Over Motel | Benessere in Brianza

Se hai bisogno di un motel Brianza che si trovi in posizione strategica e che dunque consenta di raggiungere facilmente città quali Milano, Bergamo, Monza e Lecco, l’Over Motel è l’hotel di Vimercate che fa al caso tuo. Questa importante struttura ricettiva  4 stelle infatti, è situata in posizione ideale allo scopo, e consente per questo di raggiungere in pochi minuti d’auto le suddette città, offrendo ai propri clienti tutta la libertà di poter soggiornare all’interno di un ambiente estremamente curato e nel quale la privacy è una questione prioritaria.

Qui infatti, è possibile usufruire di tantissimi servizi dedicati al benessere della persona e della coppia in genere, trattamenti che vanno dall’ hammam alla doccia idromassaggio, dalle vasche idromassaggio al solarium, disponibili direttamente all’interno delle camere in base alla tipologia di soluzione prescelta e dunque da poter vivere intensamente, senza dover condividere con altri questi momenti.

Il personale dell’Over Motel conosce bene l’esigenza del cliente di vedere rispettata la propria privacy, e per questo fa sì che il cliente una volta prenotata la propria camera posso fare direttamente accesso alla stessa parcheggiando l’auto all’interno del box privato che è esattamente adiacente alla camera persone per prenotata. Grazie all’apposita tenda motorizzata è inoltre possibile fare in modo da precludere la visuale dall’esterno e dunque avere una privacy ancora maggiore.

In base alla tipologia di camera prescelta variano dunque i servizi che è possibile trovare al suo interno, ed a prescindere dalla camera prescelta siamo sicuri che il tuo prossimo soggiorno all’Over Motel sarà all’insegna del benessere e del relax, grazie alla grande cura con la quale tutte le camere sono state allestite e grazie ai tantissimi comfort che la struttura mette a tua disposizione, tra i quali ricordiamo la TV digitale, l’aria condizionata, la cassaforte, la biancheria, il wi-fi gratuito ed il set da bagno.

Appartamenti di lusso a Vimercate

La struttura alberghiera Residence Privilege Apartments di Vimercate è quanto di più accogliente ed elegante possa desiderare chi ha necessità di soggiornare in una zona immersa nel verde dalla quale è semplice raggiungere Monza, Milano o Bergamo. Le camere dispongono infatti di ogni tipo di comfort ed offrono il massimo sia a quanti si spostano per motivi legati al business che a coloro i quali sono in vacanza e desiderano un relax profondo ed intenso. È possibile scegliere quella che si preferisce tra la tipologia di camera Classic e quella Executive: entrambe offrono veramente ogni tipo di comodità agli ospiti con la differenza che la seconda tipologia prevede appartamenti un pò più grandi ed in grado di ospitare fino a quattro persone, sebbene il livello di comfort e di dispositivi da sfruttare sia lo stesso.

Ad arricchire ancora di più questo hotel a Monza vi è il bellissimo parco da oltre 10 mila metri quadrati che la circonda e che consente agli ospiti di poter passeggiare liberamente, immersi nel verde, ed approfittarne per trascorrere del tempo a contatto con la natura. Quale migliore occasione, se non questa, di concedersi una pausa distensiva e rilassante dal lavoro o un momento di benessere tra un tour della zona e l’altro? La struttura inoltre, offre anche un servizio di transfer da e per gli aeroporti limitrofi, così da rendere più semplice anche questo tipo di spostamento, nonché un comodo servizio di lavanderia e stireria per quanti hanno necessità di mettere in ordine i propri capi. La pratica scrivania ed il Wi-Fi gratuito in camera consentono di potersi dedicare liberamente al proprio lavoro durante la propria permanenza in struttura, mentre l’angolo cottura e gli utensili permettono di poter cucinare liberamente, il che è un’ottima opportunità soprattutto per famiglie e tutti quegli ospiti che desiderano provvedere autonomamente ai pasti.

