Approfondiamo?

Come organizzare cene d’estate post-Covid

Con l’allentamento delle misure restrittive dettate dall’emergenza sanitaria possiamo tornare a ridare spazio alla convivialità, alle cene tra amici, per condividere in compagnia il cibo e un buon bicchiere di vino. Ma anche ora che siamo quasi alla normalità, con i bar e i ristoranti aperti, siamo davvero pronti a ricominciare a frequentare i locali? Nonostante i numeri dei contagi siano in calo, il virus sembra essere ancora in giro e certamente occorre fare molta attenzione. Non a caso, nelle ultime settimane si è parlato spesso di sindrome della capanna, un modo per indicare la difficoltà a uscire di casa dopo l’isolamento forzato. Come godere quindi della convivialità, ma in sicurezza?

Basta rispettare alcune semplici regole. Quelle proposte dalle Cesarine, le cuoche casalinghe della rete di Home Restaurant, che aprono le porte della propria casa ai viaggiatori provenienti da tutto il mondo.

La bella stagione favorisce la possibilità di allestire una cena all’aperto

Le Cesarine sanno come gestire al meglio e in sicurezza la situazione contingente, perché anche loro hanno ormai riaperto le loro case, balconi e giardini ai tanti appassionati della cucina italiana per cene tra amici, in famiglia o anche per divertenti cooking class di gruppo.

Prima regola, mettere a disposizione degli ospiti all’ingresso della casa gel disinfettante e salviette monouso, e piccoli asciugamani in bagno. E chiedere agli ospiti di disinfettare le scarpe con apposito prodotto all’arrivo in casa.

Dove sia possibile, poi, allestire una cena all’aperto, che sia sul balcone, il terrazzo o il giardino. In soccorso ci viene la bella stagione.

Servire il cibo già impiattato, e il pane già tagliato

La terza regola, o suggerimento delle esperte, è quella di apparecchiare la tavola lasciando un metro tra ogni ospite. Questo, ovviamente, a meno che non si tratti di congiunti.

Quarta regola fondamentale: niente buffet e finger food. Molto meglio servire a tavola il cibo già preparato nel piatto, evitando quindi piatti comuni da cui servirsi utilizzando posate di servizio, che verrebbero toccate da tutti. Anche il pane va servito già tagliato in piattini singoli per ogni commensale. In alternativa si possono servire piccoli panini.

Preoccuparsi anche di ciò che si mangia Un altro consiglio è quello di scegliere una persona incaricata di servire acqua e vino, così che sia sempre la stessa mano a toccare le bottiglie. Se invece ci si dovesse trovare in un ambiente chiuso, evitare di puntare il condizionatore direttamente verso la tavola. Con questi accorgimenti organizzare cene a casa sarà più facile e sicuro. E anche chi non se la sente di frequentare i locali pubblici potrà tornare a mangiare in compagnia. Il nono consiglio? È quello di preoccuparsi anche di ciò che si mangia. Ovvero, scegliere prodotti locali, stagionali, cucinarli con amore e con serietà. Magari mettendo in pratica quelle tante ricette sperimentate durante il lockdown.

In crescita le truffe online legate alle superofferte di smartphone

Sembrano offerte allettanti sull’acquisto degli ultimi modelli dei cellulari più desiderati, ma nascondono vere e proprie truffe ai danni degli utenti. Secondo i dati dei ricercatori di Avast, la società di antivirus, negli ultimi mesi questo tipo di trappola online ha avuto un notevole aumento a livello globale. Complice dell’impennata l’uso da parte dei truffatori della tecnica Seo (Search Engine Optimization), che permette l’indicizzazione e il posizionamento di un’informazione o contenuto di un sito web sui motori di ricerca. La visualizzazione dei siti fraudolenti viene quindi posta tra i primi risultati. E grazie a queste e ad altre tecniche, come l’inserimento di recensioni false e l’estrema cura nella grafica dei siti fraudolenti, spesso associati a brand famosi, i truffatori sono riusciti ad adescare un gran numero di vittime: circa 4 milioni e mezzo nel mondo.

