Author: Jessica Morgani

Italia, nel 2019 record di eco-investimenti: un settore che crea lavoro

Investimenti in prodotti e tecnologie green da record, anche nel nostro Paese. A decretarlo è GreenItaly 2019: il decimo rapporto della Fondazione Symbola e di Unioncamere, promosso in collaborazione con Conai, Ecopneus e Novamont, con la partnership di Si.Camera e Ecocerved e con il patrocinio del ministero dell’Ambiente. Gli ecoinvestimenti, infatti, nel 2019 toccano un valore pari a 21,5%: una percentuale che corrisponde a quasi 300mila imprese che hanno investito in questa direzione.

Imprese attive nella sostenibilità

In Italia, le imprese dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito nel periodo 2015-2018, o prevedono di farlo entro la fine del 2019 in prodotti e tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2 sono circa 432mila. In percentuale, si tratta di circa un’impresa su tre (il 31,2% su tutte le aziende al di fuori del settore agricolo) all’interno del panorama nazionale. Il settore manifatturiero è quello che ha la percentuale più alta: 35,8%

Green job, tante opportunità

Questa tendenza in atto ha un importante riverbero anche sul mondo del lavoro, creandolo. Come riporta adnkronos, nel 2018 il numero dei green job in Italia ha superato la soglia dei 3 milioni: 3.100.000 unità, il 13,4% del totale dell’occupazione complessiva (nel 2017 era il 13%). L’occupazione green nel 2018 è cresciuta rispetto al 2017 di oltre 100mila unità, con un incremento del +3,4% rispetto al +0,5% delle altre figure professionali. 

I giovani imprenditori i più sensibili

Un altro dato interessante emerso dal rapporto è che sono soprattutto i giovani imprenditori i più attenti ai temi della sostenibilità e dell’ecologia. Tra le imprese guidate da under 35, infatti, il 47% ha compiuto eco-investimenti, contro il 23 delle over 35. Non solo: gli imprenditori più attenti a questi temi dimostrano di possedere anche uno slancio oltre i confini nazionali. Infatti, riporta l’analisi, le aziende di questa GreenItaly hanno un dinamismo sui mercati esteri superiore al resto del sistema produttivo italiano: con specifico riferimento alle imprese manifatturiere (5-499 addetti), il 51% delle eco-investitrici ha segnalato un aumento dell’export nel 2018, contro il più ridotto 38% di quelle che non hanno investito.

Bravi anche in innovazione

Il rapporto, infine, evidenzia anche un altro aspetto significativo: queste imprese innovano più delle altre. Il 79% ha sviluppato attività di innovazione, contro il 61% delle non investitrici. Nella gran parte dei casi, poi, si tratta di progetti per attivare misure legate al programma Impresa 4.0.

Occupazione, +134mila contratti a tempo indeterminato nel secondo trimestre 2019

Nel secondo trimestre del 2019 l’occupazione è in crescita, e sono 134mila in più i contratti a tempo indeterminato, mentre sono 45mila in meno quelli a tempo determinato. Questa tendenza continua a essere influenzata da un elevato livello di trasformazioni a tempo indeterminato (+159mila), contribuendo in modo complementare ad accrescere il numero di posizioni a tempo indeterminato e a diminuire quello delle posizioni a termine. L’incidenza delle trasformazioni sul totale degli ingressi a tempo indeterminato (attivazioni e trasformazioni) nel secondo trimestre dell’anno raggiunge il 22,4%, il secondo valore più alto dopo quello del primo trimestre (28,7%). È quanto emerge dalla Nota trimestrale diffusa dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali, l’Istat, l’Inps, l’Inail e l’Anpal.

Incremento congiunturale per le posizioni lavorative dipendenti

Dopo undici trimestri di crescita anche su base annua la dinamica delle posizioni a tempo determinato risulta per la seconda volta negativa (- 92mila). Tale andamento si accentua nei dati Inps-Uniemens (- 198mila nel secondo trimestre 2019), che comprendono anche il lavoro in somministrazione e a chiamata. Le posizioni lavorative dipendenti invece, nei dati destagionalizzati, presentano un incremento congiunturale. Nel secondo trimestre 2019, in base alle comunicazioni obbligatorie, le attivazioni sono state 2 milioni 535mila, e le cessazioni 2 milioni 446mila, determinando un saldo positivo di 89mila posizioni di lavoro dipendente.