IWM Purificatori d’Acqua

Quotidianamente la nostra salute, ed il nostro corpo in generale, sono aggrediti da milioni di fattori esterni che incidono sul nostro benessere. Lo smog, i campi elettromagnetici, l’assunzione di farmaci ma anche ciò che mangiamo e beviamo, può incidere negativamente sull’organismo. Un modo utile a contrastare l’accumulo di sostanze nocive a cui siamo esposti è costituito dall’assunzione giornaliera di acqua sufficiente a depurarci dalle tossine.Al giorno d’oggi, sul mercato, esistono tantissimi tipi di acqua imbottigliata, ciascuna con caratteristiche tali da contrastare anche i classici problemi ai quali si può andare incontro sia con l’età, sia con il tipo di alimentazione che seguiamo. Ci sono acque che vantano un bassissimo contenuto di sodio, altre che garantiscono una maggiore presenza di calcio o magnesio, acque che stimolano la diuresi, che aiutano la digestione e così via.Ogni etichetta garantisce la purezza biologicamente controllata ed un basso residuo fisso, con costi a loro volta differenti. La possibilità di scelta è tanta, altrettanta è la confusione che spesso si innesca nella mente di chi deve scegliere l’acqua più adatta alle proprie esigenze. Esiste dunque una soluzione che eviti di doversi trovare a scegliere l’acqua migliore? Si esiste ed resa concreta dall’IWM, International Water Machines.Grazie ai depuratori prodotti da questa azienda leader nel trattamento delle acque potabili, si può avere a casa propria, direttamente dal proprio rubinetto, un’acqua purissima, con pH elevato e contenente i sali minerali necessari alla corretta idratazione del nostro organismo, con la certezza che in ciò che beviamo non siano presenti i sali inorganici inutili al nutrimento cellulare, che normalmente si depositerebbero nei reni. Ma non sono solo questi i vantaggi: un vantaggio da non trascurare sta anche nel risparmio a lungo termine che ne deriverebbe, se si pensa che per l’acqua in bottiglia la spesa è di circa 400 € al metro cubo mentre installando un purificatore acqua la spesa si riduce a 0,4 € al metro cubo!Sul sito dell’IWM è possibile visionare i diversi prodotti di depurazione dell’acqua, oppure è possibile chiamare il numero verde: 800 800 813 per avere a propria disposizione gentilezza, efficienza e celerità, nonché competenza.

Anche un sito web … deve rispettare l’ambiente !

Che follia è questa ? Direte voi … beh, tanto follia non è. Pensateci bene: un sito lento, difficile da navigare, che si vede male su smartphone o tablet, cosa vi costringe a fare ? A guardarne un altro, direte voi. Vero ! Oppure ? Se avete bisogno di visionare proprio QUELLO ? A perdere tempo sul pc di casa, acceso, che consuma corrente. Facciamo un brevissimo calcolo: ipotizziamo che ci siano 1.000.000 di siti web visualizzati ogni giorno, e che mediamente ognuno di essi impiega 5 secondi per essere visualizzato … E’ ben diverso, secondo voi, rispetto ad una situazione dove magari il tempo medio di apertura è del doppio, ovvero 10 secondi ? Il consumo di elettricità è la metà !!! I siti oggi devono essere veloci, intuitivi, rapidi, smart … Poco tempo per navigare, ottenere l’informazione e chiudere il pc. Personalmente, i miei clienti li metto spesso in contatto con una web agency Monza, WebSenior. Sono molto bravi, affidabili, e davvero … ecologici ! Sviluppano siti web ma soprattutto li posizionano in modo adeguato sui motori di ricerca, perchè un sito web non visibile nelle prime due pagine di Google … è un sito web che non esiste ! Google o non Google, comunque, a noi interessa che il web scorra fluido, senza rallentamenti, che portano ad ore di accensione maggiore, consumi maggiori, guasti maggiori, rottami maggiori. Non sembra, ma tutto è collegato perfettamente.

Gli italiani e lo smartphone: dove, come, quando e quanto lo usano

Lo smartphone è diventato un “compagno” a cui non possiamo più rinunciare. Circa 19,5 milioni di persone utilizza il cellulare anche a letto, e quasi 11 milioni se lo porta anche in bagno, ma sono tanti anche coloro che ammettono di usare il dispositivo mentre sono al lavoro. A dichiararlo è il 20% del campione di un’indagine condotta da Facile.it, una percentuale corrispondente a 8,7 milioni di individui. Sono poi quasi 2 milioni (4,6%) anche coloro che usano lo smartphone a tavola, percentuale che quasi raddoppia nella fascia di età 35-44 anni (8,5%). Non stupisce, dunque, come più di 8,3 milioni di persone utilizzino il cellulare anche in macchina, sostituendolo al navigatore.

Dai social a alle foto all’informazione, sempre più usato per fare di più

Al netto delle telefonate e dei messaggi, che si posizionano in cima alla lista, più di 21,8 milioni di individui (50%), ammettono di usarlo per i social network, mentre più di 20,7 milioni (47,6%) per fare fotografie. Non sorprende scoprire, inoltre, come lo smartphone venga frequentemente usato anche come fonte di informazione, sia attraverso social network o siti specializzati (33,9 milioni di persone, 77,9%). Un utilizzo aumentato molto durante l’anno di pandemia, tanto che più di 6 italiani su 10 (64,5%, 28 milioni) dichiarano di aver incrementato l’uso del device proprio per informarsi.
Sono quasi 14 milioni (31,9%), poi, coloro che indicano la gestione delle finanze personali come uno dei motivi per cui utilizzano maggiormente il cellulare.

