Author: Jessica Morgani

Il dizionario dell’e-commerce per lo shopping

Sono molti i consumers (consumatori) che hanno festeggiato il Black Friday e il Cyber Monday trovando le migliori combinazioni di acquisto. Dai dati rilevati da Idealo dopo il Black Friday del 2017 risulta che le intenzioni di acquisto degli italiani sono cresciute del 99,10% rispetto al venerdì nero del 2016. E Aba English ha preparato un dizionario inglese dell’e-commerce per approfittare delle offers (offerte), i bargains (affari), le promotions (promozioni) e i discounts (sconti) da non lasciarsi scappare in attesa del prossimo venerdì nero.

Non solo promotions e discounts

Con i nuovi sistemi di allerta dei prezzi è fondamentale non farsi trasportare dall’impulse purchase (un acquisto dettato dall’impulso), soprattutto di fronte al price cuts (le riduzione dei prezzi) e ai big discounts (grandi sconti). Per essere consapevoli del tipo di offerta che abbiamo davanti, riferisce Ansa, queste frasi in inglese non sono le uniche che dobbiamo conoscere. Soprattutto dopo avere considerato il prezzo troppo elevato, magari di un cappello. In quel caso potremmo esclamare: “That hat is a steal!” (Questo cappello è un furto!), oppure, dopo un acquisto ben riuscito, “My hat was a good deal” (Il mio cappello è stato un’ottima offerta).

Come funziona lo shopping online?

 

Negli online shops (negozi online), nei marketplaces (negozi online nei quali diverse marche propongono i loro prodotti), oppure negli outlets online (negozi online in cui i prodotti in vendita sono soggetti a sconti online) si hanno a disposizione varie opzioni di modalità d’acquisto. Le piattaforme e-commerce usano varie strategie Business-to-Consumer o B2C (dall’impresa al consumatore) per catturare l’attenzione dell’acquirente, alcune più aggressive di altre. Tra le più utilizzate l’e-mail marketing (marketing via posta elettronica), il Search Engine Optimization o SEO (ottimizzazione dei motori di ricerca), l’online advertising (pubblicità online) o i social media.

Dalla landing page al retargeting

Quando si clicca su un annuncio si viene reindirizzati direttamente alla landing page (pagina di destinazione) per approfondire le informazioni sul prodotto scelto. Qui è probabile imbattersi in vari calls-to-action (chiamate all’azione), e una volta aggiunto il prodotto al carrello, si potranno visualizzare vari cross sellings (vendita di prodotti relazionati). Se alla fine si decide di uscire dalla pagina senza aver comprato nulla, si attiveranno i cookies (biscottini, le informazioni salvate e inviate al browser), e utilizzate per il retargeting, ovvero la tecnica di marketing digitale che riconosce e “colpisce” nuovamente il consumatore con un determinato prodotto.

Quindi, se è importante approfittare al massimo delle offerte lo è altrettanto farlo in maniera  consapevole e controllata. In questo modo si evita di incorrere in “A rip off” (Una truffa). Meglio allora essere stingy (taccagno).

Appartamenti di lusso a Vimercate

La struttura alberghiera Residence Privilege Apartments di Vimercate è quanto di più accogliente ed elegante possa desiderare chi ha necessità di soggiornare in una zona immersa nel verde dalla quale è semplice raggiungere Monza, Milano o Bergamo. Le camere dispongono infatti di ogni tipo di comfort ed offrono il massimo sia a quanti si spostano per motivi legati al business che a coloro i quali sono in vacanza e desiderano un relax profondo ed intenso. È possibile scegliere quella che si preferisce tra la tipologia di camera Classic e quella Executive: entrambe offrono veramente ogni tipo di comodità agli ospiti con la differenza che la seconda tipologia prevede appartamenti un pò più grandi ed in grado di ospitare fino a quattro persone, sebbene il livello di comfort e di dispositivi da sfruttare sia lo stesso.