In Italia, 140 mila utenti caduti nella trappola

Secondo i dati di Avast i principali bersagli sono gli utenti polacchi, brasiliani e francesi, ma anche gli italiani, che con circa 140 mila utenti minacciati si collocano a metà della classifica mondiale.

Il copione della truffa è sempre lo stesso, riporta Askanews. L’utente “viene attirato sul sito fraudolento grazie all’ottima indicizzazione sui motori di ricerca, e dopo aver compilato un falso questionario che chiede di rispondere ad alcune domande, si ritrova vincitore di uno degli ultimi e costosissimi modelli di smartphone – spiegano gli esperti di Avast -. Per ricevere il premio basterà compilare un format con le informazioni di contatto e pagare un prezzo simbolico di pochi euro”.

Fornire le proprie informazioni personali e di credito a siti fake

Ed ecco compiersi la truffa: l’utente non solo non riceverà mai lo smartphone desiderato, ma avrà fornito ai cybercriminali le proprie informazioni personali e di credito. A differenza delle campagne di phishing, “più facili da riconoscere e analizzare grazie al codice sorgente – continuano gli esperti – questo tipo di truffe che usano siti fake possono fornire agli aggressori non solo le credenziali degli utenti, ma anche dei ricavi economici”.

Un’offerta che sembra troppo bella per essere vera

Non è tutto. Molte di queste campagne riescono a eludere il controllo dei software antivirus perché dirottano gli utenti su diverse pagine prima di mostrare il contenuto malevolo. Gli esperti di Avast ricordano che “se si cerca online qualcosa di specifico e ci si imbatte in un’offerta che sembra troppo bella per essere vera, probabilmente non lo è. È necessario quindi fare attenzione a non condividere le proprie informazioni finanziarie online, e non farsi allettare da offerte economiche troppo basse per essere vere. In generale poi, l’utilizzo di un buon software antivirus è comunque fondamentale per proteggersi da queste e altri tipi di minacce online”.

Aeroporti in crisi, persi 45 milioni di passeggeri in tre mesi

Secondo dati Assaeroporti a marzo gli scali italiani hanno perso 12 milioni di passeggeri, ad aprile 16 milioni, e a maggio, stando alle prime proiezioni, 17 milioni.

In tre mesi il sistema aeroportuale nazionale registra quindi una contrazione di 45 milioni di passeggeri rispetto a un anno fa.

“I provvedimenti finora adottati dal Governo per far fronte alla situazione di profonda crisi derivata dall’emergenza sanitaria da Covid-19 hanno completamente trascurato i gestori aeroportuali, costretti a chiedere la cassa integrazione per oltre 10.000 dipendenti delle società di gestione”, denuncia l’associazione di categoria. Che ravvisa nei dati “il peggior calo di sempre”.

Scali di minori dimensioni a rischio sopravvivenza

“Siamo in presenza di tre mesi di blocco totale del trasporto aereo –  afferma il presidente di Assaeroporti Fabrizio Palenzona -. Le prossime settimane saranno decisive per porre le basi della ripartenza di un settore strategico per il nostro Paese”.

La crisi sta avendo un forte impatto sul settore, e rischia di compromettere la realizzazione dei piani di investimento previsti per lo sviluppo del sistema aeroportuale nazionale.

“Alcuni scali, soprattutto quelli di minori dimensioni che svolgono un ruolo importante per lo sviluppo dei territori e per la mobilità di cittadini e imprese, sono a rischio sopravvivenza – sottolinea Assaeroporti -. Migliaia di posti di lavoro sono in pericolo così come un’enorme fetta dell’indotto turistico”.

