Approfondiamo?

Welfare e wellbeing aziendale in crescita fra le imprese

Il welfare aziendale è ormai fondamentale per la gestione del rapporto azienda/lavoratore. Tanto che il numero di imprese che utilizza il premio di risultato per finanziare piani di welfare è in aumento, arrivate quest’anno al 47,8%. In aumento anche il numero di aziende che effettua investimenti ad hoc (62,2%), mentre il 55% prevede la possibilità di convertire tutto il premio di risultato, o parte di esso, in servizi di welfare.

E cresce anche l’attenzione delle aziende verso il wellbeing, i servizi per il benessere delle persone, specie quelli indirizzati a favorire il movimento fisico (+8,3) e la corretta alimentazione (+8,1).

Le grandi aziende puntano sul welfare

Sono alcuni dati del 5° Rapporto Welfare e 2° Rapporto Wellbeing di OD&M Consulting (società di Gi Group specializzata in Hr Consulting), basato sui risultati di due survey, condotte una su un panel di 161 aziende italiane e l’altra su un campione di oltre 500 lavoratori, riferisce Adnkronos.

Tra le imprese che al momento hanno un piano di welfare sono le grandi aziende le più numerose (77,5%). Aumentano però le piccole imprese che ne stanno progettando l’implementazione nel breve periodo (62,5%).

Rispetto ai piani di welfare si mantiene alta la soddisfazione dei dipendenti (in media 84%, nelle Pmi 93,3%). Ma tra i lavoratori che hanno la possibilità di convertire una quota del premio di risultato, però, quasi il 50% non procede, o ne converte una quota inferiore al 30%.

Assistenza sanitaria, ferie e permessi, servizi di ristorazione i servizi più apprezzati

Oltre l’80% delle imprese offre un piano di welfare a tutti i dipendenti, e il 53,5% differenzia i servizi. Inoltre, il 73% delle imprese offre ai dipendenti la possibilità di scegliere all’interno di un paniere di servizi. L’assistenza sanitaria rimane il servizio più apprezzato dai lavoratori con quasi l’80% di gradimento, seguito da ferie e permessi, servizi di ristorazione, gestione del tempo (smart working).

Seguono a pari merito i servizi di previdenza e di mobilità (69,2%), oltre ai programmi e servizi assicurativi e ai piani di maternità.

Implementare piani di welfare per aumentare il livello di wellbeing

Oltre che per obbligo derivante da contratto nazionale, nel 35,6% dei casi le aziende implementano piani di welfare per aumentare il livello di wellbeing delle persone e il benessere organizzativo. Tra i lavoratori che hanno percepito che questa fosse la finalità principale (21,4%) è cresciuto maggiormente il grado di soddisfazione (+7,4%). Inoltre, 9 lavoratori su 10 (89,9%) pensano che i servizi di welfare aziendale possono impattare positivamente sul livello di benessere personale, e sul bilanciamento tra vita lavorativa e privata. E il 72,5% pensa che la propria azienda investirà in futuro su questa tipologia di servizi.

 

 

La Cina entra nella top 20 dei Paesi innovatori. Italia 31a

L’Asia si fa strada nella classifica dei Paesi più innovativi al mondo. E non solo con Singapore, Giappone, Corea del Sud e Hong Kong: quest’anno per la prima volta anche la Cina fa il suo ingresso nella lista della top 20. Anche se a guidare la classifica si conferma ancora la Svizzera, seguita da Olanda e Svezia. E l’Italia? Perde due posizioni arretrando al 31° posto, dopo Slovenia, Cipro, Spagna e Repubblica Ceca.

È il quadro delineato dal nuovo Global Innovation Index (GII), l’indicatore dell’innovazione tecnologica delle nazioni pubblicato dalla Cornell University e l’Organizzazione mondiale sulla proprietà intellettuale (Wipo), sulla rivista dell’Accademia americana delle science (Pnas).