Ad arricchire ancora di più questo hotel a Monza vi è il bellissimo parco da oltre 10 mila metri quadrati che la circonda e che consente agli ospiti di poter passeggiare liberamente, immersi nel verde, ed approfittarne per trascorrere del tempo a contatto con la natura. Quale migliore occasione, se non questa, di concedersi una pausa distensiva e rilassante dal lavoro o un momento di benessere tra un tour della zona e l’altro? La struttura inoltre, offre anche un servizio di transfer da e per gli aeroporti limitrofi, così da rendere più semplice anche questo tipo di spostamento, nonché un comodo servizio di lavanderia e stireria per quanti hanno necessità di mettere in ordine i propri capi. La pratica scrivania ed il Wi-Fi gratuito in camera consentono di potersi dedicare liberamente al proprio lavoro durante la propria permanenza in struttura, mentre l’angolo cottura e gli utensili permettono di poter cucinare liberamente, il che è un’ottima opportunità soprattutto per famiglie e tutti quegli ospiti che desiderano provvedere autonomamente ai pasti.

Primato tricolore: nel mondo un piatto di pasta su 4 è italiano

La pasta italiana non ha veramente confini. E’ esportata in 200 paesi di tutto il pianeta e, nel corso del 2018, ha registrato un vero e proprio boom in Russia. Insomma, maccheroni e spaghetti piacciono davvero a tutti, senza distinzioni. Secondo i dati diffusi da Aidepi, l’associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane, in occasione del 20esimoWorld Pasta Day che si è svolto a Dubai, in 20 anni è raddoppiata la quota export della pasta made in Italy. Un ventennio fa le esportazioni raggiungevano infatti 740mila tonnellate, mentre oggi sono 2 milioni di tonnellate. E, sopratutto, sono ormai 200 i paesi dove si consuma la pasta tricolore. In un mondo che ha voglia di pasta, è italiano un piatto su 4.

La mappa di chi ci ama

L’andamento della pasta italiana nel mondo è positivo anche nei primi 7 mesi del 2018. In Germania, Regno Unito, Francia, Stati Uniti, prime 4 destinazioni dell’export di spaghetti, fusilli e maccheroni e un peso di circa la metà sulla quota export totale di pasta, la crescita media delle esportazioni è stata del +8%, con picchi addirittura del’11% in Francia. A livello mondiale, le performance più rilevanti si sono registrate in Olanda, Polonia, Arabia Saudita, Australia, Corea del Sud e Ecuador. “Nel giorno dell’incontro tra il premier Conte e Vladimir Putin, si segnala l’ottima performance della Russia, dove nei primi 7 mesi del 2018 l’export di pasta segna una crescita del +72,5%, per un quantitativo di 20mila tonnellate non lontano dalla quota export complessiva del 2017 (23mila tonnellate)” ricorda una nota di Askanews.

Semola di grano duro e spaghetti i pigliatutto (o quasi)

Per quanto riguarda le tipologie di pasta preferite anche oltreconfine, vince facile, quella di semola di grano duro, mentre il formato più gettonato è rappresentato dagli spaghetti. Ma accanto alla tradizione è boom delle tipologie legate a benessere e salute, con cui i pastai italiani puntano a consolidare la loro leadership: ed ecco la pasta integrale, biologica, senza glutine o con l’aggiunta di altri ingredienti, come legumi, spezie e superfoods (ceci, lenticchie, curcuma, grano saraceno, sorgo, amaranto, teff, etc). E ancora, quella a rapida cottura, pronta dopo soli 4 minuti nell’acqua bollente. Non è una pasta precotta, ma è ottenuta con particolari tecniche di lavorazione: è più ricca d’acqua rispetto alla pasta comune e quindi, a parità di peso, fornisce anche meno calorie.

Italiani i primi consumatori di pasta

L’Italia è tra i paesi maggiormente consumatori al mondo di pasta (23kg procapite/anno).  Non per niente, la pasta è tra gli alimenti mangiati da quasi tutti (99%), in media circa 5 volte a settimana. E addirittura il 46% la considera come l’alimento preferito, per ragioni di gusto o di salute.