I comparti turistico e aeroportuale muovono complessivamente circa il 17% del PIL nazionale, e senza adeguati interventi di sostegno, sostiene Assaeroporti, “le ricadute si profilano drammatiche”.

Rilanciare Alitalia? Si, ma non a costo di misure protezionistiche

Assaeroporti accoglie favorevolmente la scelta di rilanciare Alitalia, ma sottolinea fermamente “come l’eventuale adozione da parte del Governo di misure protezionistiche e selettive, tese a disincentivare la presenza di compagnie low cost nel nostro Paese, determinerà un cambio di scenario e il ritorno a un trasporto aereo d’elite”.

Una circostanza negativa, riporta Italpress, già verificata 15 anni fa, quando, con la legge sui requisiti di sistema, “si tentò di salvare Alitalia con i risultati nefasti che sono sotto gli occhi di tutti – conferma l’associazione -. A maggior ragione oggi che Alitalia rappresenta, rispetto ad allora, non il 50% del traffico passeggeri, ma circa il 13% del totale, si corre solo il rischio di danneggiare pesantemente il trasporto aereo nel suo complesso”.

“Assicurare un mercato concorrenziale e garantire la mobilità di passeggeri e merci”

Per questo l’Associazione degli aeroporti italiani chiede al Governo “di assicurare un mercato concorrenziale che garantisca la mobilità di passeggeri e merci. Quello del trasporto aereo è un settore determinante per la ripresa socio economica dell’Italia, che deve essere sostenuto attraverso misure a favore dell’intera filiera. In particolare – continua Assaeroporti – occorre mettere a disposizione delle imprese aeroportuali risorse accessibili, attraverso la creazione di un fondo dedicato, che compensi i gestori e gli altri operatori del settore per i danni subiti e consenta di ripartire guardando al futuro, preservando i livelli occupazionali e garantendo la realizzazione degli investimenti”.

Meglio il lavoro in ufficio o da remoto? La Fase 2 impone un bilancio

Con la Fase 2 si riparte, e in questo periodo che somiglia a una nuova rinascita si pensa anche a un bilancio. Ad esempio sulla novità dello smart working, su quanto si è potuto apprezzare del lavoro da remoto e su cosa manca del lavoro in ufficio. Secondo una ricerca di InfoJobs, delle 5 cose che più mancano del lavoro in presenza al primo posto gli italiani indicano la socialità del luogo di lavoro, e il confronto quotidiano con i colleghi (27%). Mentre tra gli aspetti più positivi del lavoro a distanza il risparmio di tempo per gli spostamenti casa-ufficio (49%).

I benefici di lavorare fuori casa

Per quanto riguarda i benefici di lavorare fuori da casa al secondo posto gli italiani indicano la comodità della propria postazione (11%), e al terzo il piacere di prepararsi alla giornata con outfit e make-up (10%). Una chiacchierata tra colleghi, con i clienti e i fornitori (8%), si posiziona in quarta posizione, mentre al quinto posto la pausa caffè o il pranzo con i colleghi (7%). Insomma, in uno scenario post Covid-19 lo smart working viene visto come un’opportunità, ma non come una possibile alternativa al lavoro in presenza. Ma fra opportunità e difficoltà un dato è certo, l’Italia ha cominciato a lavorare da remoto, provando una nuova modalità che impatterà anche nel futuro, riporta Ansa.

Sì al lavoro agile, ma solo 1 o 2 giorni a settimana

Lo smart working è ancora un banco di prova per aziende e dipendenti. Il 71% infatti dice sì al lavoro agile, ma solo per 1 o 2 giorni a settimana. Percentuale che sale all’89% per le donne con figli, e al 55% per gli uomini che vivono sotto lo stesso tetto con la prole. Il 14% degli intervistati vede però nello smart working una maggiore responsabilizzazione del team e una maggiore fiducia da parte dei capi. Mentre la produttività rimane invariata per oltre la metà del campione. Solo un 7% dichiara un calo legato soprattutto alla difficoltà di gestire i figli che necessitano di attenzione (33% per le donne con figli conviventi).

