Author: Jessica Morgani

Trovare lavoro: laurearsi conviene ancora?

Conviene ancora laurearsi per trovare un lavoro più facilmente, ma soprattutto per guadagnare di più? I rapporti Istat parlano chiaro: i tassi di occupazione di diplomati e laureati differiscono di 14 punti percentuali. E a fornire una visione chiara e precisa dei corsi di laurea più o meno efficaci dal punto di vista del mercato del lavoro ci ha pensato Almalaurea, il consorzio a cui aderiscono 73 atenei italiani e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Secondo i dati Almalaurea il 71,1% dei laureati triennali è occupato a un anno dal conseguimento del titolo. Una percentuale che si alza fino al 73,9% nel caso dei laureati magistrali. Si tratta però di percentuali abbassate drasticamente dalla crisi: nel 2007, infatti, tali percentuali erano rispettivamente dell’82,8% e dell’80,5%.

La classifica delle facoltà che creano più occupazione

L’ultima indagine di Almalaurea dimostra che a 5 anni dal conseguimento della laurea il 94% dei laureati magistrali in ingegneria risulta occupato, con uno stipendio medio di 1.753 euro mensili. Va bene anche per i laureati nelle professioni medico-sanitarie, occupati per il 93,8% dei casi, con uno stipendio medio di 1.487 euro al mese. Tra i corsi che vantano tassi di occupazione meno lusinghieri si annoverano quelli letterari (79,7%), geo-biologici (78,5%) e giuridici (76,5%). In relazione invece alla voce “stipendi”, i laureati che a 5 anni dal conseguimento del titolo vantano uno stipendio medio minore sono gli psicologi, che si devono accontentare di 1.042 euro al mese.

La “convenienza” non è sul breve termine

Secondo i dati delle richieste da parte delle aziende anche oggi la laurea risulta molto importante. “I dati però sono chiari, e non c’è dubbio nell’affermare che alcuni titoli di laurea sono poco spendibili nell’attuale mercato del lavoro italiano -spiega Carola Adami, CEO di Adami & Associati – penso ad esempio alle lauree in psicologia, alle lauree in ambito letterario e sociale, nonché a quelle giuridiche. Inoltre, la “convenienza” di avere una laurea non è così evidente nel breve termine. “Gli stessi dati Istat hanno dimostrato che a due anni dal conseguimento del titolo – continua Adami – tra i possessori di diploma di maturità e di diploma di laurea la percentuale di occupati è pressapoco la stessa”.

“Lo stacco tra diplomati e laureati cresce a favore di quest’ultimi con l’avanzare del tempo”

I titoli di laurea rivelano però la loro efficacia sul lungo termine. “Il distacco tra ‘semplici’ diplomati e laureati cresce a favore di quest’ultimi con l’avanzare del tempo, sia a livello di occupazione che a livello di salari – aggiunge Adami -. E le indagini lo confermano, con i laureati under 40 che guadagnano di più rispetto ai coetanei. I vantaggi della laurea sono dunque netti – sottolinea l’head hunter- ma affinché si manifestino totalmente devono passare alcuni anni”.

Arriva l’Innovation manager, un superconsulente digitale per le Pmi

Gli uffici studi di Camera e Senato lo hanno definito voucher manager, la Gazzetta Ufficiale invece non ha indicato un nome specifico per questo ruolo. Ma per tutti è l’Innovation manager, un superconsulente esperto in trasformazione tecnologica e digitale. La Legge di Bilancio 2019 prevede infatti un contributo di 25 milioni destinato alle Pmi che si avvalgono della consulenza di questa nuova figura professionale, un esperto di innovazione per supportare le piccole e medie imprese nel processo di digitalizzazione. E il Politecnico di Milano ha avviato il Percorso executive in gestione strategica dell’innovazione digitale, che punta proprio a formare questa figura.

A chi è diretto il voucher

In una prima formulazione, il contributo era riservato in egual misura a tutte le Pmi. Nella versione definitiva delle Legge viene fatta una distinzione: attingendo dal fondo annuale di 25 milioni, previsto per gli anni fiscali 2019-2020, le piccole e micro imprese ricevono un voucher che copre il 50% dei costi sostenuti per la consulenza, entro un limite massimo di 40.000 euro, riporta Agi. Per le medie imprese invece il contributo è pari al 30% della spesa, con un limite massimo di 25.000 euro.

