Author: Jessica Morgani

La Cina entra nella top 20 dei Paesi innovatori. Italia 31a

L’Asia si fa strada nella classifica dei Paesi più innovativi al mondo. E non solo con Singapore, Giappone, Corea del Sud e Hong Kong: quest’anno per la prima volta anche la Cina fa il suo ingresso nella lista della top 20. Anche se a guidare la classifica si conferma ancora la Svizzera, seguita da Olanda e Svezia. E l’Italia? Perde due posizioni arretrando al 31° posto, dopo Slovenia, Cipro, Spagna e Repubblica Ceca.

È il quadro delineato dal nuovo Global Innovation Index (GII), l’indicatore dell’innovazione tecnologica delle nazioni pubblicato dalla Cornell University e l’Organizzazione mondiale sulla proprietà intellettuale (Wipo), sulla rivista dell’Accademia americana delle science (Pnas).

Una top 10 quasi tutta europea. Con qualche eccezione

Il GII valuta le economie di 126 Paesi sulla base di 80 indicatori, che vanno dal tasso di presentazione di nuovi brevetti alla creazione di app, la spesa per l’istruzione e le pubblicazioni tecniche e scientifiche. E se la top 10 è quasi tutta europea (con qualche eccezione: dopo la Svizzera, seguono Olanda, Svezia, Regno Unito, Singapore, Stati Uniti, Finlandia, Danimarca, Germania e Irlanda), nella seconda parte della classifica ci sono due new entry rispetto al 2017: l’Australia, che guadagna 3 posizioni arrivando 20a, e la Cina, che ne scala 5 arrivando 17a. Un risultato che testimonia le rapide trasformazioni generate dalle politiche del governo cinese, che ha dato la priorità a ricerca e sviluppo.

La Cina supera gli Usa per volume di ricerca, brevetti e pubblicazioni

Gli Usa invece retrocedono di due posizioni, ma rimangono comunque in assoluto il numero uno in termini di contributi e produzione innovativi, inclusi gli investimenti in R&S, ma sono secondi alla Cina per volume di ricerca, brevetti e pubblicazioni tecniche, riporta Ansa.

Malesia (35), Thailandia (44) e Vietnam (45) salgono sempre più in alto nella classifica, mentre nell’Asia Centrale e meridionale è l’India (57) a detenere il primato e, secondo il rapporto, ha “il potenziale di fare la differenza nel panorama dell’innovazione globale nei prossimi anni”.

Cipro, Finlandia e Lituania leader globali nello sviluppo di app

Il rapporto evidenzia anche un calo preoccupante della richiesta di brevetti legati alle energie rinnovabili dopo il picco del 2012, mentre segnala Cipro, Finlandia e Lituania come leader globali nello sviluppo di app per dispositivi mobili.

In America Latina il Cile, 47°, è il primo Paese della regione, seguito da Costa Rica e Messico, superando il Brasile, che pur avendo guadagnato 5 posizioni, è 64°. L’Africa invece, sebbene occupi l’ultima parte della classifica, presenta alcune realtà in crescita. Come il Sudafrica (58°), che vede migliorare la qualità delle sue pubblicazioni scientifiche grazie alle sue università.

Vuoi imparare? Se sei felice è più facile

La felicità non è solo un lasciapassare per la salute – come dimostrano diverse ricerche mediche – ma anche un passaporto per l’apprendimento. In sintesi, chi è felice impara più in fretta rispetto a chi non lo è. Lo ha scoperto un gruppo di ricerca internazionale del Champalimaud Centre for the Unknown (Ccu), in Portogallo, e dell’University College London (Ucl), nel Regno Unito. Il team di lavoro ha infatti individuato un effetto precedentemente sconosciuto della serotonina, meglio nota come ‘l’ormone della felicità’, sull’apprendimento. I risultati dello studio sui topi sono pubblicati su ‘Nature Communications’.