 

Le malattie dell’informazione, fake news e bufale

Trovare strumenti di credibilità che contrastino la disinformazione, bufale e fake news, è una necessità, a maggior ragione quando si tratta dell’argomento salute. Nel campo della medicina infatti il fenomeno della falsa informazione ha effetti diretti, immediati e negativi. Ma come contrastarlo? Numerosi esponenti del mondo dell’informazione, della scienza e delle istituzioni si sono confrontati sull’evoluzione e le dinamiche del fenomeno in campo scientifico, soprattutto medico. In particolare, ciò è avvenuto a Caserta, in occasione di un convegno organizzato dalla Fondazione Neuromed nel Complesso Monumentale Belvedere di San Leucio.

I pericoli arrivano dal web

Non sorprende che i pericoli maggiori arrivino soprattutto dal web, riferisce Adnkronos. “Oggi i cittadini si rivolgono al web in maniera predominante – osserva Maria Novella Luciani, dirigente del ministero della Salute, direzione generale ricerca e innovazione in sanità -. Il problema è che lo strumento web ci conosce molto meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Conosce i nostri bisogni, le nostre paure, le nostre necessità. Di conseguenza, spesso ci fornisce direttamente le riposte che già ci attendiamo”. Questo, avverte l’esperta, sta diventando molto pericoloso, perché i cittadini non distinguono più i siti istituzionali da quelli che sfruttano l’argomento salute come veicolo di tipo commerciale.

Promuovere una cultura scientifica

Per gli esperti intervenuti al meeting c’è bisogno di promuovere una cultura scientifica innestando il dubbio della certificazione della fonte. Secondo Giovanni de Gaetano, presidente Irccs Neuromed, le fake news “mettono in risalto un problema della società italiana, ovvero quello della dissociazione tra cultura classica e cultura scientifica. Su questo dobbiamo lavorare molto, coinvolgere i ragazzi con programmi nelle scuole. I giovani devono capire che non si può parlare ‘per sentito dire’ o per ideologie o slogan. Ogni affermazione deve essere documentata e basata sull’evidenza”.

Fare argine alla disinformazione

Gli scienziati dovrebbero quindi spiegare al pubblico il loro lavoro di ricerca, e fare da argine alla disinformazione. “La nostra vita è difficilissima – aggiunge la ricercatrice e senatrice Elena Cattaneo – e per arrivare a dei risultati ci vogliono anni di duro lavoro. Questo, forse, ci isola dal resto della società. Non frequentando i luoghi pubblici della discussione, questi vengono popolati da ciarlatani. Gli scienziati dovrebbero essere delle sentinelle a disposizione dei cittadini per aiutarli ad avere informazioni rilevanti in tema di salute. La scienza deve invadere il dibattito pubblico”.

Sensibilizzare i cittadini a non farsi trarre in inganno

Nella lotta alle fake news è importante anche il coinvolgimento dei media, perché il prodotto della ricerca scientifica finisce su pubblicazioni a uso quasi esclusivo degli addetti ai lavori.  Per contrastare questo fenomeno si deve quindi investire in cultura, sensibilizzando i cittadini ad aggiornarsi per non essere tratti in inganno. “Gli operatori dell’informazione devono poter essere in grado di veicolare informazioni veritiere, accertate – sostiene Mario Pietracupa, presidente della Fondazione Neuromed -. Anche perché nel campo della sanità le fake news possono fare davvero male, e mettere a rischio la salute delle persone”.

Welfare e wellbeing aziendale in crescita fra le imprese

Il welfare aziendale è ormai fondamentale per la gestione del rapporto azienda/lavoratore. Tanto che il numero di imprese che utilizza il premio di risultato per finanziare piani di welfare è in aumento, arrivate quest’anno al 47,8%. In aumento anche il numero di aziende che effettua investimenti ad hoc (62,2%), mentre il 55% prevede la possibilità di convertire tutto il premio di risultato, o parte di esso, in servizi di welfare.

E cresce anche l’attenzione delle aziende verso il wellbeing, i servizi per il benessere delle persone, specie quelli indirizzati a favorire il movimento fisico (+8,3) e la corretta alimentazione (+8,1).

Le grandi aziende puntano sul welfare

Sono alcuni dati del 5° Rapporto Welfare e 2° Rapporto Wellbeing di OD&M Consulting (società di Gi Group specializzata in Hr Consulting), basato sui risultati di due survey, condotte una su un panel di 161 aziende italiane e l’altra su un campione di oltre 500 lavoratori, riferisce Adnkronos.