Aumento maggiore per i servizi, moderato per industria e costruzioni

La crescita riguarda tutti i settori di attività economica, soprattutto i servizi (+76mila), mentre l’industria in senso stretto (+7mila) e le costruzioni (+5mila) mostrano incrementi meno rilevanti.

Andamenti simili si riscontrano nelle posizioni lavorative dei dipendenti del settore privato extra-agricolo (Istat, Rilevazione Oros), dove la variazione congiunturale di +0,3% (+36mila posizioni) è dovuta a un aumento più contenuto nell’industria in senso stretto (+0,1%, +3mila posizioni) rispetto ai servizi (+0,3%, +29 mila) e alle costruzioni (+0,5%, +4mila), riporta Adnkronos.

“Un segnale importante soprattutto per i giovani”

”Cresce in modo costante e duraturo da oltre un anno il lavoro a tempo indeterminato così come certificato dalle comunicazioni obbligatorie censite dal Ministero del Lavoro – commenta il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo -. Oggi il trend è confermato con 134mila contratti a tempo indeterminato in più nel secondo trimestre del 2019 rispetto al trimestre precedente. Questo è un segnale importante soprattutto per i giovani che vivono con difficoltà l’accesso al mondo del lavoro – continua Catalfo -. L’aumento del lavoro a tempo indeterminato significa dare loro una prospettiva di vita diversa rispetto al passato”.

Over Motel | Benessere in Brianza

Se hai bisogno di un motel Brianza che si trovi in posizione strategica e che dunque consenta di raggiungere facilmente città quali Milano, Bergamo, Monza e Lecco, l’Over Motel è l’hotel di Vimercate che fa al caso tuo. Questa importante struttura ricettiva  4 stelle infatti, è situata in posizione ideale allo scopo, e consente per questo di raggiungere in pochi minuti d’auto le suddette città, offrendo ai propri clienti tutta la libertà di poter soggiornare all’interno di un ambiente estremamente curato e nel quale la privacy è una questione prioritaria.

Qui infatti, è possibile usufruire di tantissimi servizi dedicati al benessere della persona e della coppia in genere, trattamenti che vanno dall’ hammam alla doccia idromassaggio, dalle vasche idromassaggio al solarium, disponibili direttamente all’interno delle camere in base alla tipologia di soluzione prescelta e dunque da poter vivere intensamente, senza dover condividere con altri questi momenti.

Il personale dell’Over Motel conosce bene l’esigenza del cliente di vedere rispettata la propria privacy, e per questo fa sì che il cliente una volta prenotata la propria camera posso fare direttamente accesso alla stessa parcheggiando l’auto all’interno del box privato che è esattamente adiacente alla camera persone per prenotata. Grazie all’apposita tenda motorizzata è inoltre possibile fare in modo da precludere la visuale dall’esterno e dunque avere una privacy ancora maggiore.

In base alla tipologia di camera prescelta variano dunque i servizi che è possibile trovare al suo interno, ed a prescindere dalla camera prescelta siamo sicuri che il tuo prossimo soggiorno all’Over Motel sarà all’insegna del benessere e del relax, grazie alla grande cura con la quale tutte le camere sono state allestite e grazie ai tantissimi comfort che la struttura mette a tua disposizione, tra i quali ricordiamo la TV digitale, l’aria condizionata, la cassaforte, la biancheria, il wi-fi gratuito ed il set da bagno.

Una nuova era per la leadership richiede un Ceo agile e innovativo

I Ceo sono convinti che sia necessario ripensare la cultura e i valori aziendali, riqualificare le competenze e definire dei modelli originali di partnership. A loro dire, le aziende sono arrivate a un bivio: per non rischiare di sparire dal mercato in meno di cinque anni si deve cambiare il proprio modello di business. Il report Kpmg Global Ceo Outlook 2019 sostiene che si è entrati in una nuova era della leadership, e i Ceo devono essere in grado di sperimentare nuove idee e di creare organizzazioni estremamente agili.