Le scoperte emerse dallo studio internazionale

“Lo studio ha scoperto che la serotonina aumenta la velocità di apprendimento. Quando i neuroni della serotonina venivano attivati artificialmente, usando la luce rendevano i topi più rapidi nell’adattare il loro comportamento in una situazione che richiedeva flessibilità. Gli animali davano più peso alle nuove informazioni e modificavano la propria mente più rapidamente quando questi neuroni erano attivi” ha spiegato Zach Mainen, uno dei responsabili della ricerca internazionale. Già in passato analoghi studi avevano dimostrato come la serotonina avesse un diretto collegamento con l’aumento della plasticità cerebrale. Quest’ultimo lavoro di ricerca contribuisce a sostenere un’interpretazione in questa direzione, e a lasciare ancora ampi margini agli studi relativi alla connessione fra felicità e capacità cerebrali.

Il ruolo della serotonina sull’apprendimento

La serotonina è una delle principali sostanze chimiche utilizzate dalle cellule nervose per comunicare tra loro, e i suoi effetti sul comportamento non sono ancora chiari. Per molto tempo i neuroscienziati si sono interrogati sull’azione di questo neurotrasmettitore in un cervello normale. Finora però è stato difficile definire la funzione della serotonina, in particolare per quanto riguarda l’apprendimento. Usando un nuovo modello matematico, il team internazionale sembra aver fatto luce su questo mistero.

L’ormone del buonumore, quante funzioni positive per corpo e psiche

Di quanto serva la serotonina al nostro benessere psicofisico, però, si sa già molto. Ad esempio questo ormone – chiamato anche della felicità e del buonumore – regola diverse funzioni: ad esempio i ritmi circadiani, ovvero il ciclo sonno-veglia. Ancora, regola il senso di appetito, ma controlla anche la pressione del sangue e il comportamento sessuale. Inoltre, è fondamentale nelle relazioni sociali: un basso livello di serotonina porta a stati ansiosi, depressione e addirittura all’aggressività. Oltre a tenere bassa la soglia del dolore, la serotonina – e questo è comprovato – contribuisce a mantenere sana la memoria e favorisce la capacità di concentrazione.

Entra in vigore il Gdpr: debutta la figura professionale del Data protection officer

Il Gdpr, il nuovo regolamento sul trattamento e la tutela dei dati personali valido per tutti i Paesi europei, è entrato in vigore anche in Italia. Oltre alle sanzioni, che possono arrivare fino a 20 milioni di euro, o fino al 4% del fatturato per le imprese più grandi che violeranno le regole, il Gdpr contiene anche le nuove regole concepite per aiutare gli interessati a capire meglio come vengono realmente utilizzate le loro informazioni personali.

Il Codice italiano protezione dati in contrasto col Gdpr non può più quindi essere applicato. Ma alle Pmi e la PA ci vorrà tempo prima di raggiungere un livello di conformità.

“Un passaggio epocale per l’Ue che sta generando molta agitazione”

“Siamo di fronte a un passaggio epocale per l’Ue che sta generando molta agitazione – commenta Francesco Pizzetti, giurista e già Garante per la protezione dei dati personali – sia a cittadini che alle imprese sarà necessario un periodo molto lungo per abituarsi”. E per le Pmi e le Pubbliche amministrazioni saranno necessari “diversi mesi prima che si possa auspicare di vedere un livello di conformità accettabile”, spiega Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy.

Una nuova figura professionale, il Data protection officer

Gli utenti non potranno più trovarsi automaticamente iscritti a siti o a servizi che non siano di loro interesse, e il loro consenso non sarà mai tacito, ma dovrà essere sempre esplicito. E se l’interessato si accorgerà che i suoi dati non vengono usati correttamente, o diversamente da come è stato promesso, d’ora in poi può rivolgersi al Data protection officer (Dpo), un responsabile designato e retribuito dall’azienda con il compito di cooperare con il Garante per la privacy e vigilare sul rispetto delle regole.

Il fabbisogno in Italia di Dpo e altre figure con analoghe competenze, riporta Adnkronos, è di circa 45.000 professionisti, ma secondo le statistiche di Fedeprivacy i professionisti che finora hanno partecipato a un percorso di formazione idoneo sono poco più di 2.000.

