tecniche di sim-swap, una tipologia di frode informatica particolarmente avanzata che si articola in vari passaggi. L’attività investigativa realizzata dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni, funzionale al contrasto di questi fenomeni criminali, ha permesso di identificare e indagare 3741 persone, a fronte dei 3473 denunciati nello stesso periodo dell’anno precedente.

Il 5G e le nuove skill dei profili professionali più richiesti

Tutti sanno che l’arrivo del 5G influenzerà le capacità dei dispositivi di connettersi in maniera più veloce alla rete, ma uno degli aspetti forse meno dibattuti relativi al nuovo standard riguarda il mondo del lavoro, e non tanto il modo con cui il 5G cambierà lo scenario produttivo, di beni o di servizi, ma le nuove professionalità, che dovranno essere portatrici di capacità e skill tecniche differenti da quelle odierne. Di fatto, nonostante la pandemia, da maggio a settembre 2020 negli Stati Uniti il 5G ha “aggiunto” 106 mila posti di lavoro, stando ai dati del National Spectrum Consortium e del Progressive Policy Institute. E in Italia? Quali saranno i nuovi profili professionali nell’era del 5G?

Competenze più vicine al mondo IT

Le previsioni sul cambiamento del lavoro in relazione al 5G si susseguono velocemente. Per un meccanico, ad esempio, il 5G aprirà alla necessità di avvicinare la sua professione a quella di chi ha realizzato l’automobile, per tenersi al passo con i tempi e servire meglio e più rapidamente i nuovi clienti. Con un paio di visori di realtà aumentata lo stesso meccanico potrà infatti “vedere” gli elementi danneggiati del veicolo senza fare grandi sforzi, ordinare i pezzi mancanti e, infine, procedere con la mano d’opera, così da ottimizzare tempi e costi. Ciò richiederà competenze diverse da quelle di oggi, più vicine al mondo IT che a quello della meccanica pura.

Intelligenza Artificiale, big data, cloud, blockchain, e cybersecurity

Se l’Italia, tra i primi paesi europei per estensione del 5G nelle aree urbane, vedeva già nell’ultimo biennio un aumento di professioni in ambito tecnologico legate al 5G, il 2020 ha segnato un evidente rallentamento, seppur la ricerca di profili tecnici sia destinata a risalire nel 2021. Tra le professioni più richieste ci sono quelle legate alla gestione di progetti di Intelligenza Artificiale, big data, cloud, blockchain, ma anche cybersecurity, considerata l’opportunità per hacker e criminali di sfruttare il 5G come nuovo vettore di attacco IoT. questo, nel merito del boom, già presente, di oggetti interconnessi sia sul piano industriale sia privato, riporta Ansa.

Aumento di figure tecniche in settori come sanità, farmaceutico, istruzione e PA Ma a crescere, ed è la vera novità, saranno i ruoli più legati alla creazione di contenuti interattivi, per dare uno slancio finale a quelle piattaforme di realtà aumentata, virtuale e mista (come gli ologrammi) che sinora hanno mancato un utilizzo su larga scala. Anche per l’assenza di connessioni veloci in grado di supportarne le vere potenzialità. Inoltre, secondo l’analista di Idc, Ritu Jyoti, uno degli effetti della pandemia sarà l’aumento di figure tecniche in quei settori dove prima erano poco presenti, come il sanitario, il farmaceutico, l’istruzione e la Pubblica amministrazione, per la gestione di tecnologie innovative, abilitanti il lavoro da remoto e la predizione delle emergenze nella vita civile.

13 anni di ecobonus, prodotti oltre 42 miliardi di investimenti

In 13 anni l’ecobonus ha portato più di 42 miliardi di investimenti per interventi di riqualificazione energetica, di cui 3,5 miliardi solo nel 2019, con un risparmio complessivo di circa 17.700 GWh/anno, di cui poco più di 1.250 GWh/anno nel 2019. A tracciare l’andamento a oltre 10 anni dall’introduzione di questa facilitazione è il 9° “Rapporto annuale sull’efficienza energetica” e l’11° “Rapporto annuale sulle detrazioni fiscali per interventi di risparmio energetico e utilizzo di fonti di energia rinnovabili negli edifici esistenti”, entrambi elaborati dall’Enea.  Introdotta dal 2007, questa detrazione fiscale – insieme ad altri incentivi – ha prodotto nel 2019 risparmi per 250 milioni sulla bolletta energetica nazionale e una riduzione delle emissioni di CO2 di oltre 2,9 milioni di tonnellate.