La crescita dipende dalla capacità di mettere in discussione l’organizzazione esistente

La ricerca Kpmg Global CEO Outlook 2019 è stata condotta su 1.300 amministratori delegati di 11 tra le principali economie a livello mondiale, Italia compresa. Secondo lo studio il 71% degli AD, nella convinzione che la crescita delle loro aziende dipenda in primo luogo dalla capacità di mettere in discussione l’organizzazione attualmente esistente, sostiene che è giunto il momento di cambiare strategia. La grande maggioranza degli intervistati afferma che la cultura da adottare è quella del fail-fast. Per  l’84% degli amministratori delegati, infatti, è necessario imparare ad apprendere in modo tempestivo dai fallimenti, grandi e piccoli.

Gli AD italiani temono l’emergere di partiti con politiche protezionistiche

Guardando al futuro, gli AD sono comunque perlopiù ottimisti. Stando al 66% dei top manager a livello internazionale, l’economia globale è destinata a crescere nei prossimi 3 anni. In particolare, il 96% degli AD italiani è convinto che la propria azienda abbia buone prospettive di crescita per il prossimo triennio. Per quanto riguarda le minacce al business, la prima delle preoccupazioni tra i Ceo è quella ambientale. Il cambiamento climatico per la prima volta svetta tra gli ostacoli previsti dai business leader internazionale. Non però, per gli AD italiani, i quali temono soprattutto, nel 45% dei casi, l’emergere di eventuali partiti con politiche protezionistiche, tali da rendere difficili il business.

Le caratteristiche del Ceo perfetto

Come dovrebbe essere, quindi, l’AD perfetto per guidare un’azienda nei prossimi anni? “Per affrontare le sfide presenti e future, deve essere in grado di sperimentare nuovi approcci, senza farsi frenare da dannosi pregiudizi – spiega Carola Adami, AD della società di head hunting Adami & Associati -. É essenziale che un Ceo sia in grado di creare un clima sereno e produttivo in azienda, senza mai diventare un controllore severo: soprattutto oggi, il top manager deve riuscire a concedere ampie libertà, responsabilizzando i sottoposti”.

Il riscaldamento globale brucia 80 milioni di posti di lavoro

Il caldo eccessivo è un rischio per la salute anche per i lavoratori, e in casi estremi può causare colpi di calore tali da risultare fatali. Il riscaldamento climatico si tradurrà quindi in uno stress termico che oltre a causare una perdita economica di 2.400 miliardi di dollari, comporterà 80 milioni di posti di lavoro in meno nel mondo entro il 2030. Lo stress termico riguarda una quantità di calore maggiore rispetto a quella che il corpo può tollerare senza subire danni fisiologici. E si verifica a temperature superiori a 35 gradi, accompagnate da un elevato tasso di umidità.

Proiezioni basate su un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi

Lo rileva il rapporto Lavorare su un pianeta più caldo, effettuato dall’organismo delle Nazioni Unite, Organizzazione del lavoro. Le proiezioni del rapporto si basano su un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi, e suggeriscono che entro il 2030 il 2,2% delle ore totali lavorate a livello mondiale andrebbe perso a causa delle alte temperature. Secondo il rapporto l’impatto dello stress termico sulla produttività lavorativa è un’ulteriore conseguenza del cambiamento climatico, che va ad aggiungersi agli altri effetti nefasti, quali la modificazione del regime delle piogge, la crescita del livello dei mari e la perdita della biodiversità.

Asia del Sud e Africa dell’Ovest le aree più colpite dallo stress termico

Globalmente le ricadute saranno ripartite in maniera diseguale tra i Paesi, le regioni che perderanno il maggior numero di ore di lavoro saranno l’Asia del Sud e l’Africa dell’Ovest, con una perdita entro il 2030 di circa 43,9 milioni di posti di lavoro. Le perdite economiche associate allo stress termico si uniranno quindi agli svantaggi economici già esistenti in questi Paesi. In particolare ai tassi elevati di lavoratori poveri, all’occupazione vulnerabile, all’agricoltura di sussistenza e all’assenza di protezione sociale.