“Il Gdpr rappresenta una normativa importante, ma è già obsolescente”

La vera sfida però sarà andare oltre il Gdpr, che “rappresenta certo una normativa importante – commenta Luca Bolognini, presidente dell’Istituto Italiano per la Privacy – ma già obsolescente in partenza, troppo sulle difensive, ancora molto burocratica e legata a una visione ‘fondamentalista’ e antica dei diritti delle persone, poco attenta ai loro poteri e alle loro libertà”.

Il futuro, quindi, secondo Bolognini, potrebbe consistere “nella fusione tra libertà individuale e libertà di mercato, nel diritto potere di ogni persona a monetizzare le proprie informazioni, a pagare servizi e prodotti con i dati e non con il denaro”.

Lavori troppo? Per la scienza metti a rischio la tua salute

Troppo lavoro fa male alla salute. Come a dire, i dipendenti che si prodigano eccessivamente, o per troppo tempo, alle loro mansioni professionali rischiamo di mettere a repentaglio il loro benessere. Lo stacanovismo, quindi, pare non essere un modello vincente da seguire, anzi. I rischi sono seri: insonnia, depressione, problemi fisici gravi o cronici, dovuti all’eccesso di fatica e di stress frutto di un mondo lavorativo sempre più frenetico.

Eccesso di ore di lavoro: cosa dice la scienza

Che lo stacanovismo possa portare a degli effetti negativi sulla salute trova conferma anche negli ultimi dati scientifici. In base a una ricerca pubblicata sulla rivista Lancet e ripresa dalla CBS e da Askanews, sembrerebbe che lavorare più di 55 ore alla settimana accresca il rischio di ictus del 27% e di sviluppare una malattia cronica del 13%. Questa instabilità porta l’organismo e la salute mentale a situazioni di stress e per cercare di “non perdere la testa” l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha istituito la Giornata Mondiale per la Salute e Sicurezza sul Lavoro, utile a ricordare di ridimensionare gli impegni e a salvaguardare se stessi.

I consigli dell’esperta

I consigli per affrontare al meglio un mondo lavorativo sempre più convulso arrivano dall’esperta Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia. Che spiega: “La realtà del lavoro è cambiata: oggi il modo di giudicare una buona performance infatti non è uguale a ieri perché si lavora per obbiettivi con azioni fulminee, decisioni veloci veicolate con poche informazioni che però devono essere efficaci e ponderate. Anche le aspettative elevate e la paura delle intelligenze artificiali che sostituiscono l’operato dell’uomo, rendendolo fragile e spaventato, sono due fattori da non sottovalutare perché il lavoratore si sente improvvisamente obsoleto. I contesti “centrifuga” fanno parte ormai della nostra realtà quotidiana e provocano pressione continua di cui è difficile liberarsi”.

Dopo i 40 anni? Non più di 25 ore a settimana

Una ricerca della Melbourne University e pubblicata sul The Guardian mette in guardia in particolare i lavoratori che hanno superato i 40 anni di età. Per chi è entrato negli “anta”, consiglia lo studio, l’orario di lavoro settimanale non dovrebbe superare le 25 ore. La ricerca, frutto di un sondaggio effettuato su un campione di 6500 lavoratori australiani, si è basata su tre parametri: memoria, abilità percettive e capacità di comprensione di un testo scritto. È emerso che, indistintamente uomini e donne, hanno difficoltà a concentrarsi e il calo della produttività è evidente. “La soluzione è trovare spazi di decompressione, iniziando dalle piccole cose come smettere di mangiare di fronte al pc o non pranzare affatto, per arrivare alle grandi e complesse come cambiare prospettiva mentale e imparare a convivere con la pressione dei nostri tempi con cui tutti ci dobbiamo misurare ed essere in grado di commutare la velocità e il caos da anomalia a normalità” conclude Marina Osnaghi

Il dipendente in malattia? Non ha solo diritti, ma anche doveri

Il dipendente in malattia non ha solo diritti, ma anche dei doveri: non soltanto nei confronti del datore di lavoro, ma anche della propria salute. Il periodo coperto dall’indennità di malattia prevede infatti che i dipendenti rispettino determinate “regole”. Quindi, il dipendente non si deve limitare a fare comunicazione della malattia al proprio datore di lavoro, richiedere il certificato al proprio medico di base, e rispettare gli orari di reperibilità previsti per le visite fiscali, ma è anche chiamato a curarsi, e a non svolgere tutte quelle attività che potrebbero peggiorare le proprie condizioni di salute oppure rallentare il percorso di guarigione.