Perderlo è la paura più diffusa

Sebbene la paura più diffusa legata al cellulare sia quella di perderlo, e con esso i contenuti al suo interno, indicata da più di 19,7 milioni di intervistati (45,2%), 2,7 milioni di italiani (6,2%) sono preoccupati che il partner o i genitori possano accedere di nascosto ai contenuti presenti sul dispositivo.
I più timorosi nel lasciare che il proprio partner guardi di nascosto il cellulare sono coloro di età compresa tra i 45 e i 54 anni (8,5%). I giovani appartenenti alla fascia anagrafica 18-24 anni, invece, sono i più preoccupati nel far curiosare i genitori: rispetto a un valore italiano del 2,3%, la percentuale raggiunge addirittura l’8,2%.

Comportamenti pericolosi: non effettuare il backup è al primo posto
Quanto ai comportamenti errati adottati da coloro che possiedono uno smartphone, più di un intervistato su 5 (9,6 milioni) ammette di non effettuare mai il backup dei dati, mentre 8,5 milioni dichiarano di aver impostato un PIN molto comune, o di non averlo impostato affatto. Addirittura, più di 3 milioni di persone (7,2%) hanno memorizzato il PIN della carta di credito o della SIM direttamente nella rubrica del cellulare, comportamento molto pericoloso nel caso in cui il dispositivo venga perso o rubato. La percentuale arriva addirittura fino all’11,2% tra coloro che hanno un’età compresa fra 18 e 24 anni.

Cresce lo spirito imprenditoriale tra le donne e i giovani

Nonostante le persistenti barriere sociali e strutturali nel corso del 2020 si è avuta una crescita dello spirito imprenditoriale, anche tra le categorie che appaiono meno tutelate come le donne e i giovani. Dal sondaggio Ipsos in collaborazione con SDA Bocconi School of Management dal titolo Entrepreneurialism. In the Time of the Pandemic, condotto in 28 Paesi su oltre 20.000 intervistati, emerge che oltre un terzo degli adulti in tutto il mondo dichiara di possedere uno spirito imprenditoriale molto alto. Si tratta di un’evidenza indicativa delle capacità di reazione di molti cittadini alle avversità causate dalla pandemia e che rappresenta una speranza per l’immediato futuro. 

Spirito imprenditoriale, caratteristiche e uno sguardo al futuro

Il sondaggio mostra anche una variazione dello spirito imprenditoriale da Paese a Paese: la Colombia si posiziona al primo posto, seguita da Sud Africa, Perù, Arabia Saudita e Messico. Belgio, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Corea del Sud e Giappone si collocano invece agli ultimi posti. L’Italia è in 13a posizione e prima tra i Paesi europei con una percentuale del 29%, in aumento del 5% rispetto al 2018.

L’imprenditorialità si manifesta nella sua forma tradizionale

L’Entrepreneurial Spirit Index di Ipsos è un indicatore che considera 18 caratteristiche imprenditoriali chiave, dall’etica del lavoro alla propensione di assunzione dei rischi, dalle abilità creative all’ambizione personale, dalla passione per ciò che si fa all’orientamento al risultato. E il sondaggio rivela che il 32% dei cittadini a livello internazionale dichiara di avere uno spirito imprenditoriale “molto alto”. L’imprenditorialità si manifesta principalmente nella sua forma tradizionale, ossia attraverso la creazione di imprese. Tre cittadini del mondo su dieci dichiarano di aver avviato almeno un’attività in passato, e in Italia coloro che affermano di aver iniziato un nuovo business sono stati il 4% in più rispetto al 2018, e il 21% afferma di voler avviare una nuova attività nei prossimi due anni.

L‘impatto del Covid e i principali ostacoli

Nonostante l’attitudine all’imprenditorialità sia maggiore tra i Millennial, la Gen X, coloro con un’istruzione superiore e un reddito più alto, a livello internazionale, negli ultimi due anni questa è cresciuta maggiormente tra le fasce di popolazione meno tutelate dal punto di vista economico e sociale: le donne (+4% sul 2018), la Gen Z (+3%), coloro che hanno un basso livello d’istruzione (+7%) e un basso reddito (+9%). Allo stesso tempo, però, non a tutti sono concesse le medesime condizioni di partenza. Le più svantaggiate sono le donne, i cittadini appartenenti a gruppi LGBTQ e le persone con disabilità. Gli ostacoli alla libera attività imprenditoriale non sono però solo di natura sociale, ma anche strutturale ed economica. Inoltre, la mancanza di finanziamenti rappresenta la principale barriera all’avvio di un’attività imprenditoriale per il 41% degli intervistati.

La PA digitale piace alle imprese, e ne accelera gli investimenti

È un giudizio inaspettato e positivo quello che 552 Pmi hanno espresso sulla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Senza grandi differenze tra piccoli comuni e grandi centri, più di un’impresa su due (51%) riconosce oggi la digitalizzazione della PA come un fattore facilitante nella relazione, mentre un 42% pensa che l’evoluzione tecnologica sarà un vantaggio futuro.