Le 5 cose più belle dello smart working

Ma quali sono le 5 cose più belle dello smart working? Dopo il risparmio di tempo per gli spostamenti casa-ufficio, al secondo posto c’è la flessibilità di orari (19,5%), al terzo la possibilità di gestire insieme esigenze personali e lavorative (17% e 30% per donne con figli), al quarto la mancanza di distrazioni (11%), e al quinto le videocall in sostituzione dei meeting in presenza (3%).

Che si preferisca lavorare a casa o fuori, tra le abitudini che si vorrebbero conservare anche dopo la fine dell’emergenza rientra comunque l’incremento del livello tecnologico in azienda e in casa (37%), e un miglior bilanciamento tra vita professionale e privata (28%). Un aspetto particolarmente importante per le donne con figli conviventi (34%) e gli uomini nella medesima situazione (24%).

Italiani over 65, meno social dei coetanei europei

Il divario tra l’utilizzo delle nuove tecnologie da parte della popolazione anziana rispetto al resto della popolazione, il cosiddetto grey digital, divide, ed è ancora marcato. Gli over 65 italiani sono molto meno social dei loro coetanei europei. Nel 2016 solo il 7% di loro utilizzava i social network, contro il 16% della media europea. Mentre il divario rispetto alle generazioni più giovani in Italia (39%) è in linea con la media europea (38%). Almeno, secondo uno studio condotto nell’ambito del progetto Ageing in a Networked Society, coordinato da Emanuela Sala, docente del dipartimento di Sociologia e ricerca sociale di Milano-Bicocca, e sostenuto da Fondazione Cariplo.

Il tempo medio di permanenza sul telefono è di 32 secondi

I ricercatori hanno analizzato un campione di oltre 32mila europei, tutti over 65. E se nel 2016 solo il 7% degli anziani italiani utilizzava i social network il trend è comunque in crescita rispetto al 2013, quando era il 3%.  Per studiare modalità e tempi di utilizzo delle nuove tecnologie, è stata installata una app di monitoraggio sugli smartphone di 30 volontari dell’associazione AUSER di Monza e Brianza di età compresa fra i 65 e 75 anni. L’analisi dei dati ha rivelato che ogni partecipante accede allo smartphone 127 volte al giorno per un totale di un’ora e 8 minuti. Nell’arco di un mese i partecipanti passano sullo smartphone in media complessivamente 35 ore. Tuttavia il tempo medio di permanenza sul telefono, ogni volta che vi accedono, è di 32 secondi.

WhatsApp è l’applicazione più utilizzata

Dall’indagine è emerso che WhatsApp è l’applicazione social di gran lunga più utilizzata dai partecipanti (52% del tempo totale passato sullo smartphone), seguita da Facebook (36%), YouTube (10%), LinkedIn (1%) e Instagram (1%).

I dati mostrano perciò come i partecipanti facciano un largo uso di siti di social network, e in particolare di piattaforme come WhatsApp e Facebook, che incrementano le possibilità connessione e interazione sociale tra gli utenti. Mentre non è stato rilevato un uso significativo di applicazioni legate allo shopping ed alla salute.

Nessuna relazione tra utilizzo dei social e riduzione della solitudine

Per analizzare l’effetto dell’utilizzo dello smartphone e delle applicazioni Facebook e WhatsApp sulla solitudine e sulle funzioni cognitive degli anziani, è stato inoltre condotto un esperimento sociale su quasi 150 anziani. Lo studio è stato eseguito dalla Fondazione Golgi Cenci di Abbiategrasso in collaborazione con i ricercatori di Milano-Bicocca. I ricercatori hanno studiato quanto l’utilizzo delle nuove tecnologie possa aiutare a combattere la solitudine e a mantenere integre le funzioni cognitive rispetto alle relazioni sociali tradizionali.