La Corte di Cassazione stabilisce la legittimità di licenziamento se il dipendente in malattia svolge attività che possono ostacolarne la guarigione

La Corte di Cassazione ha stabilito la legittimità del licenziamento qualora il dipendente in malattia svolga attività che possono ostacolare la sua guarigione. Secondo la recente sentenza della Corte di Cassazione numero 6047/2018 il lavoratore in malattia può essere licenziato dal proprio datore di lavoro per giusta causa qualora non venissero rispettate le indicazioni stabilite per Legge.

Il caso arrivato in Cassazione ha visto vincere un’azienda che aveva disposto un licenziamento per giusta causa

Il caso arrivato in Cassazione ha visto vincere un’azienda che aveva disposto un licenziamento per giusta causa di un dipendente in malattia per lombosciatalgia, il dolore alla colonna vertebrale che si irradia fino alla superficie posteriore della coscia per un’infiammazione del nervo sciatico. Insomma, il più comunemente detto “mal di schiena”. Il dipendente in questione, in seguito licenziato dall’azienda, durante il periodo di indennità sembra avere partecipato a un concerto, addirittura suonando sul palco con il suo gruppo musicale. L’azienda è venuta a conoscenza dell’accaduto tramite il profilo Facebook del dipendente stesso e ha provveduto al licenziamento.

Lo svolgimento dell’attività di rischio getta le basi per la giustificazione del licenziamento da parte del datore di lavoro

La risposta della Corte di Cassazione in questo caso è stata chiara: l’azienda è legittimata a procedere con il licenziamento per giusta causa qualora il dipendente svolga attività che con molta probabilità prolunghino il periodo di malattia, come appunto suonare su un palco se si è affetti di lombosciatalgia. Lo svolgimento dell’attività di rischio, aggiunge la Cassazione, porta a presumere l’inesistenza stessa della malattia, gettando quindi le basi per la giustificazione di un licenziamento da parte del datore di lavoro.

Bollette elettriche, cosa cambia: basta conguagli per periodi superiori a due anni

Sono in arrivo, insieme alle annunciate stangate, anche delle parziali buone notizie per i contribuenti italiani alle prese con le bollette – sempre più pesanti – da pagare. Da marzo 2018, infatti, per ciò che concerne le bollette elettriche non potranno più arrivare conguagli relativi a periodi superiori ai due anni. La nuova regola, stabilita dalla legge di Bilancio, riduce decisamente il periodo di riscossione, che prima arrivava a cinque anni. Addio per sempre quindi ai temuti maxiconguagli che lasciavano a bocca aperta e a tasche vuote cittadini e imprese.

Cosa dice l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente

“Nel caso di fatture di energia elettrica con scadenza successiva al primo marzo – rende noto l’Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente -, nei casi di rilevanti ritardi nella fatturazione da parte dei venditori o nella fatturazione di conguagli per la mancata disponibilità di dati effettivi per un periodo particolarmente rilevante, il cliente potrà eccepire la prescrizione, passata da 5 a 2 anni, cosiddetta breve e pagare soltanto gli ultimi 24 mesi fatturati”.

Qualche giorno in più

A fare un conteggio preciso, però, i giorni risultano essere qualcuno in più. Il calcolo parte, infatti, dal termine in cui i venditori sono obbligati a chiedere un pagamento ovvero entro 45 giorni dall’ultimo giorno fatturato. “Nel caso di ritardo del venditore nel fatturare i conguagli, pur disponendo tempestivamente dei dati di misura di rettifica, per consumi riferiti a periodi maggiori di due anni – precisa l’Arera – il cliente è legittimato a sospendere il pagamento, previo reclamo al venditore e qualora l’Antitrust (Agcm) abbia aperto un procedimento nei confronti di quest’ultimo, e avrà inoltre diritto a ricevere il rimborso dei pagamenti effettuati qualora il procedimento Agcm si concluda con l’accertamento di una violazione”.