Esiste però anche una terza opzione, rivolta alle imprese che hanno stretto un “contratto di rete”. In questo caso il contributo è del 50%, fino a 80.000 euro, non per la singola impresa ma per l’intera rete

I campi di applicazione

Il campo di applicazione della consulenza è molto ampio, e riguarda una complessiva riorganizzazione aziendale, compresa quella che guarda ai mercati finanziari e dei capitali. L’Innovation manager si occuperà anche di digital disruption e digital strategy, organizzazione e processi per la trasformazione digitale, modelli di sourcing e strumenti contrattuali per l’innovazione digitale ancora, disegno e innovazione di nuovi business model, corporate enterpreneu. E rship e startup, cloud e architetture orientate ai servizi per l’agile enterprise, innovazione digitale nella supply chain, canali digitali e nuovi paradigmi di marketing.

La legge cita poi le “tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0”: Big data e analytics, cloud, cyber security, sistemi di simulazione, realtà virtuale e aumentata, robotica, stampa 3D, IoT e prototipazione rapida.

I tempi e i requisiti

Insomma, si parla di innovazione e digitale a tutto tondo, dall’imprenditoria alla riorganizzazione interna alla promozione e la selezione di talenti e startup con i quali collaborare. La consulenza però non si potrà assegnare a chiunque. Entro 90 giorni dalla pubblicazione della norma (cioè entro la fine di marzo), il Ministro dello Sviluppo Economico deve emanare un decreto che individua un elenco che include le società di consulenza o i manager qualificati tra i quali scegliere. Lo stesso decreto individuerà anche i requisiti necessari per diventare un Innovation manager. È quindi probabile che, per il 2019, i primi Innovation manager abbiano 6-7 mesi per farsi spazio.

 

Vendere un immobile di lusso a Monza

Vendere in maniera rapida e proficua un immobile di lusso è il desiderio di quanti ne sono in possesso e desiderano evitare lungaggini burocratiche ed estenuanti trattative. Vendere in maniera sicura significa però anche avere la certezza di aver correttamente provveduto ad effettuare tutti quegli adempimenti previsti dalla legge e che consentono di stare tranquilli anche a distanza di anni. Il mercato degli immobili di lusso inoltre, richiede una particolare attenzione per tutto ciò che riguarda la privacy e la riservatezza dei soggetti coinvolti nella compravendita, tema oggi sempre più caro a moltissime persone. Questi sono principalmente i motivi che dovrebbero indurre chiunque a scegliere con attenzione l’agenzia immobiliare cui rivolgersi per riuscire a concludere la vendita come sperato. L’immobiliare di Monza Franco Guerrieri è impegnata da oltre venti anni nel settore e conosce bene le necessità di quanti desiderano riuscire a concludere in maniera soddisfacente la vendita di un immobile di prestigio o dal grande valore storico o architettonico.

Per questo, il rinomato studio di intermediazione immobiliare Franco Guerrieri propone ai propri clienti delle specifiche ricerche di mercato che sono personalizzate in base al singolo caso, nonché l’analisi dei canali che risultano essere i più adeguati per la compravendita. Vengono inoltre avviate delle efficaci campagne pubblicitarie altamente targettizzate e sempre in grado di garantire l’assoluta privacy al cliente. Vengono prodotti inoltre dei report periodici che evidenziano quello che è l’andamento della strategia di vendita adottata e delle eventuali visite che sono state effettuate con dei potenziali acquirenti. Parliamo dunque di servizi dall’efficacia collaudata e affinata nel tempo, grazie ai quali è possibile riuscire a chiudere in tempi brevi la vendita del proprio immobile, coadiuvati da uno staff qualificato e sempre pronto ad offrire il proprio supporto. Lo studio Franco Guerrieri si trova a Monza in Via Italia 39, il recapito telefonico è lo 0392304893.