I plus per l’imprenditore? Semplicità e rapidità delle procedure.

È quanto emerge dall’indagine Market Watch PMI realizzata da Banca Ifis, secondo cui i benefici segnalati dagli imprenditori sono quasi tutti riconducibili a una maggiore semplicità nello svolgimento delle operazioni. Per il 94% delle imprese intervistate il plus è la possibilità di utilizzare la posta elettronica certificata per recapitare gli atti amministrativi, ma hanno un forte peso anche l’impiego del cassetto fiscale dell’Agenzia delle Entrate e di quello previdenziale di Inps (93%), la fatturazione elettronica e il rilascio digitale del Durc, entrambi per l’87% degli intervistati. Ultima, la digitalizzazione della giustizia (72%). Oltre alla semplicità di relazione, le imprese dichiarano di apprezzare la maggiore rapidità nelle procedure amministrative (54%), la facilità nell’accesso ai servizi (39%), la semplificazione delle procedure (31%) e l’aumento della sicurezza nella trasmissione e nell’archiviazione dei documenti (26%).

Investimenti tecnologici per arricchire e allineare i processi aziendali

“La digitalizzazione della PA ha portato una forte semplificazione nella gestione dei processi grazie alla dematerializzazione dei documenti – sottolinea Piero Dell’Oca, Cfo e Consigliere di Amministrazione di Tecnofar -. Questo ha facilitato sia il rapporto con la PA sia con i dipendenti”. La digitalizzazione del Pubblico ha spinto poi il 74% delle imprese ad accelerare sul fronte degli investimenti tecnologici per arricchire e allineare i propri processi. E se gli investimenti delle aziende sono stati concentrati su diverse voci, come firma digitale (48%), Spid (41%) e Pec (32%), il 17% ha digitalizzato i pagamenti, il 16% usa il cloud per la gestione documentale, il 16% ha acquisito software per la finanza e la contabilità, e l’11% ha digitalizzato la modulistica.

Il ruolo del commercialista evolve verso quello di facilitatore dei processi

La digitalizzazione dei rapporti tra PA e imprese sembra anche favorire la delega a professionisti e commercialisti, cui si affida già il 95% degli imprenditori per le operazioni con il Pubblico. L’89% degli intervistati riconosce come il rapporto con queste figure professionali sia direttamente influenzato dallo sviluppo dei servizi digitali. Per il 47% delle Pmi la digitalizzazione favorisce una maggiore delega al commercialista/professionista a operare sui canali telematici per conto dell’impresa, e per il 46% il ruolo del professionista evolve verso quello di facilitatore dei processi, poiché supporta l’azienda nell’interpretazione della normativa e delle procedure.

Un anno dopo: tra ritorno alla normalità ed effetti sulla salute mentale

Da più di anno il Coronavirus è entrato a far parte della vita quotidiana dei cittadini di tutto il mondo. Gli italiani oramai da mesi convivono con nuovi Dpcm, mappe dei colori delle Regioni, restrizioni e il proseguimento della campagna vaccinale. Ma quali quando torneremo alla normalità? E quali sono gli effetti dell’emergenza sanitaria sulla salute mentale?  Un sondaggio di Ipsos condotto per il World Economic Forum in 30 Paesi, fa emergere che il 59% degli intervistati si aspetta di poter tornare a qualcosa di simile a una vita pre-Covid entro i prossimi 12 mesi. E il 45% afferma che la propria salute mentale ed emotiva è peggiorata dall’inizio della pandemia. 

Quando torneremo alla normalità?

Fra chi si aspetta di tornare alla vita pre-Covid entro i prossimi 12 mesi, il 6% ritiene sia già così, il 9% che non ci vorranno più di tre mesi, il 13% da quattro a sei mesi, e il 32% da sette a 12 mesi. Soltanto una persona su cinque (10%) afferma che per ritornare alla normalità ci vorranno più di tre anni (10%), e l’8% ritiene che ciò non accadrà mai.  Le opinioni su quando aspettarsi un ritorno alla normalità variano però tra i vari Paesi. Ad esempio, più della metà degli intervistati in Francia, Italia, Corea del Sud e Spagna si aspettano che ci vorrà più di un anno. In Italia lo afferma il 53%, mentre il 46% dei cittadini ritiene che il ritorno alla normalità pre-Covid sia auspicabile entro 12 mesi.

Il contenimento della pandemia

Le aspettative relative a quanto tempo sia necessario affinché la pandemia possa essere contenuta sono simili a quelle in merito al ritorno alla normalità. Infatti, il 58% degli intervistati ritiene che la pandemia sarà contenuta entro il prossimo anno. In Italia la percentuale è pari al 57%, mentre per il 43% ci vorrà molto più tempo. In linea generale, questi dati suggeriscono che a livello internazionale le persone considerano il ritorno alla propria vita pre-Covid dipendente dai tempi che occorrono per contenere il virus. 