Piccole imprese e famiglie più protette dalle “stangate”

“Famiglie e piccole imprese in questo modo saranno maggiormente protette dal rischio di dover pagare le cosiddette ‘maxibollette’ – sottolineano dall’Arera-, cioè importi di entità molto superiore al consueto, derivanti da rilevanti ritardi dei venditori, ad esempio blocco di fatturazione, rettifiche del dato di misura precedentemente fornito dal distributore e utilizzato per fatturare o perduranti mancate letture del contatore da parte dei distributori, laddove tale assenza non sia riconducibile alla condotta del cliente finale”. In questa direzione, diremo addio ai maxiconguagli anche per le bollette del gas, ma dovremo aspettare un anno, e dell’acqua, fra 24 mesi.

Rapporto Italia 2018, aumentano gli ottimisti e i (piccoli) budget per il divertimento

Qualche segnale positivo c’è, a cominciare dal crescente numero di ottimisti, che affronta il futuro con un pizzico in più di fiducia. E’ questo uno dei dati che emerge da il Rapporto Italia 2018 dell’Eurispes, che da trent’anni dà conto dello stato di ‘salute’ del nostro Paese. A dire la verità, il report fa uno scatto della situazione nazionale a metà fra luci e ombre: il Sistema è “fragile” ma “non debole”, sintetizza il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara: “l’Italia ha molte frecce nel suo arco, enormi potenzialità ma ha grandi difficoltà a trasformare la sua potenza in energia”. Già, perché se da un lato crescono leggermente i consumi per il tempo libero, come andare a cena fuori, dall’altro ci sono sempre 4 italiani su 10 che devono dare fondo ai propri risparmi per arrivare a fine mese.

Pessimisti giù, per fortuna

Il 38,9% degli italiani pensa che la situazione economica negli ultimi 12 mesi sia rimasta stabile: lo affermano le rilevazioni dell’istituto di ricerca. Scende il numero di persone che si dichiara pessimista e percepisce la propria condizione economica in peggioramento (41,5%; -17,6% rispetto al 2017) mentre aumenta la quota degli ottimisti (16,6%; +3,2%). Tuttavia, il 18,7%, dichiara di non riuscire a risparmiare. Fanno fatica, in particolare, le persone che hanno un mutuo (25,4%) o un affitto (38%) sulle spalle.

Piccoli lussi, perché no?

Che ci sia una piccola rimonta in atto lo si evince dalle lieve ripresa dei consumi, e in particolare dei piccoli budget destinati ai momenti di svago e alla cura di se stessi. Nell’ultimo anno, il 43,7% degli italiani ha speso di più per i prodotti alimentari rispetto agli anni precedenti. In merito agli extra e agli svaghi, il 27,8% ha mangiato più spesso fuori casa, il 26,3% ha speso di più per il tempo libero, il 21,1% ha fatto più viaggi e vacanze. E aumentano gli acquisti per se stessi: il 21,8% ha speso di più per vestiario ed accessori e il 16,7% ha speso di più per estetista, parrucchiere, articoli di profumeria.

Meno male che c’è la famiglia

Meno male che c’è la famiglia. Quando si sono presentate difficoltà economiche il 31,6% degli italiani ha chiesto aiuto alla famiglia d’origine, il 12,2% il sostegno di amici e colleghi. Un 8,9% del campione è tornato a vivere dai genitori o dai suoceri. I nonni si confermano un punto di riferimento: sono un sostegno economico della famiglia (per il 72,7%) e danno supporto ai figli mettendo a disposizione il loro tempo per aiutarli a gestire i bambini e gli impegni quotidiani (78,6%).

Poca fiducia nella politica

Nonostante qualche segnale di ritrovato ottimismo, i dati di Eurispes confermano la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica. Anche se in “una interessante complessiva crescita del clima di fiducia nelle Istituzioni” dice il rapporto, solo un italiano su 5 (il 21,5%) esprime fiducia nei confronti del Governo e poco più, il 22,3%, nel Parlamento. Gli sfiduciati sono però il 20% in meno rispetto al 2013. L’inversione di tendenza nel clima di fiducia nelle Istituzioni riguarda soprattutto le Forze di Polizia, le Forze Armate e sui Servizi di Intelligence.