Ottime performance anche per altri incentivi

I rapporti dell’Enea hanno inoltre messo in luce che nel 2019 si sono ottenuti risultati molto positivi anche per altre tipologie di incentivo. Ad esempio, il conto termico, destinato principalmente a iniziative per l’efficienza e per le rinnovabili nella PA, ha registrato un balzo in avanti del 68% rispetto al periodo 2013-2018 con 114 mila richieste totali e un incremento del 29% rispetto al 2018 delle incentivazioni ottenute con un totale pari a 433 milioni di euro. I certificati bianchi, volti ad incentivare l’efficienza nelle imprese, hanno consentito di risparmiare oltre 3,1 Mtep/anno dal 2011. Al 2019 l’obiettivo di risparmio energetico, indicato dal Piano d’Azione Nazionale per l’Efficienza Energetica e dalla Strategia Energetica Nazionale, è stato centrato al 77,2%: a livello settoriale, il residenziale ha già superato il target indicato, l’industria è ben oltre la metà del percorso (61,9%), i trasporti hanno superato la metà dell’obiettivo (50,4%), mentre il terziario, PA compresa, è a meno di un terzo dal target (29,4%).

In un anno 395mila interventi di efficienza energetica

Dai dati sull’ecobonus 2019, emerge che lo scorso anno le famiglie italiane hanno effettuato oltre 395 mila interventi di efficienza energetica, prevalentemente per sostituire i serramenti (1,3 miliardi di spesa), installare caldaie a condensazione e pompe di calore per il riscaldamento invernale (circa 1 miliardo di euro), coibentare solai e pareti (oltre 650 milioni), la riqualificazione globale degli immobili (231 milioni) e le schermature solari (133 milioni). Sempre nel 2019, attraverso il bonus casa (detrazione al 50%) sono stati effettuati circa 600 mila interventi con un risparmio complessivo che supera gli 840 GWh/anno. Tali interventi assumono maggior peso se si tiene conto che in Europa il patrimonio edilizio è responsabile di circa il 40% dei consumi complessivi di energia e del 36% delle emissioni di gas serra.

Come organizzare cene d’estate post-Covid

Con l’allentamento delle misure restrittive dettate dall’emergenza sanitaria possiamo tornare a ridare spazio alla convivialità, alle cene tra amici, per condividere in compagnia il cibo e un buon bicchiere di vino. Ma anche ora che siamo quasi alla normalità, con i bar e i ristoranti aperti, siamo davvero pronti a ricominciare a frequentare i locali? Nonostante i numeri dei contagi siano in calo, il virus sembra essere ancora in giro e certamente occorre fare molta attenzione. Non a caso, nelle ultime settimane si è parlato spesso di sindrome della capanna, un modo per indicare la difficoltà a uscire di casa dopo l’isolamento forzato. Come godere quindi della convivialità, ma in sicurezza?

Basta rispettare alcune semplici regole. Quelle proposte dalle Cesarine, le cuoche casalinghe della rete di Home Restaurant, che aprono le porte della propria casa ai viaggiatori provenienti da tutto il mondo.

La bella stagione favorisce la possibilità di allestire una cena all’aperto

Le Cesarine sanno come gestire al meglio e in sicurezza la situazione contingente, perché anche loro hanno ormai riaperto le loro case, balconi e giardini ai tanti appassionati della cucina italiana per cene tra amici, in famiglia o anche per divertenti cooking class di gruppo.

Prima regola, mettere a disposizione degli ospiti all’ingresso della casa gel disinfettante e salviette monouso, e piccoli asciugamani in bagno. E chiedere agli ospiti di disinfettare le scarpe con apposito prodotto all’arrivo in casa.

Dove sia possibile, poi, allestire una cena all’aperto, che sia sul balcone, il terrazzo o il giardino. In soccorso ci viene la bella stagione.