Tra le imprese che al momento hanno un piano di welfare sono le grandi aziende le più numerose (77,5%). Aumentano però le piccole imprese che ne stanno progettando l’implementazione nel breve periodo (62,5%).

Rispetto ai piani di welfare si mantiene alta la soddisfazione dei dipendenti (in media 84%, nelle Pmi 93,3%). Ma tra i lavoratori che hanno la possibilità di convertire una quota del premio di risultato, però, quasi il 50% non procede, o ne converte una quota inferiore al 30%.

Assistenza sanitaria, ferie e permessi, servizi di ristorazione i servizi più apprezzati

Oltre l’80% delle imprese offre un piano di welfare a tutti i dipendenti, e il 53,5% differenzia i servizi. Inoltre, il 73% delle imprese offre ai dipendenti la possibilità di scegliere all’interno di un paniere di servizi. L’assistenza sanitaria rimane il servizio più apprezzato dai lavoratori con quasi l’80% di gradimento, seguito da ferie e permessi, servizi di ristorazione, gestione del tempo (smart working).

Seguono a pari merito i servizi di previdenza e di mobilità (69,2%), oltre ai programmi e servizi assicurativi e ai piani di maternità.

Implementare piani di welfare per aumentare il livello di wellbeing

Oltre che per obbligo derivante da contratto nazionale, nel 35,6% dei casi le aziende implementano piani di welfare per aumentare il livello di wellbeing delle persone e il benessere organizzativo. Tra i lavoratori che hanno percepito che questa fosse la finalità principale (21,4%) è cresciuto maggiormente il grado di soddisfazione (+7,4%). Inoltre, 9 lavoratori su 10 (89,9%) pensano che i servizi di welfare aziendale possono impattare positivamente sul livello di benessere personale, e sul bilanciamento tra vita lavorativa e privata. E il 72,5% pensa che la propria azienda investirà in futuro su questa tipologia di servizi.

 

 

La Cina entra nella top 20 dei Paesi innovatori. Italia 31a

L’Asia si fa strada nella classifica dei Paesi più innovativi al mondo. E non solo con Singapore, Giappone, Corea del Sud e Hong Kong: quest’anno per la prima volta anche la Cina fa il suo ingresso nella lista della top 20. Anche se a guidare la classifica si conferma ancora la Svizzera, seguita da Olanda e Svezia. E l’Italia? Perde due posizioni arretrando al 31° posto, dopo Slovenia, Cipro, Spagna e Repubblica Ceca.

È il quadro delineato dal nuovo Global Innovation Index (GII), l’indicatore dell’innovazione tecnologica delle nazioni pubblicato dalla Cornell University e l’Organizzazione mondiale sulla proprietà intellettuale (Wipo), sulla rivista dell’Accademia americana delle science (Pnas).

Una top 10 quasi tutta europea. Con qualche eccezione

Il GII valuta le economie di 126 Paesi sulla base di 80 indicatori, che vanno dal tasso di presentazione di nuovi brevetti alla creazione di app, la spesa per l’istruzione e le pubblicazioni tecniche e scientifiche. E se la top 10 è quasi tutta europea (con qualche eccezione: dopo la Svizzera, seguono Olanda, Svezia, Regno Unito, Singapore, Stati Uniti, Finlandia, Danimarca, Germania e Irlanda), nella seconda parte della classifica ci sono due new entry rispetto al 2017: l’Australia, che guadagna 3 posizioni arrivando 20a, e la Cina, che ne scala 5 arrivando 17a. Un risultato che testimonia le rapide trasformazioni generate dalle politiche del governo cinese, che ha dato la priorità a ricerca e sviluppo.

La Cina supera gli Usa per volume di ricerca, brevetti e pubblicazioni

Gli Usa invece retrocedono di due posizioni, ma rimangono comunque in assoluto il numero uno in termini di contributi e produzione innovativi, inclusi gli investimenti in R&S, ma sono secondi alla Cina per volume di ricerca, brevetti e pubblicazioni tecniche, riporta Ansa.