I settori più danneggiati, agricoltura e costruzioni

Il settore che potrebbe essere più danneggiato da questo fenomeno è quello dell’agricoltura, che nel mondo occupa 940 milioni di persone. Qui lo stress termico potrebbe causare la perdita del 60% delle ore di lavoro. Ma anche il settore delle costruzioni subirà un forte impatto dal riscaldamento globale, con la perdita del 19% delle ore di lavoro. Gli altri ambiti a rischio, riferisce Ansa, sono i trasporti, il turismo, i beni e servizi ambientali.

Sulla base di queste stime l’Onu chiede dunque agli Stati nuovi sforzi per sviluppare, finanziare e attuare politiche nazionali per combattere i rischi di stress termico e proteggere i lavoratori. Ciò include la creazione di infrastrutture adeguate e migliori sistemi di allerta precoce durante le ondate di calore. E una migliore applicazione delle norme internazionali, come la sicurezza e la salute sul lavoro.

I consigli per ridurre i consumi degli elettrodomestici

Il caldo è arrivato, e frigorifero e condizionatore fanno impennare le bollette. Se il primo durante l’anno è responsabile di circa del 20-25% della spesa totale dell’energia elettrica, tra giugno e settembre aumenta i suoi consumi addirittura del 40-50%. Non è da meno il condizionatore, che con un’accensione per circa 50 minuti al giorno comporta un aumento medio del 10% sul consumo totale della casa, pari a 712 Wh, equivalenti a circa 5 euro al mese.

È quanto rivela Midori, la Pmi con sede all’Energy Center del Politecnico di Torino, che ha analizzato i dati raccolti tramite Ned, il dispositivo smart meter Made in Italy, da collegare al quadro elettrico di casa per monitorare i consumi dei principali elettrodomestici. Ma come contenere i consumi evitando gli sprechi?

Sceglierli di classe non inferiore alla A

La scelta dell’elettrodomestico giusto è prioritaria e decisiva, e sono da preferire quelli di nuova generazione e con classe energetica A, A+, A++ e A+++. Un frigorifero A+++, ad esempio, consuma in media il 60% in meno rispetto a un dispositivo in classe A, per un risparmio di circa 40 euro all’anno. Non bisogna però impostare però temperature troppo basse, che comportano un aumento esponenziale del consumo energetico, ed è opportuno tenerlo lontano da fonti di calore. Inoltre, occorre sbrinarlo periodicamente. Uno spessore di soli 5 mm di ghiaccio porta a consumare il 20% in più di elettricità. Per il condizionatore invece la differenza termica tra l’interno e l’esterno dell’abitazione non dovrebbe superare i 7-8 gradi.

Effettuare la manutenzione degli impianti

Un altro consiglio è quello di effettuare la manutenzione degli impianti. Un elettrodomestico mal funzionante consuma di più e può essere pericoloso. Il condizionatore, ad esempio, ha bisogno di una frequente revisione del filtro, che se troppo sporco o usurato porta l’impianto a consumare una maggior quantità di energia.

Procurandosi poi uno smart meter, è possibile rilevare i consumi della propria abitazione e scoprire il reale utilizzo dell’energia: in questo modo sui può imparare a risparmiare sulla bolletta fino al 20% all’anno.

Lavare a basse temperature o con la modalità “eco”

Per evitare che le ventole dei dispositivi quali pc e televisione lavorino eccessivamente, riporta Adnkronos, è poi sempre meglio non incassarli in spazi troppo ristretti, ma lasciarli “respirare”. Nel caso del frigo, l’eccessiva vicinanza al muro ostacola la fuoriuscita del calore dalla ventola e rende più difficile lo scambio d’aria con l’esterno, rischiando di danneggiarlo e aumentare i consumi.