Servire il cibo già impiattato, e il pane già tagliato

La terza regola, o suggerimento delle esperte, è quella di apparecchiare la tavola lasciando un metro tra ogni ospite. Questo, ovviamente, a meno che non si tratti di congiunti.

Quarta regola fondamentale: niente buffet e finger food. Molto meglio servire a tavola il cibo già preparato nel piatto, evitando quindi piatti comuni da cui servirsi utilizzando posate di servizio, che verrebbero toccate da tutti. Anche il pane va servito già tagliato in piattini singoli per ogni commensale. In alternativa si possono servire piccoli panini.

Preoccuparsi anche di ciò che si mangia Un altro consiglio è quello di scegliere una persona incaricata di servire acqua e vino, così che sia sempre la stessa mano a toccare le bottiglie. Se invece ci si dovesse trovare in un ambiente chiuso, evitare di puntare il condizionatore direttamente verso la tavola. Con questi accorgimenti organizzare cene a casa sarà più facile e sicuro. E anche chi non se la sente di frequentare i locali pubblici potrà tornare a mangiare in compagnia. Il nono consiglio? È quello di preoccuparsi anche di ciò che si mangia. Ovvero, scegliere prodotti locali, stagionali, cucinarli con amore e con serietà. Magari mettendo in pratica quelle tante ricette sperimentate durante il lockdown.

In crescita le truffe online legate alle superofferte di smartphone

Sembrano offerte allettanti sull’acquisto degli ultimi modelli dei cellulari più desiderati, ma nascondono vere e proprie truffe ai danni degli utenti. Secondo i dati dei ricercatori di Avast, la società di antivirus, negli ultimi mesi questo tipo di trappola online ha avuto un notevole aumento a livello globale. Complice dell’impennata l’uso da parte dei truffatori della tecnica Seo (Search Engine Optimization), che permette l’indicizzazione e il posizionamento di un’informazione o contenuto di un sito web sui motori di ricerca. La visualizzazione dei siti fraudolenti viene quindi posta tra i primi risultati. E grazie a queste e ad altre tecniche, come l’inserimento di recensioni false e l’estrema cura nella grafica dei siti fraudolenti, spesso associati a brand famosi, i truffatori sono riusciti ad adescare un gran numero di vittime: circa 4 milioni e mezzo nel mondo.

In Italia, 140 mila utenti caduti nella trappola

Secondo i dati di Avast i principali bersagli sono gli utenti polacchi, brasiliani e francesi, ma anche gli italiani, che con circa 140 mila utenti minacciati si collocano a metà della classifica mondiale.

Il copione della truffa è sempre lo stesso, riporta Askanews. L’utente “viene attirato sul sito fraudolento grazie all’ottima indicizzazione sui motori di ricerca, e dopo aver compilato un falso questionario che chiede di rispondere ad alcune domande, si ritrova vincitore di uno degli ultimi e costosissimi modelli di smartphone – spiegano gli esperti di Avast -. Per ricevere il premio basterà compilare un format con le informazioni di contatto e pagare un prezzo simbolico di pochi euro”.

Fornire le proprie informazioni personali e di credito a siti fake

Ed ecco compiersi la truffa: l’utente non solo non riceverà mai lo smartphone desiderato, ma avrà fornito ai cybercriminali le proprie informazioni personali e di credito. A differenza delle campagne di phishing, “più facili da riconoscere e analizzare grazie al codice sorgente – continuano gli esperti – questo tipo di truffe che usano siti fake possono fornire agli aggressori non solo le credenziali degli utenti, ma anche dei ricavi economici”.

Un’offerta che sembra troppo bella per essere vera

Non è tutto. Molte di queste campagne riescono a eludere il controllo dei software antivirus perché dirottano gli utenti su diverse pagine prima di mostrare il contenuto malevolo. Gli esperti di Avast ricordano che “se si cerca online qualcosa di specifico e ci si imbatte in un’offerta che sembra troppo bella per essere vera, probabilmente non lo è. È necessario quindi fare attenzione a non condividere le proprie informazioni finanziarie online, e non farsi allettare da offerte economiche troppo basse per essere vere. In generale poi, l’utilizzo di un buon software antivirus è comunque fondamentale per proteggersi da queste e altri tipi di minacce online”.