Malesia (35), Thailandia (44) e Vietnam (45) salgono sempre più in alto nella classifica, mentre nell’Asia Centrale e meridionale è l’India (57) a detenere il primato e, secondo il rapporto, ha “il potenziale di fare la differenza nel panorama dell’innovazione globale nei prossimi anni”.

Cipro, Finlandia e Lituania leader globali nello sviluppo di app

Il rapporto evidenzia anche un calo preoccupante della richiesta di brevetti legati alle energie rinnovabili dopo il picco del 2012, mentre segnala Cipro, Finlandia e Lituania come leader globali nello sviluppo di app per dispositivi mobili.

In America Latina il Cile, 47°, è il primo Paese della regione, seguito da Costa Rica e Messico, superando il Brasile, che pur avendo guadagnato 5 posizioni, è 64°. L’Africa invece, sebbene occupi l’ultima parte della classifica, presenta alcune realtà in crescita. Come il Sudafrica (58°), che vede migliorare la qualità delle sue pubblicazioni scientifiche grazie alle sue università.

Vuoi imparare? Se sei felice è più facile

La felicità non è solo un lasciapassare per la salute – come dimostrano diverse ricerche mediche – ma anche un passaporto per l’apprendimento. In sintesi, chi è felice impara più in fretta rispetto a chi non lo è. Lo ha scoperto un gruppo di ricerca internazionale del Champalimaud Centre for the Unknown (Ccu), in Portogallo, e dell’University College London (Ucl), nel Regno Unito. Il team di lavoro ha infatti individuato un effetto precedentemente sconosciuto della serotonina, meglio nota come ‘l’ormone della felicità’, sull’apprendimento. I risultati dello studio sui topi sono pubblicati su ‘Nature Communications’.

Le scoperte emerse dallo studio internazionale

“Lo studio ha scoperto che la serotonina aumenta la velocità di apprendimento. Quando i neuroni della serotonina venivano attivati artificialmente, usando la luce rendevano i topi più rapidi nell’adattare il loro comportamento in una situazione che richiedeva flessibilità. Gli animali davano più peso alle nuove informazioni e modificavano la propria mente più rapidamente quando questi neuroni erano attivi” ha spiegato Zach Mainen, uno dei responsabili della ricerca internazionale. Già in passato analoghi studi avevano dimostrato come la serotonina avesse un diretto collegamento con l’aumento della plasticità cerebrale. Quest’ultimo lavoro di ricerca contribuisce a sostenere un’interpretazione in questa direzione, e a lasciare ancora ampi margini agli studi relativi alla connessione fra felicità e capacità cerebrali.

Il ruolo della serotonina sull’apprendimento

La serotonina è una delle principali sostanze chimiche utilizzate dalle cellule nervose per comunicare tra loro, e i suoi effetti sul comportamento non sono ancora chiari. Per molto tempo i neuroscienziati si sono interrogati sull’azione di questo neurotrasmettitore in un cervello normale. Finora però è stato difficile definire la funzione della serotonina, in particolare per quanto riguarda l’apprendimento. Usando un nuovo modello matematico, il team internazionale sembra aver fatto luce su questo mistero.

L’ormone del buonumore, quante funzioni positive per corpo e psiche

Di quanto serva la serotonina al nostro benessere psicofisico, però, si sa già molto. Ad esempio questo ormone – chiamato anche della felicità e del buonumore – regola diverse funzioni: ad esempio i ritmi circadiani, ovvero il ciclo sonno-veglia. Ancora, regola il senso di appetito, ma controlla anche la pressione del sangue e il comportamento sessuale. Inoltre, è fondamentale nelle relazioni sociali: un basso livello di serotonina porta a stati ansiosi, depressione e addirittura all’aggressività. Oltre a tenere bassa la soglia del dolore, la serotonina – e questo è comprovato – contribuisce a mantenere sana la memoria e favorisce la capacità di concentrazione.

Entra in vigore il Gdpr: debutta la figura professionale del Data protection officer

Il Gdpr, il nuovo regolamento sul trattamento e la tutela dei dati personali valido per tutti i Paesi europei, è entrato in vigore anche in Italia. Oltre alle sanzioni, che possono arrivare fino a 20 milioni di euro, o fino al 4% del fatturato per le imprese più grandi che violeranno le regole, il Gdpr contiene anche le nuove regole concepite per aiutare gli interessati a capire meglio come vengono realmente utilizzate le loro informazioni personali.