Per ogni operatore Cpi 506 potenziali beneficiari del reddito cittadinanza

Sono 506 i potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza che ogni operatore dei Centri per l’impiego potrebbe prendere in carico. Si tratta della stima del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro. Secondo i dati Istat 2017, infatti, gli individui che in Italia vivono sotto la soglia di povertà sono circa 5 milioni, e dei circa 3 milioni e 300mila in età lavorativa potrebbero essere circa 2 milioni e 500mila, il 75% dei beneficiari, a recarsi per la sottoscrizione del patto per il lavoro. Ogni operatore, quindi, dovrebbe prenderne in carico circa 506. Secondo le previsioni dell’articolo 4 del decreto legge, una parte dei potenziali beneficiari  dovrà essere convocata dai centri per l’impiego per la sottoscrizione del Patto per il lavoro, e i restanti dai comuni per il patto per l’inclusione sociale.

Non tutti i dipendenti dei Cpi dispongono delle professionalità richieste

I requisiti mediante i quali sarà operata la distinzione sono quelli previsti al comma 5 del decreto.  E in considerazione dell’attuale numero degli addetti dei centri per l’impiego ogni operatore dovrebbe pertanto prendere immediatamente in carico circa 506 potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza. “Ciò in quanto soltanto gli operatori specializzati (n. 4.981 solo cat. C e12 D) – sottolineano i consulenti del lavoro – e non tutti i dipendenti dei centri per l’impiego dispongono delle richieste professionalità”. Ma per i consulenti del lavoro, “pur condividendo la finalità di aumentare il numero degli operatori addetti al servizio delle politiche attive per il lavoro, occorre che si chiarisca il ruolo e la figura del cosiddetto ‘navigator’, prevista nel decreto legge”.

Il ruolo dei navigator

Non si comprende, infatti, dove i navigator sarebbero fisicamente collocati, e con quale modello organizzativo opererebbero. Va tenuto in considerazione che le attività connesse alla stipula del patto per il lavoro sono di pertinenza dei centri per l’impiego e, laddove previsto dalle leggi regionali, degli operatori privati accreditati, che per tali funzioni utilizzano proprio personale. Secondo i professionisti, riporta Adnkronos, “la criticità più importante è sicuramente quella della sospensione dell’assegno di ricollocazione per i percettori di Naspi fino al 2021”.

Evitare sovrapposizioni tra misure regionali e nazionali

Con tale previsione, chi perde un posto di lavoro e non si trova nelle condizioni per poter beneficiare del reddito di cittadinanza si vedrà privato di quell’unico strumento di politica attiva di livello nazionale, appunto l’assegno di ricollocazione, in grado di supportarlo nella ricerca di una nuova occupazione”.

“Al proposito – spiegano i consulenti – molte Regioni, infatti, opportunamente, hanno orientato le proprie misure di politica attiva del lavoro verso target di destinatari diversi, proprio per evitare sovrapposizioni tra misure regionali e nazionali. Con tale previsione si crea un vuoto di tutela nei confronti dei disoccupati percettori di Naspi”.

Italia tra gli ultimi per capacità di spesa fondi Ue in Ict e ricerca

L’Italia è sul fondo della classifica dei Paesi europei per la capacità di spesa dei fondi in Ict e ricerca e innovazione. I fondi disponibili a valere sul Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr 2014-2020) per favorire l’innovazione nel nostro Paese sono 8,3 miliardi di euro, 6 miliardi per la ricerca e l’innovazione, e 2,3 miliardi per lo sviluppo dell’Ict. Un valore molto alto di risorse disponibili, il terzo dopo Polonia e Spagna. Ma, dopo quasi cinque anni dall’avvio dell’Agenda Digitale italiana, ne sono stati spesi solo 828 milioni, pari al 12,3% del totale, collocando l’Italia al quartultimo posto in classifica.

“L’attuazione del piano Agenda Digitale stenta a decollare”.

È quanto emerge da un’analisi condotta dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, secondo la quale “nonostante le grandi ambizioni del piano nazionale Agenda Digitale, finalizzato a rendere più competitive le aziende italiane e le infrastrutture tecnologiche, l’attuazione del programma stenta a decollare”.