Una top 10 quasi tutta europea. Con qualche eccezione

Il GII valuta le economie di 126 Paesi sulla base di 80 indicatori, che vanno dal tasso di presentazione di nuovi brevetti alla creazione di app, la spesa per l’istruzione e le pubblicazioni tecniche e scientifiche. E se la top 10 è quasi tutta europea (con qualche eccezione: dopo la Svizzera, seguono Olanda, Svezia, Regno Unito, Singapore, Stati Uniti, Finlandia, Danimarca, Germania e Irlanda), nella seconda parte della classifica ci sono due new entry rispetto al 2017: l’Australia, che guadagna 3 posizioni arrivando 20a, e la Cina, che ne scala 5 arrivando 17a. Un risultato che testimonia le rapide trasformazioni generate dalle politiche del governo cinese, che ha dato la priorità a ricerca e sviluppo.

La Cina supera gli Usa per volume di ricerca, brevetti e pubblicazioni

Gli Usa invece retrocedono di due posizioni, ma rimangono comunque in assoluto il numero uno in termini di contributi e produzione innovativi, inclusi gli investimenti in R&S, ma sono secondi alla Cina per volume di ricerca, brevetti e pubblicazioni tecniche, riporta Ansa.

Malesia (35), Thailandia (44) e Vietnam (45) salgono sempre più in alto nella classifica, mentre nell’Asia Centrale e meridionale è l’India (57) a detenere il primato e, secondo il rapporto, ha “il potenziale di fare la differenza nel panorama dell’innovazione globale nei prossimi anni”.

Cipro, Finlandia e Lituania leader globali nello sviluppo di app

Il rapporto evidenzia anche un calo preoccupante della richiesta di brevetti legati alle energie rinnovabili dopo il picco del 2012, mentre segnala Cipro, Finlandia e Lituania come leader globali nello sviluppo di app per dispositivi mobili.

In America Latina il Cile, 47°, è il primo Paese della regione, seguito da Costa Rica e Messico, superando il Brasile, che pur avendo guadagnato 5 posizioni, è 64°. L’Africa invece, sebbene occupi l’ultima parte della classifica, presenta alcune realtà in crescita. Come il Sudafrica (58°), che vede migliorare la qualità delle sue pubblicazioni scientifiche grazie alle sue università.

Vuoi imparare? Se sei felice è più facile

La felicità non è solo un lasciapassare per la salute – come dimostrano diverse ricerche mediche – ma anche un passaporto per l’apprendimento. In sintesi, chi è felice impara più in fretta rispetto a chi non lo è. Lo ha scoperto un gruppo di ricerca internazionale del Champalimaud Centre for the Unknown (Ccu), in Portogallo, e dell’University College London (Ucl), nel Regno Unito. Il team di lavoro ha infatti individuato un effetto precedentemente sconosciuto della serotonina, meglio nota come ‘l’ormone della felicità’, sull’apprendimento. I risultati dello studio sui topi sono pubblicati su ‘Nature Communications’.

Le scoperte emerse dallo studio internazionale

“Lo studio ha scoperto che la serotonina aumenta la velocità di apprendimento. Quando i neuroni della serotonina venivano attivati artificialmente, usando la luce rendevano i topi più rapidi nell’adattare il loro comportamento in una situazione che richiedeva flessibilità. Gli animali davano più peso alle nuove informazioni e modificavano la propria mente più rapidamente quando questi neuroni erano attivi” ha spiegato Zach Mainen, uno dei responsabili della ricerca internazionale. Già in passato analoghi studi avevano dimostrato come la serotonina avesse un diretto collegamento con l’aumento della plasticità cerebrale. Quest’ultimo lavoro di ricerca contribuisce a sostenere un’interpretazione in questa direzione, e a lasciare ancora ampi margini agli studi relativi alla connessione fra felicità e capacità cerebrali.

Il ruolo della serotonina sull’apprendimento

La serotonina è una delle principali sostanze chimiche utilizzate dalle cellule nervose per comunicare tra loro, e i suoi effetti sul comportamento non sono ancora chiari. Per molto tempo i neuroscienziati si sono interrogati sull’azione di questo neurotrasmettitore in un cervello normale. Finora però è stato difficile definire la funzione della serotonina, in particolare per quanto riguarda l’apprendimento. Usando un nuovo modello matematico, il team internazionale sembra aver fatto luce su questo mistero.