Il Codice italiano protezione dati in contrasto col Gdpr non può più quindi essere applicato. Ma alle Pmi e la PA ci vorrà tempo prima di raggiungere un livello di conformità.

“Un passaggio epocale per l’Ue che sta generando molta agitazione”

“Siamo di fronte a un passaggio epocale per l’Ue che sta generando molta agitazione – commenta Francesco Pizzetti, giurista e già Garante per la protezione dei dati personali – sia a cittadini che alle imprese sarà necessario un periodo molto lungo per abituarsi”. E per le Pmi e le Pubbliche amministrazioni saranno necessari “diversi mesi prima che si possa auspicare di vedere un livello di conformità accettabile”, spiega Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy.

Una nuova figura professionale, il Data protection officer

Gli utenti non potranno più trovarsi automaticamente iscritti a siti o a servizi che non siano di loro interesse, e il loro consenso non sarà mai tacito, ma dovrà essere sempre esplicito. E se l’interessato si accorgerà che i suoi dati non vengono usati correttamente, o diversamente da come è stato promesso, d’ora in poi può rivolgersi al Data protection officer (Dpo), un responsabile designato e retribuito dall’azienda con il compito di cooperare con il Garante per la privacy e vigilare sul rispetto delle regole.

Il fabbisogno in Italia di Dpo e altre figure con analoghe competenze, riporta Adnkronos, è di circa 45.000 professionisti, ma secondo le statistiche di Fedeprivacy i professionisti che finora hanno partecipato a un percorso di formazione idoneo sono poco più di 2.000.

“Il Gdpr rappresenta una normativa importante, ma è già obsolescente”

La vera sfida però sarà andare oltre il Gdpr, che “rappresenta certo una normativa importante – commenta Luca Bolognini, presidente dell’Istituto Italiano per la Privacy – ma già obsolescente in partenza, troppo sulle difensive, ancora molto burocratica e legata a una visione ‘fondamentalista’ e antica dei diritti delle persone, poco attenta ai loro poteri e alle loro libertà”.

Il futuro, quindi, secondo Bolognini, potrebbe consistere “nella fusione tra libertà individuale e libertà di mercato, nel diritto potere di ogni persona a monetizzare le proprie informazioni, a pagare servizi e prodotti con i dati e non con il denaro”.

Lavori troppo? Per la scienza metti a rischio la tua salute

Troppo lavoro fa male alla salute. Come a dire, i dipendenti che si prodigano eccessivamente, o per troppo tempo, alle loro mansioni professionali rischiamo di mettere a repentaglio il loro benessere. Lo stacanovismo, quindi, pare non essere un modello vincente da seguire, anzi. I rischi sono seri: insonnia, depressione, problemi fisici gravi o cronici, dovuti all’eccesso di fatica e di stress frutto di un mondo lavorativo sempre più frenetico.

Eccesso di ore di lavoro: cosa dice la scienza

Che lo stacanovismo possa portare a degli effetti negativi sulla salute trova conferma anche negli ultimi dati scientifici. In base a una ricerca pubblicata sulla rivista Lancet e ripresa dalla CBS e da Askanews, sembrerebbe che lavorare più di 55 ore alla settimana accresca il rischio di ictus del 27% e di sviluppare una malattia cronica del 13%. Questa instabilità porta l’organismo e la salute mentale a situazioni di stress e per cercare di “non perdere la testa” l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha istituito la Giornata Mondiale per la Salute e Sicurezza sul Lavoro, utile a ricordare di ridimensionare gli impegni e a salvaguardare se stessi.