A livello regionale Puglia, Campania e Sicilia sono le regioni che hanno programmato investimenti più ingenti, superiori ai 600 milioni ognuna. Ma se la Puglia ha rendicontato il 12% delle spese effettuate (in linea con la media nazionale), la Sicilia a settembre 2018 non ha rendicontato alcuna spesa, e la Campania solo 5 milioni di euro (pari all’1%) della programmazione approvata, riferisce Adnkronos.

Gli occupati nella produzione di beni altamente tecnologici sono lo 0,9%…

La scarsa capacità di spesa delle ingenti risorse europee mostra i suoi effetti anche sull’occupazione nei settori ad alta innovazione tecnologica. Dal report emerge come in Italia in questi ambiti sono occupate 775 mila persone e la crescita, dal 2008 a oggi, è stata di sole 11mila unità (+1,5%). E se nell’area euro sono 5,7 milioni le persone occupate in tali settori, con una crescita di 362mila unità dal 2008 (+6,7%) nel nostro Paese la quota di occupati nella produzione di beni altamente tecnologici è dello 0,9% (la media europea è pari all’1,1%).

 …e quelli nei servizi ad alta intensità di conoscenza il 2,5%

Rispetto ai servizi ad alta tecnologia e alta intensità di conoscenza nell’occupazione l’Italia si attesta al 2,5%, un livello inferiore di 0,4 punti percentuali rispetto alla media dell’Eurozona. Nel 2017, inoltre, il 39,8% degli occupati in settori ad alta intensità tecnologica ha conseguito la laurea, rispetto a una media nazionale di occupati laureati pari al 22%.

Tuttavia, le donne sono solo il 31,4%, oltre 10 punti percentuali in meno della quota di donne occupate in tutti i settori (42%). La media italiana del 3,4% è trainata da Liguria (4%), Lombardia (4,7%) e Lazio (6,1%), mentre gran parte delle regioni ha una quota di occupati in settori ad alta intensità tecnologica al di sotto del 2,5%.

Auto: immatricolazioni -2,9% nel 2018, ma cresce l’usato

Il mercato delle automobili pesa per il 3% sui consumi totali italiani, con un incremento dell’incidenza dello 0,7% rispetto al 2014. Il primato per giro d’affari spetta però alle auto usate, con quasi 19 miliardi di euro, mentre il mercato delle auto nuove, secondo le stime di Prometeia, a fine anno ha raggiunto 17,6 miliardi di euro, per un totale di 1.932.000 immatricolazioni. Una cifra che segna una contrazione del 2,1% in valore e del 2,9% in volume.

In generale, nel 2018 le vendite di veicoli sia nuovi sia usati sono cresciute dell’1,6% in volume, mentre i prezzi risultano in calo dello 0,5%. Inoltre, nel 2018 le immatricolazioni dei privati scendono del 3,5%, confermando l’andamento negativo già rilevato nel 2017. Brusca frenata anche per le auto aziendali, per le quali si registra una flessione del 2,2% dopo l’impennata del 22,8% dello scorso anno.

Cosa rallenta l’acquisto di auto nuove?

Secondo l’Osservatorio Findomestic a rallentare l’acquisto di auto nuove contribuiscono diversi fattori. A cominciare dall’incertezza della situazione economica, ma anche la crescente incidenza sui budget familiari dei beni durevoli per la casa. Non meno rilevanti gli interventi di policy, come l’introduzione della procedura di omologazione WLPT (World Harmonized Light Vehicle Test Procedure), ovvero il nuovo standard per le emissioni inquinanti in vigore da settembre 2018, e i provvedimenti contro le motorizzazioni diesel.

Più car sharing e auto NLT meno auto di proprietà

A impedire la crescita delle immatricolazioni di auto però è anche la crescente diffusione di nuove abitudini di utilizzo nel campo della mobilità. Come la modalità in condivisione, o il car sharing, sempre più impiegato per spostarsi nei grandi centri cittadini. O come una crescente propensione verso il noleggio a lungo termine (NLT) piuttosto che al possesso del veicolo.