L’analisi preliminare dei dati ha rivelato che chi ha utilizzato lo smartphone per due mesi non ha però riportato miglioramenti significativamente diversi da coloro che sono stati impegnati in attività di socializzazione tradizionali.

Sci e prodotti per gli sport invernali, un business da più 400 milioni all’anno

Un export che vale oltre 400 milioni all’anno. Si tratta del segmento sci e sport invernali, cresciuto dell’1% in un anno, di cui l’Italia esporta soprattutto calzature e scarponi da sci, teleferiche, seggiovie e sciovie, sci, e pattini.

E se le maggiori destinazioni dell’export italiano di prodotti per gli sport invernali sono Francia Austria e Stati Uniti le imprese della montagna italiane segnano una crescita del 4,4% in un anno, e le Olimpiadi Milano – Cortina 2026 saranno un’importante vetrina internazionale per far conoscere qualità e design del Made in Italy in questo settore.

Le maggiori destinazioni dell’export italiano

Si tratta di alcuni dati dello studio Sci e prodotti italiani per gli sport invernali nel mondo realizzato dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e da Promos Italia, la struttura per l’internazionalizzazione del sistema camerale italiano, su dati Istat 2018 e 2017. Per quanto riguarda le maggiori destinazioni dell’export italiano, al primo posto la Francia, con 84 milioni (+10,2%), seguita dall’Austria, con 58 milioni e gli Stati Uniti (54 milioni, +6,6%). In forte crescita Norvegia (+58,9%), Svezia (+47,3%) e Canada (+15,3%). E se la Francia è prima per calzature con suola e tomaia in gomma o plastica, (+12,5%), per attrezzature per lo sport invernale (+12,6%) e per i pattini da ghiaccio le tute da sci sono più apprezzate in Svizzera (1,2 milioni, +4,1%), le calzature da neve in cuoio naturale in Russia (da 120 mila euro a quasi un milione in un anno, +700,8%), e gli sci negli Stati Uniti (16 milioni, +5,7%).

Crescono le imprese italiane della montagna

Le imprese della montagna in Italia crescono del 4,4% in un anno, e del 19,7% in cinque. Tra rifugi (855), gestione di funicolari, ski-lift, seggiovie (216) e attività delle guide alpine (54) sono 1.125 le attività legate alla montagna, che e danno lavoro a 9mila persone.

Le prime regioni sono il Trentino Alto Adige, con 330 imprese (+18,7% in cinque anni) e oltre 3mila addetti, la Lombardia con 210 imprese (+12,9%, 1.115 occupati), il Piemonte, 174 (+35,9% e 1.038 addetti), e il Veneto con 165 (+6,5%, 1.235 addetti).

Tra le province ai primi posti Bolzano (173 imprese), Trento (157), Belluno (86) e Sondrio (74). E se Bolzano eccelle per ski-lift e seggiovie (50), Trento per rifugi di montagna (124), e Aosta per attività delle guide alpine (9).

Olimpiadi invernali, una vetrina internazionale sul Made in Italy

“Gli sport invernali comprendono settori significativi per il nostro Paese”, dichiara Alvise Biffi, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Si tratta infatti di un comparto in cui le imprese nei territori italiani sono particolarmente specializzate, a partire dalla Lombardia e dal Nord Italia. E “Le Olimpiadi Milano – Cortina 2026 – aggiunge Zorzi – potranno essere un’ulteriore importante vetrina internazionale per far conoscere e apprezzare qualità e design del Made in Italy nel mondo”.