Salute mentale e stabilità emotiva 

Nei 30 Paesi esaminati, il 45% degli intervistati afferma che la propria salute mentale e la propria stabilità emotiva siano peggiorate dall’inizio della pandemia, e soltanto il 16% ritiene che siano migliorata nel corso dell’ultimo anno. In 11 Paesi, almeno la metà degli intervistati riferisce un peggioramento di salute mentale e stabilità emotiva, con la Turchia (61%), il Cile (56%) e l’Ungheria (56%) che mostrano le percentuali più alte. L’Italia rientra tra i Paesi in cui i cittadini hanno subito maggiormente le conseguenze del Covid da questo punto di vista, con più della metà (54%) che rileva un peggioramento, e solo l’8% un miglioramento. Anche considerando i primi mesi del 2021, gli intervistati sono più propensi ad affermare che la propria salute mentale ed emotiva sia peggiorata (27%) piuttosto che migliorata (23%).

La felicità secondo i lavoratori italiani: i più giovani sono i più insoddisfatti

Se si analizza la dimensione di felicità in generale, e la soddisfazione della vita, emerge che tra i rappresentanti della generazione Z solo il 19% si trova concorde a ritenere che la propria vita sia vicina al proprio ideale, contro il 28% dei Baby Boomers. Anche nella dimensione legata alla solitudine o all’isolamento si nota come siano maggiormente avvertiti dai giovani e dai giovanissimi rispetto agli adulti. Si passa infatti dal 21% fino al 10% (dai più giovani ai più anziani) di coloro che soffrono di questi problemi, e dal 42% al 57% di coloro che non si sentono particolarmente toccati dalla questione. Si tratta di alcuni dati rilasciati dall’associazione Ricerca Felicità sullo stato di salute della felicità e del benessere dei lavoratori, sia nella dimensione aziendale sia in quella individuale e sociale.

I Baby Boomers sono più sicuri dei propri meriti

L’associazione si è posta sei obiettivi d’indagine, felicità in generale, solitudine e isolamento, felicità al lavoro, senso di appartenenza, riconoscimento e discriminazione e lavoro e suo significato. E dai dati emerge che il 16% degli intervistati ritiene che l’affermazione “esprimo le mie emozioni senza essere giudicato” nell’ambiente di lavoro sia assolutamente falsa, mentre quasi il 30% si ritiene poco concorde con l’affermazione “i miei meriti vengono sempre riconosciuti”.

Tra i Baby Boomers però è significativamente più elevato il peso di coloro che ritengono riconosciuti in modo assolutamente adeguato i loro meriti rispetto alle altre generazioni (31% contro una media di 20/21%).

La dimensione del lavoro come crescita personale

Con la volontà di offrire strumenti al mondo del lavoro per allineare i propri valori con quelli dei propri collaboratori per una crescita corale, la dimensione del lavoro è stata analizzata da diversi punti di vista. Ad esempio, le affermazioni “mi fa capire le persone e il mondo che mi circonda” e “contribuisce alla mia crescita personale” sono state indicate come vere nel contesto nel proprio lavoro rispettivamente dal 27.9 % e dal 25,3%.

L’impatto dell’azienda e della carriera

Le affermazioni “soddisfa tutti i miei bisogni” e “ho una carriera piena di significato” sono invece ritenute false, ovvero per nulla riscontrabili nel proprio ambito lavorativo, dal 27,1% e dal 24%. Il 15,3% ritiene poi che l’affermazione “ha un impatto positivo per il mondo” riferita all’azienda in cui lavora sia assolutamente falsa, e alla domanda se il proprio lavoro “fa la differenza” solo il 7,6% crede sia assolutamente vero, contro il 13,5% che lo indica come assolutamente falso

7 Elettrodomestici, cambia la classificazione energetica: ma 30 milioni di italiani non lo sanno

Trenta milioni di italiani ancora non sanno che dal 1 marzo 2020 le etichette di classificazione energetica degli elettrodomestici sono cambiate. Proprio così: la classificazione a cui siamo stati abituati finora è infatti stata rivoluzionata in un’ottica di ottimizzazione della scala di valori, ma l’opinione pubblica non è adeguatamente informata. A dirlo è un’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, che ha scoperto che il 69,4% degli italiani è ancora all’oscuro di questa novità. Traducendo in numeri le percentuali, significa che il bacino dei consumatori italiani che dichiara di non essere a conoscenza della cambiamento risulta pari a più di 30 milioni di individui.
Le ragioni del cambiamento