I consigli dell’esperta

I consigli per affrontare al meglio un mondo lavorativo sempre più convulso arrivano dall’esperta Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia. Che spiega: “La realtà del lavoro è cambiata: oggi il modo di giudicare una buona performance infatti non è uguale a ieri perché si lavora per obbiettivi con azioni fulminee, decisioni veloci veicolate con poche informazioni che però devono essere efficaci e ponderate. Anche le aspettative elevate e la paura delle intelligenze artificiali che sostituiscono l’operato dell’uomo, rendendolo fragile e spaventato, sono due fattori da non sottovalutare perché il lavoratore si sente improvvisamente obsoleto. I contesti “centrifuga” fanno parte ormai della nostra realtà quotidiana e provocano pressione continua di cui è difficile liberarsi”.

Dopo i 40 anni? Non più di 25 ore a settimana

Una ricerca della Melbourne University e pubblicata sul The Guardian mette in guardia in particolare i lavoratori che hanno superato i 40 anni di età. Per chi è entrato negli “anta”, consiglia lo studio, l’orario di lavoro settimanale non dovrebbe superare le 25 ore. La ricerca, frutto di un sondaggio effettuato su un campione di 6500 lavoratori australiani, si è basata su tre parametri: memoria, abilità percettive e capacità di comprensione di un testo scritto. È emerso che, indistintamente uomini e donne, hanno difficoltà a concentrarsi e il calo della produttività è evidente. “La soluzione è trovare spazi di decompressione, iniziando dalle piccole cose come smettere di mangiare di fronte al pc o non pranzare affatto, per arrivare alle grandi e complesse come cambiare prospettiva mentale e imparare a convivere con la pressione dei nostri tempi con cui tutti ci dobbiamo misurare ed essere in grado di commutare la velocità e il caos da anomalia a normalità” conclude Marina Osnaghi

Il dipendente in malattia? Non ha solo diritti, ma anche doveri

Il dipendente in malattia non ha solo diritti, ma anche dei doveri: non soltanto nei confronti del datore di lavoro, ma anche della propria salute. Il periodo coperto dall’indennità di malattia prevede infatti che i dipendenti rispettino determinate “regole”. Quindi, il dipendente non si deve limitare a fare comunicazione della malattia al proprio datore di lavoro, richiedere il certificato al proprio medico di base, e rispettare gli orari di reperibilità previsti per le visite fiscali, ma è anche chiamato a curarsi, e a non svolgere tutte quelle attività che potrebbero peggiorare le proprie condizioni di salute oppure rallentare il percorso di guarigione.

La Corte di Cassazione stabilisce la legittimità di licenziamento se il dipendente in malattia svolge attività che possono ostacolarne la guarigione

La Corte di Cassazione ha stabilito la legittimità del licenziamento qualora il dipendente in malattia svolga attività che possono ostacolare la sua guarigione. Secondo la recente sentenza della Corte di Cassazione numero 6047/2018 il lavoratore in malattia può essere licenziato dal proprio datore di lavoro per giusta causa qualora non venissero rispettate le indicazioni stabilite per Legge.

Il caso arrivato in Cassazione ha visto vincere un’azienda che aveva disposto un licenziamento per giusta causa

Il caso arrivato in Cassazione ha visto vincere un’azienda che aveva disposto un licenziamento per giusta causa di un dipendente in malattia per lombosciatalgia, il dolore alla colonna vertebrale che si irradia fino alla superficie posteriore della coscia per un’infiammazione del nervo sciatico. Insomma, il più comunemente detto “mal di schiena”. Il dipendente in questione, in seguito licenziato dall’azienda, durante il periodo di indennità sembra avere partecipato a un concerto, addirittura suonando sul palco con il suo gruppo musicale. L’azienda è venuta a conoscenza dell’accaduto tramite il profilo Facebook del dipendente stesso e ha provveduto al licenziamento.

Lo svolgimento dell’attività di rischio getta le basi per la giustificazione del licenziamento da parte del datore di lavoro

La risposta della Corte di Cassazione in questo caso è stata chiara: l’azienda è legittimata a procedere con il licenziamento per giusta causa qualora il dipendente svolga attività che con molta probabilità prolunghino il periodo di malattia, come appunto suonare su un palco se si è affetti di lombosciatalgia. Lo svolgimento dell’attività di rischio, aggiunge la Cassazione, porta a presumere l’inesistenza stessa della malattia, gettando quindi le basi per la giustificazione di un licenziamento da parte del datore di lavoro.