Occupazione, +134mila contratti a tempo indeterminato nel secondo trimestre 2019

Nel secondo trimestre del 2019 l’occupazione è in crescita, e sono 134mila in più i contratti a tempo indeterminato, mentre sono 45mila in meno quelli a tempo determinato. Questa tendenza continua a essere influenzata da un elevato livello di trasformazioni a tempo indeterminato (+159mila), contribuendo in modo complementare ad accrescere il numero di posizioni a tempo indeterminato e a diminuire quello delle posizioni a termine. L’incidenza delle trasformazioni sul totale degli ingressi a tempo indeterminato (attivazioni e trasformazioni) nel secondo trimestre dell’anno raggiunge il 22,4%, il secondo valore più alto dopo quello del primo trimestre (28,7%). È quanto emerge dalla Nota trimestrale diffusa dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali, l’Istat, l’Inps, l’Inail e l’Anpal.

Incremento congiunturale per le posizioni lavorative dipendenti

Dopo undici trimestri di crescita anche su base annua la dinamica delle posizioni a tempo determinato risulta per la seconda volta negativa (- 92mila). Tale andamento si accentua nei dati Inps-Uniemens (- 198mila nel secondo trimestre 2019), che comprendono anche il lavoro in somministrazione e a chiamata. Le posizioni lavorative dipendenti invece, nei dati destagionalizzati, presentano un incremento congiunturale. Nel secondo trimestre 2019, in base alle comunicazioni obbligatorie, le attivazioni sono state 2 milioni 535mila, e le cessazioni 2 milioni 446mila, determinando un saldo positivo di 89mila posizioni di lavoro dipendente.

Aumento maggiore per i servizi, moderato per industria e costruzioni

La crescita riguarda tutti i settori di attività economica, soprattutto i servizi (+76mila), mentre l’industria in senso stretto (+7mila) e le costruzioni (+5mila) mostrano incrementi meno rilevanti.

Andamenti simili si riscontrano nelle posizioni lavorative dei dipendenti del settore privato extra-agricolo (Istat, Rilevazione Oros), dove la variazione congiunturale di +0,3% (+36mila posizioni) è dovuta a un aumento più contenuto nell’industria in senso stretto (+0,1%, +3mila posizioni) rispetto ai servizi (+0,3%, +29 mila) e alle costruzioni (+0,5%, +4mila), riporta Adnkronos.

“Un segnale importante soprattutto per i giovani”

”Cresce in modo costante e duraturo da oltre un anno il lavoro a tempo indeterminato così come certificato dalle comunicazioni obbligatorie censite dal Ministero del Lavoro – commenta il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo -. Oggi il trend è confermato con 134mila contratti a tempo indeterminato in più nel secondo trimestre del 2019 rispetto al trimestre precedente. Questo è un segnale importante soprattutto per i giovani che vivono con difficoltà l’accesso al mondo del lavoro – continua Catalfo -. L’aumento del lavoro a tempo indeterminato significa dare loro una prospettiva di vita diversa rispetto al passato”.

Il riscaldamento globale brucia 80 milioni di posti di lavoro

Il caldo eccessivo è un rischio per la salute anche per i lavoratori, e in casi estremi può causare colpi di calore tali da risultare fatali. Il riscaldamento climatico si tradurrà quindi in uno stress termico che oltre a causare una perdita economica di 2.400 miliardi di dollari, comporterà 80 milioni di posti di lavoro in meno nel mondo entro il 2030. Lo stress termico riguarda una quantità di calore maggiore rispetto a quella che il corpo può tollerare senza subire danni fisiologici. E si verifica a temperature superiori a 35 gradi, accompagnate da un elevato tasso di umidità.

Proiezioni basate su un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi

Lo rileva il rapporto Lavorare su un pianeta più caldo, effettuato dall’organismo delle Nazioni Unite, Organizzazione del lavoro. Le proiezioni del rapporto si basano su un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi, e suggeriscono che entro il 2030 il 2,2% delle ore totali lavorate a livello mondiale andrebbe perso a causa delle alte temperature. Secondo il rapporto l’impatto dello stress termico sulla produttività lavorativa è un’ulteriore conseguenza del cambiamento climatico, che va ad aggiungersi agli altri effetti nefasti, quali la modificazione del regime delle piogge, la crescita del livello dei mari e la perdita della biodiversità.