L’ormone del buonumore, quante funzioni positive per corpo e psiche

Di quanto serva la serotonina al nostro benessere psicofisico, però, si sa già molto. Ad esempio questo ormone – chiamato anche della felicità e del buonumore – regola diverse funzioni: ad esempio i ritmi circadiani, ovvero il ciclo sonno-veglia. Ancora, regola il senso di appetito, ma controlla anche la pressione del sangue e il comportamento sessuale. Inoltre, è fondamentale nelle relazioni sociali: un basso livello di serotonina porta a stati ansiosi, depressione e addirittura all’aggressività. Oltre a tenere bassa la soglia del dolore, la serotonina – e questo è comprovato – contribuisce a mantenere sana la memoria e favorisce la capacità di concentrazione.

Lavori troppo? Per la scienza metti a rischio la tua salute

Troppo lavoro fa male alla salute. Come a dire, i dipendenti che si prodigano eccessivamente, o per troppo tempo, alle loro mansioni professionali rischiamo di mettere a repentaglio il loro benessere. Lo stacanovismo, quindi, pare non essere un modello vincente da seguire, anzi. I rischi sono seri: insonnia, depressione, problemi fisici gravi o cronici, dovuti all’eccesso di fatica e di stress frutto di un mondo lavorativo sempre più frenetico.

Eccesso di ore di lavoro: cosa dice la scienza

Che lo stacanovismo possa portare a degli effetti negativi sulla salute trova conferma anche negli ultimi dati scientifici. In base a una ricerca pubblicata sulla rivista Lancet e ripresa dalla CBS e da Askanews, sembrerebbe che lavorare più di 55 ore alla settimana accresca il rischio di ictus del 27% e di sviluppare una malattia cronica del 13%. Questa instabilità porta l’organismo e la salute mentale a situazioni di stress e per cercare di “non perdere la testa” l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha istituito la Giornata Mondiale per la Salute e Sicurezza sul Lavoro, utile a ricordare di ridimensionare gli impegni e a salvaguardare se stessi.

I consigli dell’esperta

I consigli per affrontare al meglio un mondo lavorativo sempre più convulso arrivano dall’esperta Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia. Che spiega: “La realtà del lavoro è cambiata: oggi il modo di giudicare una buona performance infatti non è uguale a ieri perché si lavora per obbiettivi con azioni fulminee, decisioni veloci veicolate con poche informazioni che però devono essere efficaci e ponderate. Anche le aspettative elevate e la paura delle intelligenze artificiali che sostituiscono l’operato dell’uomo, rendendolo fragile e spaventato, sono due fattori da non sottovalutare perché il lavoratore si sente improvvisamente obsoleto. I contesti “centrifuga” fanno parte ormai della nostra realtà quotidiana e provocano pressione continua di cui è difficile liberarsi”.

Dopo i 40 anni? Non più di 25 ore a settimana

Una ricerca della Melbourne University e pubblicata sul The Guardian mette in guardia in particolare i lavoratori che hanno superato i 40 anni di età. Per chi è entrato negli “anta”, consiglia lo studio, l’orario di lavoro settimanale non dovrebbe superare le 25 ore. La ricerca, frutto di un sondaggio effettuato su un campione di 6500 lavoratori australiani, si è basata su tre parametri: memoria, abilità percettive e capacità di comprensione di un testo scritto. È emerso che, indistintamente uomini e donne, hanno difficoltà a concentrarsi e il calo della produttività è evidente. “La soluzione è trovare spazi di decompressione, iniziando dalle piccole cose come smettere di mangiare di fronte al pc o non pranzare affatto, per arrivare alle grandi e complesse come cambiare prospettiva mentale e imparare a convivere con la pressione dei nostri tempi con cui tutti ci dobbiamo misurare ed essere in grado di commutare la velocità e il caos da anomalia a normalità” conclude Marina Osnaghi

Il dipendente in malattia? Non ha solo diritti, ma anche doveri

Il dipendente in malattia non ha solo diritti, ma anche dei doveri: non soltanto nei confronti del datore di lavoro, ma anche della propria salute. Il periodo coperto dall’indennità di malattia prevede infatti che i dipendenti rispettino determinate “regole”. Quindi, il dipendente non si deve limitare a fare comunicazione della malattia al proprio datore di lavoro, richiedere il certificato al proprio medico di base, e rispettare gli orari di reperibilità previsti per le visite fiscali, ma è anche chiamato a curarsi, e a non svolgere tutte quelle attività che potrebbero peggiorare le proprie condizioni di salute oppure rallentare il percorso di guarigione.