Questa piccola rivoluzione è stata introdotta poichè il “vecchio” sistema di etichette è stato ritenuto non più adatto a rappresentare le differenze tra gli elettrodomestici; ormai quasi tutti concentrati nelle classi migliori con conseguente confusione per i consumatori. Le nuove etichette si baseranno sempre su una scala di valori che va da A (classe più efficiente) a G (la meno efficiente), con la differenza che scomparirà il simbolo “+” e, soprattutto, si irrigidiranno i criteri con cui verranno assegnate le lettere. Ad esempio, un elettrodomestico oggi classificato in classe A+++, con le nuove etichette verrà reinserito con tutta probabilità nella classe B se non addirittura C. Per non ingenerare confusione, fino al 30 novembre 2021 le nuove etichette verranno affiancate a quelle vecchie, così i consumatori potranno gradualmente abituarsi al sistema di classificazione. Solo dal primo dicembre 2021 le vecchie etichette scompariranno del tutto.

L’importanza dell’etichetta

Per gli italiani, nel corso del tempo, la classificazione energetica è diventata una discriminante fondamentale per scegliere un elettrodomestico piuttosto che un altro. In base ai dati della ricerca, il 95% degli intervistati dichiara che questa sia un’informazione importante ed è addirittura esplicitamente descritta come molto importante dal 55,9% del campione. L’indagine condotta per Facile.it ha approfondito anche le ragioni per le quali i consumatori valutano molto importante (o, al contrario, poco o per nulla utile) considerare la classe energetica dell’elettrodomestico prima di acquistarlo. Fra chi dà grande importanza alla classificazione le ragioni principali sono risultate essere il risparmio – sia esso economico (63% del campione) o energetico (32%) – e la convinzione che basarsi sulla classificazione energetica per compiere l’acquisto sia in qualche modo utile a salvaguardare l’ambiente (25%). Per gli oltre 1.100.000 italiani che non considerano utile la classificazione, invece, i motivi dichiarati sono la volontà di spendere meno per lo specifico acquisto o, anche, l’ammissione di non capire realmente fino in fondo quale sia il significato della classificazione riportata nell’etichetta.

Pmi manifattura in controtendenza: solo 5% taglierà posti di lavoro

Le Pmi del settore manifatturiero sono in controtendenza: in questo 2021 iniziato all’insegna dell’incertezza per l’occupazione solo il 5% degli imprenditori prevede di ridurre drasticamente il personale. Il 13% attende invece il superamento del blocco dei licenziamenti per ridurre l’organico, che nel 94% dei casi va da 1 a 5 dipendenti. Ma un’impresa su 3 ha in previsione nuove assunzioni. È quanto emerge dall’indagine congiunturale condotta da Confimi Industria, la Confederazione dell’industria manifatturiera privata italiana, per analizzare l’andamento del secondo semestre 2020 e le previsioni per i primi sei mesi del 2021.

Il 32% di imprenditori prevede nuove assunzioni

Secondo lo studio le previsioni per il 2021 lasciano ben sperare: il 59% degli intervistati dal sondaggio dichiara infatti di mantenere stabile il proprio organico, e il 32% di imprenditori prevede nuove assunzioni. Lo studio rileva inoltre che se nella seconda parte del 2020 il ricorso agli ammortizzatori sociali ha riguardato una impresa su due, nei prossimi mesi il numero scenderà, interessando solo il 31% degli intervistati. Per quanto riguarda lo smart working, a oggi lo utilizzano il 25% delle Pmi, riporta Adnkronos, e nei prossimi mesi continueranno a utilizzarlo solo parzialmente. I primi sei mesi del 202I per il 60% delle Pmi non porterà grandi cambiamenti, solo 1 imprenditore su 5 è ottimista, prevedendo un leggero incremento (fino al 3%) di ordini e produzione.

Nel 2020 fatturato in crescita per il 34% e in forte calo per il 22%

Nel 2020 il Centro studi di Confimi Industria evidenzia un fatturato stabile per il 44% delle Pmi manifatturiere, e in crescita per il 34% degli intervistati, che segnalano fino al 10% in più rispetto al semestre precedente. Si tratta di performance legate per lo più ai risultati dei settori meccanici e dell’edilizia. Forte diminuzione dei fatturati invece per il 22% delle Pmi coinvolte dall’indagine, soprattutto del settore dei servizi e il comparto alimentare.

Contrazione degli ordini internazionali e della produzione

Secondo il Centro studi di Confidi Industria, il 26% del campione intervistato prevede però una contrazione degli ordini internazionali fino al -10%. Un vero danno per le Pmi manifatturiere, che nel 33% dei casi si rivolgono a un mercato europeo. Anche in termini di produzione il 2020 evidenzia scostamenti nelle diverse categorie: +27% per la meccanica, -10% il tessile, -39% l’alimentare. Tra il 1° e il 2° semestre del 2020 crollo poi degli ordinativi per le filiere sanità e servizi, che registrano una riduzione degli ordini oltre il 10%, rispettivamente nel 45% e nel 34% dei casi. Ma gli industriali italiani non si scoraggiano, e prevedono nuovi investimenti per migliorare i processi di produzione, i processi informatici, la trasformazione digitale, e la formazione del personale.