Sono infatti 881mila le auto NLT in circolazione, e secondo le stime nel 2018 le immatricolazioni toccheranno le 276.000 unità, con un aumento del 6,1% rispetto al 2017. E garantendo quindi al settore una quota di mercato del 14,3%.

Diesel in calo, ma ancora al 54%. Ibride ed elettriche +40%

Anche se il primato delle auto a motore diesel è a rischio, riferisce askanews, più di un’auto su due (54%) di nuova immatricolazione è alimentata ancora a diesel. E questo nonostante il calo del 10% registrato quest’anno. Di contro le auto a benzina crescono solo del 4%, e raggiungono una quota di mercato pari al 33%, mentre quelle con alimentazione alternativa aumentano del 15%, aggiudicandosi una fetta di mercato pari al 13%.

Le automobili ibride ed elettriche sono in aumento del 40%, e valgono un terzo di quelle con alimentazione alternative. I veicoli alimentati a metano invece crescono del 23%, mentre sono in lieve flessione (-0,6%) quelli a Gpl.

Il dizionario dell’e-commerce per lo shopping

Sono molti i consumers (consumatori) che hanno festeggiato il Black Friday e il Cyber Monday trovando le migliori combinazioni di acquisto. Dai dati rilevati da Idealo dopo il Black Friday del 2017 risulta che le intenzioni di acquisto degli italiani sono cresciute del 99,10% rispetto al venerdì nero del 2016. E Aba English ha preparato un dizionario inglese dell’e-commerce per approfittare delle offers (offerte), i bargains (affari), le promotions (promozioni) e i discounts (sconti) da non lasciarsi scappare in attesa del prossimo venerdì nero.

Non solo promotions e discounts

Con i nuovi sistemi di allerta dei prezzi è fondamentale non farsi trasportare dall’impulse purchase (un acquisto dettato dall’impulso), soprattutto di fronte al price cuts (le riduzione dei prezzi) e ai big discounts (grandi sconti). Per essere consapevoli del tipo di offerta che abbiamo davanti, riferisce Ansa, queste frasi in inglese non sono le uniche che dobbiamo conoscere. Soprattutto dopo avere considerato il prezzo troppo elevato, magari di un cappello. In quel caso potremmo esclamare: “That hat is a steal!” (Questo cappello è un furto!), oppure, dopo un acquisto ben riuscito, “My hat was a good deal” (Il mio cappello è stato un’ottima offerta).

Come funziona lo shopping online?

 

Negli online shops (negozi online), nei marketplaces (negozi online nei quali diverse marche propongono i loro prodotti), oppure negli outlets online (negozi online in cui i prodotti in vendita sono soggetti a sconti online) si hanno a disposizione varie opzioni di modalità d’acquisto. Le piattaforme e-commerce usano varie strategie Business-to-Consumer o B2C (dall’impresa al consumatore) per catturare l’attenzione dell’acquirente, alcune più aggressive di altre. Tra le più utilizzate l’e-mail marketing (marketing via posta elettronica), il Search Engine Optimization o SEO (ottimizzazione dei motori di ricerca), l’online advertising (pubblicità online) o i social media.

Dalla landing page al retargeting

Quando si clicca su un annuncio si viene reindirizzati direttamente alla landing page (pagina di destinazione) per approfondire le informazioni sul prodotto scelto. Qui è probabile imbattersi in vari calls-to-action (chiamate all’azione), e una volta aggiunto il prodotto al carrello, si potranno visualizzare vari cross sellings (vendita di prodotti relazionati). Se alla fine si decide di uscire dalla pagina senza aver comprato nulla, si attiveranno i cookies (biscottini, le informazioni salvate e inviate al browser), e utilizzate per il retargeting, ovvero la tecnica di marketing digitale che riconosce e “colpisce” nuovamente il consumatore con un determinato prodotto.

Quindi, se è importante approfittare al massimo delle offerte lo è altrettanto farlo in maniera  consapevole e controllata. In questo modo si evita di incorrere in “A rip off” (Una truffa). Meglio allora essere stingy (taccagno).