La Corte di Cassazione stabilisce la legittimità di licenziamento se il dipendente in malattia svolge attività che possono ostacolarne la guarigione

La Corte di Cassazione ha stabilito la legittimità del licenziamento qualora il dipendente in malattia svolga attività che possono ostacolare la sua guarigione. Secondo la recente sentenza della Corte di Cassazione numero 6047/2018 il lavoratore in malattia può essere licenziato dal proprio datore di lavoro per giusta causa qualora non venissero rispettate le indicazioni stabilite per Legge.

Il caso arrivato in Cassazione ha visto vincere un’azienda che aveva disposto un licenziamento per giusta causa

Il caso arrivato in Cassazione ha visto vincere un’azienda che aveva disposto un licenziamento per giusta causa di un dipendente in malattia per lombosciatalgia, il dolore alla colonna vertebrale che si irradia fino alla superficie posteriore della coscia per un’infiammazione del nervo sciatico. Insomma, il più comunemente detto “mal di schiena”. Il dipendente in questione, in seguito licenziato dall’azienda, durante il periodo di indennità sembra avere partecipato a un concerto, addirittura suonando sul palco con il suo gruppo musicale. L’azienda è venuta a conoscenza dell’accaduto tramite il profilo Facebook del dipendente stesso e ha provveduto al licenziamento.

Lo svolgimento dell’attività di rischio getta le basi per la giustificazione del licenziamento da parte del datore di lavoro

La risposta della Corte di Cassazione in questo caso è stata chiara: l’azienda è legittimata a procedere con il licenziamento per giusta causa qualora il dipendente svolga attività che con molta probabilità prolunghino il periodo di malattia, come appunto suonare su un palco se si è affetti di lombosciatalgia. Lo svolgimento dell’attività di rischio, aggiunge la Cassazione, porta a presumere l’inesistenza stessa della malattia, gettando quindi le basi per la giustificazione di un licenziamento da parte del datore di lavoro.

Snapchat, tempo di cambiare per risollevarsi. Amici da una parte, notizie dall’altra

Sono stati mesi duri per Snapchat, l’app creata per l’invio di foto e video usa e getta e che ora punta a un totale rinnovamento per contrastare la competizione con competitors “carro armato” come Instagram e gli altri social network. Insomma, per il proprio restyling la app – famosa anche per la possibilità di modificare la propria immagine con faccine di animali, accessori floreali e dotazioni buffe – ha deciso di fare un po’ d’ordine. Tradotto nei fatti, il make up di Snapchat prevede il ritorno in primo piano della parte social, con le storie e i messaggi degli amici, che sarà ben divisa  dalla sezione dedicata ai contenuti di media e creativi.

Snapchat diventa “più personale”

A spiegare meglio il senso del restyling è proprio il numero uno della compagnia, Evan Spiegel, che in un video pubblicato su Youtube ha raccontato i cambiamenti in atto e i loro obiettivi. “Rendiamo Snapchat più personale” dice Spiegel. “Una delle critiche più ricorrenti ai social media è che mettono insieme foto e video dei propri amici insieme a contenuti di editori, creativi e influencer. Ma gli amici non sono ‘contenuti’, sono relazioni”. Quindi, l’applicazione ha deciso di separarli dai media in due sezioni separate.