Amazon scommette sui messaggi pubblicitari e sull’aumento dei loro ricavi

Che la pubblicità sia l’anima del commercio deve essere un teorema che ha convinto pure i più alti vertici di Amazon. Il colosso mondiale dei portali di e-commerce, infatti, ha appena annunciato il lancio di Amazon Publisher Services (APS) Trasparent Ad Marketplace nel Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e anche in Italia.

Di cosa si tratta e a chi è rivolto il servizio?

La novità introdotta da Amazon vuole offrire ai “proprietari di contenuti digitali e agli sviluppatori di app una soluzione server-to-server header bidding basata sul cloud, che li aiuta ad aumentare i loro ricavi pubblicitari, migliorando l’esperienza utente con un più veloce caricamento delle pagine. Trasparent Ad Marketplace (TAM) consente una maggiore concorrenza per gli spazi pubblicitari degli inserzionisti con un’asta imparziale in cui tutti gli inserzionisti competono allo stesso livello, l’offerta più alta vince sempre, e gli inserzionisti hanno visibilità su ogni offerta” recita un comunicato diffuso da Amazon. TAM (Trasparent Ad Marketplace) esegue tutte le attività di header bidding da una singola call dalla pagina – l’asta avviene su cloud. “Gli inserzionisti integrano TAM una tantum, dopo di che possono rapidamente attivare ulteriori SSP senza modificare codice o toccare l’ad server. Questo elimina il carico di lavoro e allo stesso  tempo crea maggiori opportunità per le SSPs di competere per gli spazi pubblicitari” precisa la nota.

Trasparenza, semplicità ed esperienza utente le parole d’ordine

“Quando abbiamo iniziato con l’header bidding, diversi anni fa, abbiamo capito rapidamente come il fatto di spostare la ad call su cloud offrisse chiari vantaggi per inserzionisti e utenti, oltre a dare agli inserzionisti piena visibilità su chi sta facendo un’offerta sui loro spazi pubblicitari, chi sta vincendo, e perché” ha spiegato Matt Battles, Vice Presidente, Advertising Technology ad Amazon. “Abbiamo sviluppato Amazon Publisher Services e il nostro Trasparent Ad Marketplace su principi fondamentali di trasparenza, semplicità e una migliore esperienza utente,e questo continua ad essere il nostro obiettivo per l’espansione in Europa”.

Due anni di esperienza negli Usa

Amazon Publisher Services è stato lanciato negli Stati Uniti nel dicembre 2016 come evoluzione dell’integrazione header bidding che Amazon mantiene da più di quattro anni su web, mobile e video. Tra i vantaggi del servizio, Amazon sottolinea anche la trasparenza dei costi: “Amazon Publisher Services non fa pagare agli inserzionisti nessuna percentuale o canone mensile. Le SSP pagano un nominale CPM di $0,01 per ad servito” fa sapere il colosso del web.

Snapchat, tempo di cambiare per risollevarsi. Amici da una parte, notizie dall’altra

Sono stati mesi duri per Snapchat, l’app creata per l’invio di foto e video usa e getta e che ora punta a un totale rinnovamento per contrastare la competizione con competitors “carro armato” come Instagram e gli altri social network. Insomma, per il proprio restyling la app – famosa anche per la possibilità di modificare la propria immagine con faccine di animali, accessori floreali e dotazioni buffe – ha deciso di fare un po’ d’ordine. Tradotto nei fatti, il make up di Snapchat prevede il ritorno in primo piano della parte social, con le storie e i messaggi degli amici, che sarà ben divisa  dalla sezione dedicata ai contenuti di media e creativi.

Snapchat diventa “più personale”

A spiegare meglio il senso del restyling è proprio il numero uno della compagnia, Evan Spiegel, che in un video pubblicato su Youtube ha raccontato i cambiamenti in atto e i loro obiettivi. “Rendiamo Snapchat più personale” dice Spiegel. “Una delle critiche più ricorrenti ai social media è che mettono insieme foto e video dei propri amici insieme a contenuti di editori, creativi e influencer. Ma gli amici non sono ‘contenuti’, sono relazioni”. Quindi, l’applicazione ha deciso di separarli dai media in due sezioni separate.