Appartamenti di lusso a Vimercate

La struttura alberghiera Residence Privilege Apartments di Vimercate è quanto di più accogliente ed elegante possa desiderare chi ha necessità di soggiornare in una zona immersa nel verde dalla quale è semplice raggiungere Monza, Milano o Bergamo. Le camere dispongono infatti di ogni tipo di comfort ed offrono il massimo sia a quanti si spostano per motivi legati al business che a coloro i quali sono in vacanza e desiderano un relax profondo ed intenso. È possibile scegliere quella che si preferisce tra la tipologia di camera Classic e quella Executive: entrambe offrono veramente ogni tipo di comodità agli ospiti con la differenza che la seconda tipologia prevede appartamenti un pò più grandi ed in grado di ospitare fino a quattro persone, sebbene il livello di comfort e di dispositivi da sfruttare sia lo stesso.

Ad arricchire ancora di più questo hotel a Monza vi è il bellissimo parco da oltre 10 mila metri quadrati che la circonda e che consente agli ospiti di poter passeggiare liberamente, immersi nel verde, ed approfittarne per trascorrere del tempo a contatto con la natura. Quale migliore occasione, se non questa, di concedersi una pausa distensiva e rilassante dal lavoro o un momento di benessere tra un tour della zona e l’altro? La struttura inoltre, offre anche un servizio di transfer da e per gli aeroporti limitrofi, così da rendere più semplice anche questo tipo di spostamento, nonché un comodo servizio di lavanderia e stireria per quanti hanno necessità di mettere in ordine i propri capi. La pratica scrivania ed il Wi-Fi gratuito in camera consentono di potersi dedicare liberamente al proprio lavoro durante la propria permanenza in struttura, mentre l’angolo cottura e gli utensili permettono di poter cucinare liberamente, il che è un’ottima opportunità soprattutto per famiglie e tutti quegli ospiti che desiderano provvedere autonomamente ai pasti.

Primato tricolore: nel mondo un piatto di pasta su 4 è italiano

La pasta italiana non ha veramente confini. E’ esportata in 200 paesi di tutto il pianeta e, nel corso del 2018, ha registrato un vero e proprio boom in Russia. Insomma, maccheroni e spaghetti piacciono davvero a tutti, senza distinzioni. Secondo i dati diffusi da Aidepi, l’associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane, in occasione del 20esimoWorld Pasta Day che si è svolto a Dubai, in 20 anni è raddoppiata la quota export della pasta made in Italy. Un ventennio fa le esportazioni raggiungevano infatti 740mila tonnellate, mentre oggi sono 2 milioni di tonnellate. E, sopratutto, sono ormai 200 i paesi dove si consuma la pasta tricolore. In un mondo che ha voglia di pasta, è italiano un piatto su 4.

La mappa di chi ci ama

L’andamento della pasta italiana nel mondo è positivo anche nei primi 7 mesi del 2018. In Germania, Regno Unito, Francia, Stati Uniti, prime 4 destinazioni dell’export di spaghetti, fusilli e maccheroni e un peso di circa la metà sulla quota export totale di pasta, la crescita media delle esportazioni è stata del +8%, con picchi addirittura del’11% in Francia. A livello mondiale, le performance più rilevanti si sono registrate in Olanda, Polonia, Arabia Saudita, Australia, Corea del Sud e Ecuador. “Nel giorno dell’incontro tra il premier Conte e Vladimir Putin, si segnala l’ottima performance della Russia, dove nei primi 7 mesi del 2018 l’export di pasta segna una crescita del +72,5%, per un quantitativo di 20mila tonnellate non lontano dalla quota export complessiva del 2017 (23mila tonnellate)” ricorda una nota di Askanews.

Semola di grano duro e spaghetti i pigliatutto (o quasi)

Per quanto riguarda le tipologie di pasta preferite anche oltreconfine, vince facile, quella di semola di grano duro, mentre il formato più gettonato è rappresentato dagli spaghetti. Ma accanto alla tradizione è boom delle tipologie legate a benessere e salute, con cui i pastai italiani puntano a consolidare la loro leadership: ed ecco la pasta integrale, biologica, senza glutine o con l’aggiunta di altri ingredienti, come legumi, spezie e superfoods (ceci, lenticchie, curcuma, grano saraceno, sorgo, amaranto, teff, etc). E ancora, quella a rapida cottura, pronta dopo soli 4 minuti nell’acqua bollente. Non è una pasta precotta, ma è ottenuta con particolari tecniche di lavorazione: è più ricca d’acqua rispetto alla pasta comune e quindi, a parità di peso, fornisce anche meno calorie.