A destra e a sinistra i diversi tipi di contenuti

Come riporta l’Ansa, ora le chat e le Storie degli amici saranno a sinistra della fotocamera di Snapchat, mentre le Storie di editori, autori e community a destra. Tra le novità la pagina “Amici” dinamica, che mostrerà i contatti in base alle modalità di interazione con gli altri iscritti alla piattaforma: una specie di funzione dei “migliori amici” potenziata. La nuova pagina Discover sarà invece il frutto di un mix di tecnologia e intervento umano: i contenuti saranno approvati da un team di persone in carne e ossa, mentre la loro proposta all’utente sarà personalizzata da un algoritmo. “Le Storie alle quali sei iscritto saranno disposte in alto, seguite da altre Storie che potrebbero interessarti. Con il passare del tempo, Discover sarà completamente personalizzato in base ai tuoi interessi” fanno sapere dall’app del fantasmino giallo.

Servirà per risollevare il business?

Le novità introdotte hanno anche il chiaro obiettivo di riportare in auge la app, che ha incontrato non pochi intoppi dopo lo sbarco alla borsa di Wall Street. Così tante difficoltà che sono arrivati in suo soccorso addirittura investitori asiatici: la cinese Tencent, cui fa capo la piattaforma di messaggi WeChat, è infatti salita al 10% del capitale di Snapchat.

Tutti a tavola con l’insetto: da gennaio mangeremo grilli e cavallette

Grilli, cavallette, larve e millepiedi. Gli insetti – di solito ospiti indesiderati nelle nostro case e nei nostri giardini – dal prossimo 1° gennaio ce li ritroveremo anche sul… piatto. Già, perché come avvisa la Coldiretti, entra in vigore il nuovo regolamento Ue che verrà applicato sui “novel food” e che permetterà di riconoscere gli insetti interi sia come nuovi alimenti sia come prodotti tradizionali da Paesi terzi, aprendo di fatto alla loro produzione e vendita anche in Italia.

Italiani scontenti della novità? Non così tanto

A sorpresa, i nostri connazionali sono sì contrari a questa novità alimentare, ma in percentuali che potrebbero essere ben maggiori. In base a una indagine condotta da Coldiretti-Ixe’, dice “no” senza riserve il 54% degli italiani, perché considera il consumo di insetti estraneo alla cultura alimentare nazionale. Gli indifferenti, e anche questo dato è singolare, sono il 24%, i favorevoli rappresentano il 16% e solo il   6% non è in grado di rispondere.

Insetti interi? Anche no, grazie

A dire la verità, però, i nostri connazionali si sono dimostrati più favorevoli al consumo di prodotti che contengono insetti nel preparato (come ad esempio farina di grilli o pasta con farina di larve) piuttosto che a quello di insetti interi. E’ questo il risultato di una ricerca dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cuneo) che ha effettuato dei test di degustazione coinvolgendo dei volontari. No quindi a spiedini di grilli o di cavallette dalla Thailandia, tarantole fritte e millepiedi al forno dalla Cina, sì a farine che contengono insetti resi “invisibili”.

La FAO invita al consumo

A spingere verso il consumo di insetti è da qualche anno la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) forte del fatto che nel mondo già quasi 2.000 specie di insetti sono considerate commestibili e vengono consumate da almeno 2 miliardi di persone.

I possibili rischi a livello sanitario

Di altro parere, invece, il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo. “Al di là della normale contrarietà degli italiani verso prodotti lontanissimi dalla nostra cultura alimentare, l’arrivo sulle tavole degli insetti solleva dei precisi interrogativi di carattere sanitario e salutistico ai quali è necessario dare risposte, facendo chiarezza sui metodi di produzione e sulla stessa provenienza e tracciabilità degli insetti la maggior parte dei nuovi prodotti proviene da Paesi extra Ue, come la Cina o la Thailandia, da anni ai vertici delle classifiche per numero di allarmi alimentari” ha affermato Moncalvo.

Matcha, il tè verde che fa bene (quasi) a tutto

Probabilmente lo avete già assaggiato in un ristorante orientale, senza sapere di avere a che fare con uno dei prodotti naturali più potenti per contrastare le malattie e per favorire il benessere.  Si tratta del matcha, un tipo di tè verde cinese particolarmente prezioso. Non per niente, viene utilizzato nel rituale della “cerimonia del tè”, una tradizione antica che viene ancora oggi effettuata nelle grandi occasioni. Ma cosa ha di speciale il matcha? E perché dovremmo berlo per state bene?