Asia del Sud e Africa dell’Ovest le aree più colpite dallo stress termico

Globalmente le ricadute saranno ripartite in maniera diseguale tra i Paesi, le regioni che perderanno il maggior numero di ore di lavoro saranno l’Asia del Sud e l’Africa dell’Ovest, con una perdita entro il 2030 di circa 43,9 milioni di posti di lavoro. Le perdite economiche associate allo stress termico si uniranno quindi agli svantaggi economici già esistenti in questi Paesi. In particolare ai tassi elevati di lavoratori poveri, all’occupazione vulnerabile, all’agricoltura di sussistenza e all’assenza di protezione sociale.

I settori più danneggiati, agricoltura e costruzioni

Il settore che potrebbe essere più danneggiato da questo fenomeno è quello dell’agricoltura, che nel mondo occupa 940 milioni di persone. Qui lo stress termico potrebbe causare la perdita del 60% delle ore di lavoro. Ma anche il settore delle costruzioni subirà un forte impatto dal riscaldamento globale, con la perdita del 19% delle ore di lavoro. Gli altri ambiti a rischio, riferisce Ansa, sono i trasporti, il turismo, i beni e servizi ambientali.

Sulla base di queste stime l’Onu chiede dunque agli Stati nuovi sforzi per sviluppare, finanziare e attuare politiche nazionali per combattere i rischi di stress termico e proteggere i lavoratori. Ciò include la creazione di infrastrutture adeguate e migliori sistemi di allerta precoce durante le ondate di calore. E una migliore applicazione delle norme internazionali, come la sicurezza e la salute sul lavoro.

I consigli per ridurre i consumi degli elettrodomestici

Il caldo è arrivato, e frigorifero e condizionatore fanno impennare le bollette. Se il primo durante l’anno è responsabile di circa del 20-25% della spesa totale dell’energia elettrica, tra giugno e settembre aumenta i suoi consumi addirittura del 40-50%. Non è da meno il condizionatore, che con un’accensione per circa 50 minuti al giorno comporta un aumento medio del 10% sul consumo totale della casa, pari a 712 Wh, equivalenti a circa 5 euro al mese.

È quanto rivela Midori, la Pmi con sede all’Energy Center del Politecnico di Torino, che ha analizzato i dati raccolti tramite Ned, il dispositivo smart meter Made in Italy, da collegare al quadro elettrico di casa per monitorare i consumi dei principali elettrodomestici. Ma come contenere i consumi evitando gli sprechi?

Sceglierli di classe non inferiore alla A

La scelta dell’elettrodomestico giusto è prioritaria e decisiva, e sono da preferire quelli di nuova generazione e con classe energetica A, A+, A++ e A+++. Un frigorifero A+++, ad esempio, consuma in media il 60% in meno rispetto a un dispositivo in classe A, per un risparmio di circa 40 euro all’anno. Non bisogna però impostare però temperature troppo basse, che comportano un aumento esponenziale del consumo energetico, ed è opportuno tenerlo lontano da fonti di calore. Inoltre, occorre sbrinarlo periodicamente. Uno spessore di soli 5 mm di ghiaccio porta a consumare il 20% in più di elettricità. Per il condizionatore invece la differenza termica tra l’interno e l’esterno dell’abitazione non dovrebbe superare i 7-8 gradi.

Effettuare la manutenzione degli impianti

Un altro consiglio è quello di effettuare la manutenzione degli impianti. Un elettrodomestico mal funzionante consuma di più e può essere pericoloso. Il condizionatore, ad esempio, ha bisogno di una frequente revisione del filtro, che se troppo sporco o usurato porta l’impianto a consumare una maggior quantità di energia.

Procurandosi poi uno smart meter, è possibile rilevare i consumi della propria abitazione e scoprire il reale utilizzo dell’energia: in questo modo sui può imparare a risparmiare sulla bolletta fino al 20% all’anno.