Italiani i primi consumatori di pasta

L’Italia è tra i paesi maggiormente consumatori al mondo di pasta (23kg procapite/anno).  Non per niente, la pasta è tra gli alimenti mangiati da quasi tutti (99%), in media circa 5 volte a settimana. E addirittura il 46% la considera come l’alimento preferito, per ragioni di gusto o di salute.

 

Le malattie dell’informazione, fake news e bufale

Trovare strumenti di credibilità che contrastino la disinformazione, bufale e fake news, è una necessità, a maggior ragione quando si tratta dell’argomento salute. Nel campo della medicina infatti il fenomeno della falsa informazione ha effetti diretti, immediati e negativi. Ma come contrastarlo? Numerosi esponenti del mondo dell’informazione, della scienza e delle istituzioni si sono confrontati sull’evoluzione e le dinamiche del fenomeno in campo scientifico, soprattutto medico. In particolare, ciò è avvenuto a Caserta, in occasione di un convegno organizzato dalla Fondazione Neuromed nel Complesso Monumentale Belvedere di San Leucio.

I pericoli arrivano dal web

Non sorprende che i pericoli maggiori arrivino soprattutto dal web, riferisce Adnkronos. “Oggi i cittadini si rivolgono al web in maniera predominante – osserva Maria Novella Luciani, dirigente del ministero della Salute, direzione generale ricerca e innovazione in sanità -. Il problema è che lo strumento web ci conosce molto meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Conosce i nostri bisogni, le nostre paure, le nostre necessità. Di conseguenza, spesso ci fornisce direttamente le riposte che già ci attendiamo”. Questo, avverte l’esperta, sta diventando molto pericoloso, perché i cittadini non distinguono più i siti istituzionali da quelli che sfruttano l’argomento salute come veicolo di tipo commerciale.

Promuovere una cultura scientifica

Per gli esperti intervenuti al meeting c’è bisogno di promuovere una cultura scientifica innestando il dubbio della certificazione della fonte. Secondo Giovanni de Gaetano, presidente Irccs Neuromed, le fake news “mettono in risalto un problema della società italiana, ovvero quello della dissociazione tra cultura classica e cultura scientifica. Su questo dobbiamo lavorare molto, coinvolgere i ragazzi con programmi nelle scuole. I giovani devono capire che non si può parlare ‘per sentito dire’ o per ideologie o slogan. Ogni affermazione deve essere documentata e basata sull’evidenza”.

Fare argine alla disinformazione

Gli scienziati dovrebbero quindi spiegare al pubblico il loro lavoro di ricerca, e fare da argine alla disinformazione. “La nostra vita è difficilissima – aggiunge la ricercatrice e senatrice Elena Cattaneo – e per arrivare a dei risultati ci vogliono anni di duro lavoro. Questo, forse, ci isola dal resto della società. Non frequentando i luoghi pubblici della discussione, questi vengono popolati da ciarlatani. Gli scienziati dovrebbero essere delle sentinelle a disposizione dei cittadini per aiutarli ad avere informazioni rilevanti in tema di salute. La scienza deve invadere il dibattito pubblico”.

Sensibilizzare i cittadini a non farsi trarre in inganno

Nella lotta alle fake news è importante anche il coinvolgimento dei media, perché il prodotto della ricerca scientifica finisce su pubblicazioni a uso quasi esclusivo degli addetti ai lavori.  Per contrastare questo fenomeno si deve quindi investire in cultura, sensibilizzando i cittadini ad aggiornarsi per non essere tratti in inganno. “Gli operatori dell’informazione devono poter essere in grado di veicolare informazioni veritiere, accertate – sostiene Mario Pietracupa, presidente della Fondazione Neuromed -. Anche perché nel campo della sanità le fake news possono fare davvero male, e mettere a rischio la salute delle persone”.