E poiché in estate è importante stare attenti al consumo di acqua meglio avviare lavatrici e lavastoviglie quando sono a pieno carico, e con lavaggi a basse temperature per i panni, o scegliendo la modalità “eco” nel caso delle stoviglie. Escludendo il prelavaggio nella lavatrice e l’asciugatura nella lavastoviglie, si risparmia inoltre fino al 15% di energia, mentre un altro 30% di risparmio deriva dalla pulizia regolare del filtro e dall’uso di decalcificanti.

Italiani, tra gli europei sono tra i meno preparati in Gdpr

L’Italia fanalino di coda in materia di Gdpr. Il nostro Paese, con la Grecia e il Belgio, è tra i Paesi della Ue dove si registra minor consapevolezza sull’esistenza del Regolamento generale della protezione dei dati (Gdpr). Non consola, a questo proposito, constatare che la Francia fa peggio di noi. I dati in merito al regolamento, a un anno dalla sua entrata in vigore, sono raccolti in un Eurobarometro diffuso dalla Commissione europea, in occasione del primo anniversario del debutto del regolamento stesso.

Nel Nord Europa i cittadini più informati

Non stupisce neanche tanto che gli europei più informati in materia di protezione dei dati siano quelli dei Paesi del Nord. Le nazioni dove i cittadini sono maggiormente consapevoli sono Svezia (90%); Olanda (87%); Polonia (86%); Cechia (85%) e Slovacchia (83%). Nella parte finale della graduatoria si trovano invece: Grecia e Cipro (58% ciascuno); Belgio (53%); Italia (49%); e Francia (44%).

Ma più di 1 su 2 sa che c’è un’autorità responsabile della protezione dei dati

Più di un cittadino europeo su due (il 57% per l’esattezza) è a conoscenza che nel proprio Paese c’è un’Autorità responsabile per la protezione i loro diritti sui dati personali: il 20% in più rispetto a febbraio 2015.

La consapevolezza è “un segnale molto incoraggiante”

Il fatto che i cittadini europei sappiano dell’esistenza del Gdpr e dei relativi organismi “è un segnale molto incoraggiante. Quasi sei persone su dieci sanno che esiste un’autorità per la protezione dei dati personali nel loro Paese. E’ un aumento significativo rispetto al 2015, quando erano quattro persone su dieci. Il Gdpr fornisce alle autorità gli strumenti per combattere le violazioni. In un anno, il neo-costituito comitato europeo per la protezione dei dati ha registrato oltre 400 casi transfrontalieri in Europa. E questo conferma il vantaggio supplementare offerto dal regolamento, poiché la protezione dei dati non si ferma ai confini nazionali”, hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta il vicepresidente della Commissione europea al Mercato unico digitale Andrus Ansip e la responsabile della Giustizia Vera Jourová.

L’importanza della normativa anche fuori dall’Europa

Ansip e Jourová sottolineano inoltre come la nuova normativa sia fondamentale per combattere le violazioni: “ In un anno il neo-costituito comitato europeo per la protezione dei dati ha registrato oltre 400 casi transfrontalieri in Europa. E questo conferma il vantaggio supplementare offerto dal regolamento, poiché la protezione dei dati non si ferma ai confini nazionali”. Tanto che le linee guida del Gdpr rappresentano un  modello per nuove leggi sulla privacy in diversi paesi del mondo.

Lavarsi le mani è la prima arma contro le infezioni ospedaliere

L’igiene delle mani è fondamentale per prevenire le infezioni. In base ai dati più recenti, ottenuti nel corso di uno studio di prevalenza europeo sui pazienti ricoverati negli ospedali, in Italia l’8% dei degenti ha contratto un’infezione correlata all’assistenza (Ica). Per un totale stimato di più di mezzo milione di pazienti con infezioni nosocomiali per anno. I microrganismi responsabili più comuni sono Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomoas aeruginosa, e Staphylococcus aureus, spesso multiresistenti agli antibiotici di prima e seconda linea per il loro trattamento, e contro i quali vi sono poche armi efficaci. Le infezioni più frequenti, invece, sono quelle respiratorie, seguite dalle batteriemie, le infezioni del tratto urinario, e le infezioni del sito chirurgico.