Lo smart working abbassa le difese aziendali

L’adozione massiccia di modalità lavorative da remoto si ripercuote sulla sicurezza dei dati informatici compromettendo le difese aziendali. In base ai dati della Polizia Postale e delle Comunicazioni, riferite alle attività svolte nel corso del 2020, le frodi basate sul social engineering vedono stabili i numeri delle frodi realizzate attraverso la compromissione di caselle di posta elettronica (Bec fraud), ma allo stesso tempo i numeri risultano influenzati dall’epidemia del Covid-19. Sia per lo stato di difficoltà psicologica o logistica di lavoratori e amministratori aziendali sia per l’adozione su larga scala di processi di smart working. L’aumento di comunicazioni commerciali a distanza favorisce infatti l’esposizione al rischio di attacchi informatici, soprattutto tramite campagne di phishing.

Bec fraud collegati al tema-Covid, un business da oltre 25 milioni di euro

Pertanto, alcuni Bec fraud risultano specificamente collegati al tema-Covid perché relativi direttamente a frodi commerciali nell’acquisto di mascherine e dispositivi sanitari. In pochi mesi, oltre a un costante numero di casi “minori”, ovvero nell’ordine delle decine di migliaia di euro, sono state frodate 48 grandi e medie imprese, per un ammontare complessivo di oltre 25 milioni di euro. Per fortuna, quasi 15 milioni sono stati già recuperati in seguito all’intervento della Polizia Postale e delle Comunicazioni.

Le due modalità più ricorrenti? Email malevole e siti-clone

Al 10 dicembre 2020 la Polizia Postale ha complessivamente identificato e indagato 674 persone, di cui 24 tratte in arresto. Nell’analogo periodo del 2019 erano state indagate complessivamente 531 persone, di cui 8 in stato di arresto. L’obiettivo criminale del trafugamento dei dati personali e delle credenziali di accesso a servizi finanziari, utili alla disposizione di pagamenti in frode, è stato raggiunto attraverso massive campagne di phishing, consumate mediante le due modalità in assoluto più ricorrenti, oppure riferisce Askanews, l’invio di email contenenti allegati malevoli e l’impiego di siti-clone.

Nel 2020 identificate e indagate 3741 persone

Parallelamente, il procacciamento di codici one-time, token virtuali e password dispositive è avvenuto mediante il ricorso all’insidiosa variante vocale del phishing, il cosiddetto vishing, e al ricorso a tecniche di sim-swap, una tipologia di frode informatica particolarmente avanzata che si articola in vari passaggi. L’attività investigativa realizzata dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni, funzionale al contrasto di questi fenomeni criminali, ha permesso di identificare e indagare 3741 persone, a fronte dei 3473 denunciati nello stesso periodo dell’anno precedente.

Richieste di prestiti, a novembre -24,5%

Anche a novembre il numero di richieste di finanziamenti da parte delle famiglie italiane registra una forte contrazione: quelli finalizzati all’acquisto di beni e servizi calano del -22,4% in un anno e i prestiti personali del -27,4%. Quasi la metà delle richieste di prestiti finalizzati però si è concentrata nell’ultima settimana del mese, in concomitanza del Black Friday, che ha fatto segnare un incremento del +13% rispetto alla media delle settimane precedenti. Dall’ultimo aggiornamento prodotto da CRIF emerge poi la crescente tendenza a privilegiare gli acquisti online, tanto che le richieste di credito riconducibili alle piattaforme di e-commerce hanno fatto registrare un +19% rispetto alla media delle settimane precedenti. Ulteriore evidenza dello studio riguarda la contrazione del valore medio dei finanziamenti richiesti, che nell’aggregato di prestiti personali e finalizzati nell’ultimo mese di osservazione si attesta a 8.644 euro, -3,4% rispetto a novembre 2019.

Mutui e surroghe ancora in territorio negativo

Dopo la battuta d’arresto di ottobre, anche a novembre le richieste di mutui e surroghe restano in territorio negativo, facendo segnare una flessione del -11,4% rispetto al corrispondente mese del 2019. Nel complesso, dopo la fase di lockdown della scorsa primavera, le richieste di mutuo erano tornate a crescere in modo solido a partire dal mese di giugno (+26,7% nel III trimestre dell’anno), riassestandosi su volumi superiori a quelli pre-crisi. Con la seconda ondata di contagi da inizio ottobre si è assistito a una improvvisa inversione di tendenza che ha nuovamente frenato la domanda.