Una carica di antiossidanti

Rispetto al  normale tè verde, il matcha è un’autentica “bomba” di antiossidanti: ne contiene ben il 130% in più rispetto agli altri tipi di tè. Come si sa, gli antiossidanti sono preziosi elementi per contrastare tutti i fenomeni legati all’invecchiamento cellulare. Ricchissimo di catechina, un antiossidante potentissimo con diverse proprietà terapeutiche, l’assunzione del matcha proteggerebbe anche dall’insorgere di numerose malattie.

Sistema immunitario in forma

Con il suo carico buono di antiossidanti e polifenoli, questa tipologia di tè verde è in grado di dare una mano al nostro sistema immunitario, rendendolo più robusto e capace di tenere alla larga diversi malanni. Ricchissimo di vitamine A, B, C, E e K, e di diversi sali minerali, il matcha è un valido alleato per la salute.

Pancia piatta

Ancora, le foglioline di tè verde – che non per niente viene utilizzato anche come colorante alimentare naturale in diversi cibi – sono un concentrato di clorofilla. Un elemento dalle grandi proprietà detossificanti, diuretiche e drenanti. Quindi, un aiuto per eliminare i liquidi in eccesso e avere un addome piatto.

Dieta più facile

Anche per questo, il matcha è da tenere ben presente quando si inizia una dieta per dimagrire. Assolutamente privo di calorie se bevuto al naturale, dà una “spinta” al metabolismo e attenua il senso di fame.

Un aiuto alla memoria

Come dicevamo, il tè verde è un concentrato anche di sali minerali, come il fosforo, che consentono di allenare la memoria. Ma non solo: il matcha è composto pure da teanina, un aminoacido in grado di contrastare lo stress, sia fisico sia mentale. Quindi, con una tazza di tè verde si può guadagnare in capacità di concentrazione.

Cervello acceso

L’unica accortezza, specie se c’è il dubbio di soffrire di malattie cardio vascolari, è che il tè verde – come in generale tutti i tipi di tè – contiene caffeina. Che serve sì a rimanere lucidi, svegli e attenti, ma in quantità eccessive potrebbe provocare aritmie o insonnia.

Ecco perché Milano si candida ad accogliere l’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco

Potrebbe essere Milano la metropoli che ospiterà la base dell’EMA,l’Agenzia Europea del Farmaco. Le motivazioni di questa candidatura, che premia la città della Madonnina, sono ben spiegate dal Prof. Silvio Garattini, noto scienziato e direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano: “Con uno dei migliori ambienti di ricerca e business in Europa, ottimi collegamenti con l’Europa e il mondo, uno stile di vita vivace e internazionalmente apprezzato, nonché ottime condizioni per un trasferimento facile ed efficace, Milano è pronta ad ospitare l’EMA”.

I motivi identificati per la scelta di Milano quale sede per garantire la continuità delle attività dell’EMA durante la fase di transizione post-Brexit sono ben sette, e testimoniano la capacità attrattiva e organizzativa del capoluogo lombardo.

Trasferimento facile

L’EMA sarà ospitata  presso il “Pirelli Building”, edificio di proprietà dello Stato. Durante la fase di trasferimento, il personale dell’EMA sarà assistito da un centro di supporto dedicato e di nuova istituzione. Inoltre, gli oltre 250 voli aerei a settimana con Londra rendono agevoli i viaggi del personale pendolare.

Tre aeroporti, ferrovie e strade per l’Europa

Tre grandi aeroporti servono Milano (Malpensa, Linate e Bergamo) con 1.300 collegamenti settimanali verso 27 capitali e metropoli europee. Per non parlare dell’ottima rete ferroviaria e autostradale.

Ricettività che non teme confronti

Milano ha una capacità ricettiva di circa 100.000 posti letto e e 17.400 ristoranti e bar: un’offerta ampliata e ulteriormente qualificata in occasione di Expo2015.