A destra e a sinistra i diversi tipi di contenuti

Come riporta l’Ansa, ora le chat e le Storie degli amici saranno a sinistra della fotocamera di Snapchat, mentre le Storie di editori, autori e community a destra. Tra le novità la pagina “Amici” dinamica, che mostrerà i contatti in base alle modalità di interazione con gli altri iscritti alla piattaforma: una specie di funzione dei “migliori amici” potenziata. La nuova pagina Discover sarà invece il frutto di un mix di tecnologia e intervento umano: i contenuti saranno approvati da un team di persone in carne e ossa, mentre la loro proposta all’utente sarà personalizzata da un algoritmo. “Le Storie alle quali sei iscritto saranno disposte in alto, seguite da altre Storie che potrebbero interessarti. Con il passare del tempo, Discover sarà completamente personalizzato in base ai tuoi interessi” fanno sapere dall’app del fantasmino giallo.

Servirà per risollevare il business?

Le novità introdotte hanno anche il chiaro obiettivo di riportare in auge la app, che ha incontrato non pochi intoppi dopo lo sbarco alla borsa di Wall Street. Così tante difficoltà che sono arrivati in suo soccorso addirittura investitori asiatici: la cinese Tencent, cui fa capo la piattaforma di messaggi WeChat, è infatti salita al 10% del capitale di Snapchat.

Tutti a tavola con l’insetto: da gennaio mangeremo grilli e cavallette

Grilli, cavallette, larve e millepiedi. Gli insetti – di solito ospiti indesiderati nelle nostro case e nei nostri giardini – dal prossimo 1° gennaio ce li ritroveremo anche sul… piatto. Già, perché come avvisa la Coldiretti, entra in vigore il nuovo regolamento Ue che verrà applicato sui “novel food” e che permetterà di riconoscere gli insetti interi sia come nuovi alimenti sia come prodotti tradizionali da Paesi terzi, aprendo di fatto alla loro produzione e vendita anche in Italia.

Italiani scontenti della novità? Non così tanto

A sorpresa, i nostri connazionali sono sì contrari a questa novità alimentare, ma in percentuali che potrebbero essere ben maggiori. In base a una indagine condotta da Coldiretti-Ixe’, dice “no” senza riserve il 54% degli italiani, perché considera il consumo di insetti estraneo alla cultura alimentare nazionale. Gli indifferenti, e anche questo dato è singolare, sono il 24%, i favorevoli rappresentano il 16% e solo il   6% non è in grado di rispondere.

Insetti interi? Anche no, grazie

A dire la verità, però, i nostri connazionali si sono dimostrati più favorevoli al consumo di prodotti che contengono insetti nel preparato (come ad esempio farina di grilli o pasta con farina di larve) piuttosto che a quello di insetti interi. E’ questo il risultato di una ricerca dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cuneo) che ha effettuato dei test di degustazione coinvolgendo dei volontari. No quindi a spiedini di grilli o di cavallette dalla Thailandia, tarantole fritte e millepiedi al forno dalla Cina, sì a farine che contengono insetti resi “invisibili”.

La FAO invita al consumo

A spingere verso il consumo di insetti è da qualche anno la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) forte del fatto che nel mondo già quasi 2.000 specie di insetti sono considerate commestibili e vengono consumate da almeno 2 miliardi di persone.

I possibili rischi a livello sanitario

Di altro parere, invece, il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo. “Al di là della normale contrarietà degli italiani verso prodotti lontanissimi dalla nostra cultura alimentare, l’arrivo sulle tavole degli insetti solleva dei precisi interrogativi di carattere sanitario e salutistico ai quali è necessario dare risposte, facendo chiarezza sui metodi di produzione e sulla stessa provenienza e tracciabilità degli insetti la maggior parte dei nuovi prodotti proviene da Paesi extra Ue, come la Cina o la Thailandia, da anni ai vertici delle classifiche per numero di allarmi alimentari” ha affermato Moncalvo.