Save Lives: Clean your Hands, una campagna internazionale dell’Oms

Garantire condizioni di salute migliori, prevenire e controllare le infezioni, aumentare il benessere per tutti sono gli obiettivi della campagna sostenuta dall’Istituto Superiore di Sanità Save Lives: Clean your Hands, che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato in occasione della Giornata internazionale del lavaggio delle mani del 5 maggio. Secondo l’Ocse (Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica), l’igiene delle mani è senz’altro il fattore più importante per la prevenzione, ed è il provvedimento a più basso costo per prevenire le infezioni. Quindi anche il migliore investimento.

Le infezioni correlate all’assistenza causano più morti delle altre malattie infettive

Uno studio dell’Ecdc ha stimato che le infezioni correlate all’assistenza sono responsabili di più morti di quelle causate da tutte le altre malattie infettive sotto sorveglianza europea. È quindi estremamente importante sensibilizzare il personale sanitario sulla corretta igiene delle mani come mezzo per salvare vite umane. “Le infezioni correlate all’assistenza rappresentano infatti un costo elevato sia in termini di morbosità e mortalità per il paziente, sia in termini economici per le organizzazioni sanitarie in quanto richiedono degenze più lunghe e cure più costose”, commenta Annalisa Pantosti del Dipartimento Malattie Infettive dell’ISS.

Applicare procedure adeguate: i pilastri per la prevenzione

“Si tratta, insomma, di uno dei problemi principali per la sicurezza del paziente, ed è evidente la necessità di interventi mirati in tutti gli ospedali – aggiunge Annalisa Pantosti -. Inoltre è stato stimato che almeno la metà delle infezioni correlate all’assistenza sono prevenibili applicando procedure adeguate. L’igiene delle mani, insieme all’igiene ambientale e al corretto uso degli antibiotici (“stewardship antimicrobica”) sono perciò i pilastri per la prevenzione delle infezioni e il loro controllo.

Trovare lavoro: laurearsi conviene ancora?

Conviene ancora laurearsi per trovare un lavoro più facilmente, ma soprattutto per guadagnare di più? I rapporti Istat parlano chiaro: i tassi di occupazione di diplomati e laureati differiscono di 14 punti percentuali. E a fornire una visione chiara e precisa dei corsi di laurea più o meno efficaci dal punto di vista del mercato del lavoro ci ha pensato Almalaurea, il consorzio a cui aderiscono 73 atenei italiani e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Secondo i dati Almalaurea il 71,1% dei laureati triennali è occupato a un anno dal conseguimento del titolo. Una percentuale che si alza fino al 73,9% nel caso dei laureati magistrali. Si tratta però di percentuali abbassate drasticamente dalla crisi: nel 2007, infatti, tali percentuali erano rispettivamente dell’82,8% e dell’80,5%.

La classifica delle facoltà che creano più occupazione

L’ultima indagine di Almalaurea dimostra che a 5 anni dal conseguimento della laurea il 94% dei laureati magistrali in ingegneria risulta occupato, con uno stipendio medio di 1.753 euro mensili. Va bene anche per i laureati nelle professioni medico-sanitarie, occupati per il 93,8% dei casi, con uno stipendio medio di 1.487 euro al mese. Tra i corsi che vantano tassi di occupazione meno lusinghieri si annoverano quelli letterari (79,7%), geo-biologici (78,5%) e giuridici (76,5%). In relazione invece alla voce “stipendi”, i laureati che a 5 anni dal conseguimento del titolo vantano uno stipendio medio minore sono gli psicologi, che si devono accontentare di 1.042 euro al mese.