Innovazione e internazionalizzazione

Il personale che arriverà a Milano troverà a disposizione una rete completa di scuole internazionali, diciotto università e accademie d’arte e un’ampia rete di istituti di ricerca pubblici e privati. Inoltre, l’Italia vanta la seconda più grande industria farmaceutica in Europa in termini di volumi di produzione, il 60% dei quali si trovano nell’area metropolitana di Milano.

Connessioni con l’Unione Europea

Il Centro Comune di Ricerca (Joint Research Centre – JRC), la Direzione Generale della scienza e della conoscenza della Commissione europea, si trova a Ispra, a soli 50 chilometri a nord di Milano. A Parma c’è la sede dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA). Ci sarebbero quindi tre organismi scientifici e di ricerca dell’UE a 200 km l’uno dall’altro.

Italian style

Milano vanta una qualità della vita altissima, dall’efficienza del sistema sanitario nazionale fino alla qualità della cucina e all’ottima rete di trasporti pubblici, car e bike sharing compresi.

Capitale del business

Milano è leader nei servizi finanziari e bancari, di ingegneria, comunicazione, produzione manifatturiera, energia e ricerca di base e applicata, oltre che la capitale del design e della moda. Circa 3.600 multinazionali hanno scelto il capoluogo lombardo come base in Italia.

 

Business to business, al lido scatta l’ora del gonfiabile

C’è spazio per i giochi gonfiabili nei lidi balneari italiani. Sono molte le ragioni per prevedere un incremento di questo servizio dedicato ai più piccoli negli stabilimenti balneari della fascia costiera italiana, ma anche nelle strutture ricettive montate nelle zone fluviali e nei laghi. Il comparto dei lidi balneari è cresciuto in Italia in modo tumultuoso negli ultimi anni. Secondo dati Doxa, si è passati da poco più di 5.000 lidi nel 2001, a ben 12.000 stabilimenti balneari nel 2015.

Numerosi sono i servizi offerti oggi in queste strutture. Dentro ci si trovano piccoli bar e tavole calde più attrezzate, fino a veri e propri servizi ristorante. Le cabine sono una delle comodità più apprezzate, insieme ai servizi da spiaggia (lettini e ombrelloni), mentre nel 2012 sono state censiti da uno studio della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e Piccola e Media Impresa anche 123 stabilimenti con piscina. Dati dello stesso ente indicano che  mediamente, uno stabilimento dotato di bar, servizio di ristorazione e servizi da spiaggia ottiene il 22% dei ricavi da lettini e ombrelloni, il 22% dei ricavi dal bar, il 9% dall’affitto di cabine e il 50% dal servizio di ristorazione. Dato che gli stabilimenti balneari hanno anche un loro impatto ambientale, calcolato in 1.050 chilometri di costa occupata, la percentuale dei ricavi proveniente da cabine e servizi da spiaggia può essere migliorato in qualità e valore. E i gonfiabili possono rappresentare una strada essere diversa, giocosa e gentile d’intrattenimento del pubblico giovane e valorizzazione dei lidi.

Le aziende più evolute nel settore giochi & gonfiabili, offrono un accurato servizio di progettazione, leasing finanziario, vendita o noleggio nell’ambito business to business. La gamma prodotti può essere davvero articolata, tra scivoli gonfiabili, calcio saponato, isole galleggianti, percorsi fantasy, galeoni dei pirati, mega piovre, mega delfini, solo per citarne un esiguo numero. Questo vuol dire che la scelta non manca anche in termini di arredo, con una costante consulenza nella realizzazione di aree gioco, parco giochi o un vero e propri mini parchi acquatici.

I vantaggi che un gonfiabile può apportare a un’attività balneare sono evidenti. Con i suoi colori accesi e attrattivi è un colpo d’occhio che certamente aumenta il buon umore e la voglia di stare in spiaggia; di fatto è in grado di valorizzare zone dello stabilimento poco sfruttate; è, poi, un servizio che targettizza automaticamente la clientela, incoraggiando il turismo familiare e delle giovani coppie (sono loro che di solito portano i bambini al mare). Prestare attenzione ai divertimenti dei più piccoli, in altre parole, consente di ricevere più ospiti con un reddito elevato, forse più esigente in termini di qualità ma anche più disciplinato e facile da gestire.