Lavare a basse temperature o con la modalità “eco”

Per evitare che le ventole dei dispositivi quali pc e televisione lavorino eccessivamente, riporta Adnkronos, è poi sempre meglio non incassarli in spazi troppo ristretti, ma lasciarli “respirare”. Nel caso del frigo, l’eccessiva vicinanza al muro ostacola la fuoriuscita del calore dalla ventola e rende più difficile lo scambio d’aria con l’esterno, rischiando di danneggiarlo e aumentare i consumi.

E poiché in estate è importante stare attenti al consumo di acqua meglio avviare lavatrici e lavastoviglie quando sono a pieno carico, e con lavaggi a basse temperature per i panni, o scegliendo la modalità “eco” nel caso delle stoviglie. Escludendo il prelavaggio nella lavatrice e l’asciugatura nella lavastoviglie, si risparmia inoltre fino al 15% di energia, mentre un altro 30% di risparmio deriva dalla pulizia regolare del filtro e dall’uso di decalcificanti.

Lavarsi le mani è la prima arma contro le infezioni ospedaliere

L’igiene delle mani è fondamentale per prevenire le infezioni. In base ai dati più recenti, ottenuti nel corso di uno studio di prevalenza europeo sui pazienti ricoverati negli ospedali, in Italia l’8% dei degenti ha contratto un’infezione correlata all’assistenza (Ica). Per un totale stimato di più di mezzo milione di pazienti con infezioni nosocomiali per anno. I microrganismi responsabili più comuni sono Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomoas aeruginosa, e Staphylococcus aureus, spesso multiresistenti agli antibiotici di prima e seconda linea per il loro trattamento, e contro i quali vi sono poche armi efficaci. Le infezioni più frequenti, invece, sono quelle respiratorie, seguite dalle batteriemie, le infezioni del tratto urinario, e le infezioni del sito chirurgico.

Save Lives: Clean your Hands, una campagna internazionale dell’Oms

Garantire condizioni di salute migliori, prevenire e controllare le infezioni, aumentare il benessere per tutti sono gli obiettivi della campagna sostenuta dall’Istituto Superiore di Sanità Save Lives: Clean your Hands, che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato in occasione della Giornata internazionale del lavaggio delle mani del 5 maggio. Secondo l’Ocse (Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica), l’igiene delle mani è senz’altro il fattore più importante per la prevenzione, ed è il provvedimento a più basso costo per prevenire le infezioni. Quindi anche il migliore investimento.

Le infezioni correlate all’assistenza causano più morti delle altre malattie infettive

Uno studio dell’Ecdc ha stimato che le infezioni correlate all’assistenza sono responsabili di più morti di quelle causate da tutte le altre malattie infettive sotto sorveglianza europea. È quindi estremamente importante sensibilizzare il personale sanitario sulla corretta igiene delle mani come mezzo per salvare vite umane. “Le infezioni correlate all’assistenza rappresentano infatti un costo elevato sia in termini di morbosità e mortalità per il paziente, sia in termini economici per le organizzazioni sanitarie in quanto richiedono degenze più lunghe e cure più costose”, commenta Annalisa Pantosti del Dipartimento Malattie Infettive dell’ISS.

Applicare procedure adeguate: i pilastri per la prevenzione

“Si tratta, insomma, di uno dei problemi principali per la sicurezza del paziente, ed è evidente la necessità di interventi mirati in tutti gli ospedali – aggiunge Annalisa Pantosti -. Inoltre è stato stimato che almeno la metà delle infezioni correlate all’assistenza sono prevenibili applicando procedure adeguate. L’igiene delle mani, insieme all’igiene ambientale e al corretto uso degli antibiotici (“stewardship antimicrobica”) sono perciò i pilastri per la prevenzione delle infezioni e il loro controllo.