La “convenienza” non è sul breve termine

Secondo i dati delle richieste da parte delle aziende anche oggi la laurea risulta molto importante. “I dati però sono chiari, e non c’è dubbio nell’affermare che alcuni titoli di laurea sono poco spendibili nell’attuale mercato del lavoro italiano -spiega Carola Adami, CEO di Adami & Associati – penso ad esempio alle lauree in psicologia, alle lauree in ambito letterario e sociale, nonché a quelle giuridiche. Inoltre, la “convenienza” di avere una laurea non è così evidente nel breve termine. “Gli stessi dati Istat hanno dimostrato che a due anni dal conseguimento del titolo – continua Adami – tra i possessori di diploma di maturità e di diploma di laurea la percentuale di occupati è pressapoco la stessa”.

“Lo stacco tra diplomati e laureati cresce a favore di quest’ultimi con l’avanzare del tempo”

I titoli di laurea rivelano però la loro efficacia sul lungo termine. “Il distacco tra ‘semplici’ diplomati e laureati cresce a favore di quest’ultimi con l’avanzare del tempo, sia a livello di occupazione che a livello di salari – aggiunge Adami -. E le indagini lo confermano, con i laureati under 40 che guadagnano di più rispetto ai coetanei. I vantaggi della laurea sono dunque netti – sottolinea l’head hunter- ma affinché si manifestino totalmente devono passare alcuni anni”.

Arriva l’Innovation manager, un superconsulente digitale per le Pmi

Gli uffici studi di Camera e Senato lo hanno definito voucher manager, la Gazzetta Ufficiale invece non ha indicato un nome specifico per questo ruolo. Ma per tutti è l’Innovation manager, un superconsulente esperto in trasformazione tecnologica e digitale. La Legge di Bilancio 2019 prevede infatti un contributo di 25 milioni destinato alle Pmi che si avvalgono della consulenza di questa nuova figura professionale, un esperto di innovazione per supportare le piccole e medie imprese nel processo di digitalizzazione. E il Politecnico di Milano ha avviato il Percorso executive in gestione strategica dell’innovazione digitale, che punta proprio a formare questa figura.

A chi è diretto il voucher

In una prima formulazione, il contributo era riservato in egual misura a tutte le Pmi. Nella versione definitiva delle Legge viene fatta una distinzione: attingendo dal fondo annuale di 25 milioni, previsto per gli anni fiscali 2019-2020, le piccole e micro imprese ricevono un voucher che copre il 50% dei costi sostenuti per la consulenza, entro un limite massimo di 40.000 euro, riporta Agi. Per le medie imprese invece il contributo è pari al 30% della spesa, con un limite massimo di 25.000 euro.

Esiste però anche una terza opzione, rivolta alle imprese che hanno stretto un “contratto di rete”. In questo caso il contributo è del 50%, fino a 80.000 euro, non per la singola impresa ma per l’intera rete

I campi di applicazione

Il campo di applicazione della consulenza è molto ampio, e riguarda una complessiva riorganizzazione aziendale, compresa quella che guarda ai mercati finanziari e dei capitali. L’Innovation manager si occuperà anche di digital disruption e digital strategy, organizzazione e processi per la trasformazione digitale, modelli di sourcing e strumenti contrattuali per l’innovazione digitale ancora, disegno e innovazione di nuovi business model, corporate enterpreneu. E rship e startup, cloud e architetture orientate ai servizi per l’agile enterprise, innovazione digitale nella supply chain, canali digitali e nuovi paradigmi di marketing.

La legge cita poi le “tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0”: Big data e analytics, cloud, cyber security, sistemi di simulazione, realtà virtuale e aumentata, robotica, stampa 3D, IoT e prototipazione rapida.

I tempi e i requisiti

Insomma, si parla di innovazione e digitale a tutto tondo, dall’imprenditoria alla riorganizzazione interna alla promozione e la selezione di talenti e startup con i quali collaborare. La consulenza però non si potrà assegnare a chiunque. Entro 90 giorni dalla pubblicazione della norma (cioè entro la fine di marzo), il Ministro dello Sviluppo Economico deve emanare un decreto che individua un elenco che include le società di consulenza o i manager qualificati tra i quali scegliere. Lo stesso decreto individuerà anche i requisiti necessari per diventare un Innovation manager. È quindi probabile che, per il 2019, i primi Innovation manager abbiano 6-7 mesi per farsi spazio.