L’andamento dell’importo medio

Più in dettaglio, per quanto riguarda i prestiti finalizzati l’importo medio richiesto si attesta a 5.934 euro (-3,7%), mentre per i prestiti personali è pari a 12.765 euro (-1,1%). Relativamente ai prestiti finalizzati, il 61% delle richieste riguarda importi al di sotto dei 5.000 euro, così come per i prestiti personali, per i quali la quota delle richieste è il 30,8% del totale (Fonte: EURISC – Il Sistema CRIF di Informazioni Creditizie). In merito alla durata dei contratti di finanziamento, per quanto riguarda i prestiti finalizzati le richieste privilegiano piani di rimborso inferiori ai 12 mesi (22,9%), mentre per i prestiti personali le preferenze si stanno indirizzando sempre più su durate superiori ai 5 anni (45,2%).

I tassi vantaggiosi non bastano a incoraggiare gli italiani

Gli italiani non trovano stimolo nemmeno da condizioni di offerta particolarmente vantaggiose, con la media degli spread online per mutui a tasso variabile stabile nel III trimestre dell’anno allo 0,8% e allo 0,4% per il tasso fisso. Le preoccupazioni delle famiglie trovano conferma anche nell’analisi delle moratorie per la sospensione delle rate, tanto che quasi la metà dei contratti di finanziamento che hanno beneficiato della sospensione del pagamento delle rate riguarda infatti un mutuo immobiliare. In compenso a novembre risulta in crescita (+1,5%) l’importo medio, che si è attestato a 134.599 euro. Ma nel complesso il 72,1% delle richieste presenta un valore inferiore ai 150.000 euro.

Il 5G e le nuove skill dei profili professionali più richiesti

Tutti sanno che l’arrivo del 5G influenzerà le capacità dei dispositivi di connettersi in maniera più veloce alla rete, ma uno degli aspetti forse meno dibattuti relativi al nuovo standard riguarda il mondo del lavoro, e non tanto il modo con cui il 5G cambierà lo scenario produttivo, di beni o di servizi, ma le nuove professionalità, che dovranno essere portatrici di capacità e skill tecniche differenti da quelle odierne. Di fatto, nonostante la pandemia, da maggio a settembre 2020 negli Stati Uniti il 5G ha “aggiunto” 106 mila posti di lavoro, stando ai dati del National Spectrum Consortium e del Progressive Policy Institute. E in Italia? Quali saranno i nuovi profili professionali nell’era del 5G?

Competenze più vicine al mondo IT

Le previsioni sul cambiamento del lavoro in relazione al 5G si susseguono velocemente. Per un meccanico, ad esempio, il 5G aprirà alla necessità di avvicinare la sua professione a quella di chi ha realizzato l’automobile, per tenersi al passo con i tempi e servire meglio e più rapidamente i nuovi clienti. Con un paio di visori di realtà aumentata lo stesso meccanico potrà infatti “vedere” gli elementi danneggiati del veicolo senza fare grandi sforzi, ordinare i pezzi mancanti e, infine, procedere con la mano d’opera, così da ottimizzare tempi e costi. Ciò richiederà competenze diverse da quelle di oggi, più vicine al mondo IT che a quello della meccanica pura.

Intelligenza Artificiale, big data, cloud, blockchain, e cybersecurity

Se l’Italia, tra i primi paesi europei per estensione del 5G nelle aree urbane, vedeva già nell’ultimo biennio un aumento di professioni in ambito tecnologico legate al 5G, il 2020 ha segnato un evidente rallentamento, seppur la ricerca di profili tecnici sia destinata a risalire nel 2021. Tra le professioni più richieste ci sono quelle legate alla gestione di progetti di Intelligenza Artificiale, big data, cloud, blockchain, ma anche cybersecurity, considerata l’opportunità per hacker e criminali di sfruttare il 5G come nuovo vettore di attacco IoT. questo, nel merito del boom, già presente, di oggetti interconnessi sia sul piano industriale sia privato, riporta Ansa.

Aumento di figure tecniche in settori come sanità, farmaceutico, istruzione e PA Ma a crescere, ed è la vera novità, saranno i ruoli più legati alla creazione di contenuti interattivi, per dare uno slancio finale a quelle piattaforme di realtà aumentata, virtuale e mista (come gli ologrammi) che sinora hanno mancato un utilizzo su larga scala. Anche per l’assenza di connessioni veloci in grado di supportarne le vere potenzialità. Inoltre, secondo l’analista di Idc, Ritu Jyoti, uno degli effetti della pandemia sarà l’aumento di figure tecniche in quei settori dove prima erano poco presenti, come il sanitario, il farmaceutico, l’istruzione e la Pubblica amministrazione, per la gestione di tecnologie innovative, abilitanti il lavoro da remoto e la predizione delle emergenze nella vita civile.